What happened, Nina Simone?

Sul palco ci sono Nelson Mandela, la moglie Graca e molti artisti riuniti per festeggiare gli 80 anni di Madiba. In primo piano c’è Michael Jackson che tiene per mano una donna dal corpetto bianco, che spicca tra i coloratissimi costumi africani, in un gesto che forse è di affetto, forse di protezione e aiuto. Lei è Nina Simone, una delle artiste che più e meglio di altri hanno rappresentato con la sua vita e la sua musica un’ intera epoca.

Avrebbe compiuto 83 anni il 21 febbraio Eunice Kathleen Waymon, un amore sconfinato per la musica sin da bambina, sulle orme di Bilie Holliday, prendendo a prestito la classe di Simone Signoret, oltre che il nome d’arte. Parte lavorando nei club ma a fine anni ’50 arrivano i primi riconoscimenti, sforna diversi album di successo uno dopo l’altro, si esibisce nei templi della musica, soprattutto in Europa, acquisendo in breve tempo fama planetaria. Non solo musica per Nina, ma anche l’impegno politico con l’ingresso nel movimento per i diritti dei neri a fianco di gente come Martin Luther King e Malcolm X. Poi la sua stella luminosa si offusca, ma solo per qualche tempo, per ripartire sfolgorante come sempre negli anni ’80 grazie a un brano, My Baby Just Cares For Me, riscoperto dopo trent’anni, complice uno spot pubblicitario che ne fà un pezzo-cult che scala le classifiche internazionali.

nina simone 2 A tredici anni dalla morte, un docu-film e due biopic riportano a galla una figura tormentata e complessa, diva come poche, icona per generazioni di artisti, autrice di autentici capolavori.

Nel docu film What Happened, Miss Simone?, presentato al Sundance e alla Berlinale, la filmaker Liz Garbus cerca di restituire, attraverso documentari e film d’epoca, i ricordi della figlia e di chi l’ha conosciuta, un ritratto senza filtri di una personalità complessa e sfaccettata, in perenne oscillazione tra una rabbia sconfinata e depressioni selvagge, che diventano a un certo punto vero e proprio disagio mentale, quanto di un’ artista senza pari, che ha saputo indicare nuove strade in un panorama musicale ripiegato sul mainstream, evocando la forza senza tempo della musica classica e i ritmi dei neri d’America. Il film ripercorre naturalmente anche la Nina attivista politica, sempre sulle barricate, lei che era nata nel ventre profondo degli States, che fin da bambina aveva conosciuto lo scherno e l’esclusione e che per tutta la vita porterà con sè il peso di quella pelle nera come la notte.

My skin is black…. My skin is brown, she growled ferociously…my manner is tough. I’ll kill the first mother I see. ’Cause my life has been rough… canta in Four women, quattro storie di donne, di impotenza, di violenza e di rabbia, quattro storie che rappresentano la sua storia e quelle di migliaia di donne afro-americane. Un brano che ha 50 anni e che mantiene intatta tutta la sua attualità in un mondo in cui da Oriente a Occidente ogni giorno decine e decine di donne sono oggetto di violenze da parte dell’altro sesso. Mentre in Mississipi Goddam, –We’re all gonna die, and die like flies… the whole damn world’s made me lose my rest– scritto di getto dopo l’ennesimo nero morto nell’ennesima marcia, affronta il tema della rabbia dei neri d’America contro una violenza che non ha inizio né fine.

Nina, unica e inimitabile, geniale come pochi, divina come può essere Billie Holliday o la Callas, imprevedibile sul palco e nella vita, nelle esplosioni di furore riversate in brani bellissimi, Nina e quella sofferenza sempre in agguato, pronta a spezzarti in due, a portare a galla i demoni, che affronti in battaglia ogni giorno per non esserne travolta. Rimarrai sempre la ragazza rifiutata dal Curtis Institute e dall’establishment musicale che non ti ha mai veramente accettata, per quella pelle troppo scura, quelle labbra e il naso troppo pronunciati, troppo diversi dalle bellezze stereotipate sulle copertine, per quella voce sporca e quei testi di fuoco che rendevano pubblici i drammi privati e quelli del tuo popolo.

Are you ready, black people? . . . Are you ready to do what is necessary? Are you ready to kill, if necessary? Are you ready to smash white things, to burn buildings, are you…

nina simoneQuando King, Malcolm X, Hampton, Stokely Carmichael verranno inghiottiti dalla terra, dal ventre di una prigione o dall’anonimato e i giorni della rivoluzione saranno spariti per sempre, come dirà malinconicamente, Nina precipita nei vorticosi gironi del proprio inferno personale, fagocitata dai demoni che la perseguitano da sempre, conosce le cliniche psichiatriche, fino a che un motivetto da niente non la riporta prima sulle scene internazionali, poi negli States, in piena epoca Bush.

Dear Nina, le tue ceneri sparse al vento sono fili luminosi che fanno capolino all’improvviso da un brano rap o da una cover, da un film o da un video, per raccontare di una donna fiera di sè stessa e del suo popolo, una che ha lottato tutta la vita contro le discriminazioni e le persecuzioni, da un palco o nei cortei, per le strade dell’Alabama o di Washington. Dear Nina, con le tue splendide acconciature afro, elegantissima in una tunica colorata o fasciata da un vestito rosso porpora, i capelli raccolti in un turbante dorato, superba come una regina. Dear Nina, ancora e sempre, mentre per l’ultima volta saluti il pubblico con il pugno chiuso del Black Power.

 

 

 

 

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02. marzo 2016 by Anna Puleo
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