Thelma & Louise compie 25 anni e arriva tra le colline toscane

Una comunità di recupero per donne con disagi psichici. Due di loro, Beatrice e Donatella, fuggono via e cominciano un viaggio all’interno delle loro storie, dei loro dolori, della rabbia e della paura, dei tanti rapporti irrisolti, dell’amore che graffia e lascia segni. E’ l’ultimo film di Paolo Virzì, La pazza gioia, presentato in questi giorni a Cannes, storia di due ‘fuori di testa’, interpretate da Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti.

Apparentemente diverse, signora della high society la prima, berlusconiana, ottime relazioni, un marito avvocato con villa all’Argentario mollato per un delinquente di mezza tacca, esuberante, chiacchierona e affamata di vita; misteriosa, silenziosa e disperata, la seconda, che cerca di barcamenarsi come può, nella vita come nell’amore, e quando non ce la fa più si lancia in acqua insieme al suo bambino.

Solo apparentemente diverse perché in realtà le due signore hanno in comune molto più di quanto non si pensi, a iniziare dai genitori, inesistenti, nevrotici e framicaela-ramazzottigili quanto, se non più, della prole, come nella consapevolezza di dovere fare i conti con sé stesse e i rispettivi scacchi ma anche nella voglia di esserci, di abitare il mondo orgogliosamente con tutto il proprio essere, con onestà, gioia e dolore, tra infiniti fili luminosi che ci legano gli uni agli altri intrecciando passato, presente e futuro.

Un film che si snoda tra lacrime e sorrisi, riflessioni personali e sociali (è richiamata anche l’antipsichiatria di Franco Basaglia) e che, pur non convincendo del tutto, pur tra slabbrature e cambi di registro (che non sempre sono specchio del disagio delle protagoniste), pur tenendo pigiato spesso il tasto della commozione, tuttavia si illumina della luce della libertà femminile, che è capacità di perdersi e ritrovarsi ogni volta, di rappresentarsi nella propria irriducibile diversità, estranea ai modelli voluti dal mercato, anche quando può costarti l’ostracismo familiare e sociale o la camicia di forza.

thelma-e-louise-jpeg-860x450_cSulla Croisette in questi giorni c’era anche un altro film di cui si festeggiano i 25 anni dall’uscita. Ancora una pellicola che parla di due donne e della loro fuga a bordo di una vecchia Ford verso la libertà. Il film è Thelma & Louise che nel frattempo è diventato un film di culto, citato e ricitato in continuazione da cinema, video musicali, programmi Tv e dalla musica pop. Premi a valanga (compreso l’Oscar) per il regista Ridley Scott e le protagoniste, Susan Sarandon e Geena Davis che non sapevano di certo che la storia di due outsider, che tra un delitto, una rapina e altri pasticci, attraversano da una parte all’altra gli States fino al Grand Canyon, senza che nulla li fermi, nemmeno il precipizio, sarebbe penetrata a lungo nell’immaginario collettivo.

Sarandon e Davis, entrambe impegnate da tempo sui temi dei diritti umani e delle pratiche di genere, anche a Hollywood, ricordano che all’uscita del film

le donne sembravano non avere alternative. Anzi: si disse che incitava al suicidio: una cosa ridicola. Il film nel tempo è diventato, invece, un manifesto femminista, pieno di forza e possibilità di scelta, che ha anticipato le reazioni femminili alla violenza maschile alle quali stiamo assistendo in tutto il mondo.

Un mondo in cui poco o nulla è cambiato in questi 25 anni, a Hollywood, dove protagonisti sullo schermo sono più spesso uomini che donne, o nelle stanze dei bottoni di stati, aziende, amministrazioni, mentre le donne sono il bersaglio privilegiato della violenza maschile. Oggi le eredi di Thelma & Louise si chiamano Lisbeth Salander, la protagonista di Millennium, o la Beatrice e la Donatella raccontate da Virzì.

 

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18. maggio 2016 by Anna Puleo
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