The Positive Lexicography Project, di cosa parliamo quando parliamo di felicità

Alzi la mano chi sui banchi di scuola non è stato costretto a riflettere sul concetto di felicità. Chi almeno una volta non si è svegliato la mattina senza chiedersi se la sua vita ha un senso, se è davvero quella che vuole, che ha progettato, per la quale ha lottato. In poche parole, se ha una vita che val la pena sia vissuta. Perché ti rende felice. Per qualcuno è un talento, per altri un’arte, o ancora una conquista, difficile ma non impossibile, che richiede applicazione, e coraggio. Ma cos’è la felicità? E cosa significa oggi, nell’era in cui la felicità viene confusa con il piacere o con il possesso e il consumo di persone, beni, emozioni, la gioia e la compiutezza del vivere insieme hanno lasciato il posto alla solitudine e al cinismo, l’agire umano è retto dall’utilità più che dal godimento fine a sé stesso.

 

Hopper-foto-con-dida-2Nell’antica Grecia per i presocratici la ricerca della felicità passa dalla liberazione dalle passioni (atarassia), concetto ripreso più tardi da Plutarco, Cicerone e Seneca, passando da Socrate, Platone, Aristotele, che sposta lo sguardo dal piano individuale a quello sociale e la accoppia alla virtù. Secondo Schopenhauer si tratta più che altro di essere meno infelici che si può, per Nietzche felicità è una forza vitale che ci aiuta a vivere liberamente e compiutamente. In realtà spesso procediamo nel mondo nella completa inconsapevolezza, senza sapere quel che davvero vogliamo, e, come scrive Zizek, ci troviamo alla fine a confinare la felicità alla sfera dei sogni.

Qualunque cosa pensiate in materia, che consultiate ogni giorno l’oroscopo per sapere se otterrete l’oggetto del vostro desiderio o le inevitabili istruzioni per l’uso per essere felici, c’è qualcuno che pensa che il linguaggio, nella sua evoluzione, sia capace di rappresentare il nostro variegato paesaggio emozionale e ne ha tirato fuori un dizionario cross-culturale che raccoglie centinaia di fonemi con i quali, da secoli a qualsiasi latitudine, vengono descritti stati d’animo positivi e di benessere.

Si intitola The Positive Lexicography Project e rappresenta il tentativo di un professore inglese, Tim Lomas, che insegna Psicologia Positiva a Londra, di esplorare le parole con le quali nel mondo vengono designati stati diversi di positività e felicità. Lomas insomma vuole puntare un faro sui molteplici modi in cui ogni popolo vive e descrive la felicità, aiutandoci a comprendere meglio e ad arricchire la nostra cassetta degli attrezzi esperenziale ed emozionale.

hopper3Finora il prof. Lomas ha trovato seicento vocaboli che non hanno corrispondenti in inglese, suddivisi in tre categorie diverse, sentimenti (che comprende sentimenti positivi e complessi), relazioni (comprende l’intimità e la pro-socialità) carattere (comprende le risorse personali e la spiritualità), che costituiscono altrettante tappe di un viaggio all’interno del nostro modo di stare al mondo. Il vocabolo emozione, forse, potrebbe avvicinarsi, dice Lomas, ma non rendere in tutta la sua ricchezza e le sue sfumature l’animo umano.

Prendi frisson. Termine che per i francesi evoca quella particolare miscela di eccitazione e paura che ci attanaglia di fronte ad eventi epocali. O la scintilla elettrica che scocca quando incrociamo lo sguardo con qualcuno che ci è sconosciuto, ma che potrebbe essere quello giusto. O ancora, la sensazione di ansia adrenalinica che ci pervade quando si rompe una storia importante. La gioia paura, che ci sommerge nella vertiginosa discesa dalle montagne russe.

E che dire di 物 の 哀 れ –Mono no aware– termine coniato da Motoori Norinaga, studioso di letteratura del XVIII secolo, che unendo consapevolezza, e mono, che significa “le cose”, ha racchiuso uno stato d’animo centrale nella cultura del Giappone, di derivazione Zen, la consapevolezza della transitorietà dell’esistenza. Mono no aware riconosce che l’ effimero è in qualche modo parte integrante della bellezza e che essa dipende dalla caducità delle cose. Nello Zen il simbolo per eccellenza di mono no aware è il fiore di ciliegio, che ci permette appena di godere del suo fragile sboccio, racchiuso in un breve frammento di tempo, all’inizio della primavera.

Dadirri in lingua aborigena è l’ascolto profondo, rivolto alla nostra interiorità e a ciò che ci circonda, a segnalare hopper 4la nostra capacità di fare spazio dentro di noi e agli altri ma anche alla Terra che si pone a sua volta in ascolto. Gemilut Hasadim, in yiddish “il dono della gentilezza amorevole,” è un atto che implica il prendersi cura degli altri in modo gratuito, senza la previsione di ricevere qualcosa in cambio.

Ci vogliono centinaia di rinascite per portare due persone a salire sulla stessa barca; ci vuole un migliaio di eoni per portare due persone a condividere lo stesso cuscino. Questo sta a dimostrare quanto sia prezioso lo yuán fèn, recita un proverbio cinese. Yuàn fén, ossia la probabilità o il tasso di possibilità con cui due persone strettamente affini entrino in rapporto. Noi diremmo che è il caso, il destino che li fa conoscere. In Cina invece è la catena di eventi che regge il nostro ciclo di vite e rinascite, il nostro karma, insomma, a farci entrare nella vita degli altri.

Non è il caso di passare in rassegna tutto il dizionario stilato dal prof. Lomas, ma il termine con il quale vorrei chiudere questo articolo è ubuntu parola bellissima, universalmente conosciuta, che in lingua bantu designa la capacità di essere una comunità, di essere ciò che si è in virtù di ciò che siamo collettivamente. Insomma, essere non solo con gli altri, ma anche per e attraverso gli altri. Io sono perché tu sei, nella comune appartenenza a un unico genere, quello umano.

(Nelle immagini opere di E. Hopper)

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06. febbraio 2017 by Anna Puleo
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