Sylvia Plath, i demoni della scrittura e l’arte della vita. Una mostra allo Smithsonian la ricorda

Punta lo sguardo direttamente nell’obiettivo la ragazza dai capelli color platino, la pelle dorata nel costume bianco, abbagliante nella luce del sole del mattino, e sorride. Un sorriso ampio, rotondo, che nasconde l’inquietudine e il dolore di esistere. E’ appena uscita dall’ospedale psichiatrico e sta lavorando alla tesi di laurea, Lo specchio magico: uno studio sul doppio in due dei romanzi di Dostoevskij. Il doppio e la sua ambivalenza, il continuo trasmigrare tra luce e ombra, sarà tema ricorrente nella vita e nella poetica di Silvia Plath, scrittrice e poetessa vertiginosa, icona del movimento femminista e di intere generazioni di donne .

Sylvia Plath_slide4A distanza di 54 anni dalla morte, le sue poesie, il romanzo La campana di vetro, i suoi Diari e le Lettere continuano a essere lette da migliaia di donne in tutto il mondo, nei teatri vengono rappresentate le liriche e il dramma Tre donne, proliferano biografie, studi critici e nuove rivelazioni sul suo rapporto con il marito Ted Hughes, mentre, in questi giorni la National Portrait Gallery dello Smithsonian, a Washington, le dedica la prima mostra, On Life, in cui sono raccolte lettere, oggetti, fotografie, provenienti dagli archivi Plath dello Smith College e dell’Università dell’Indiana, ulteriore tassello nel puzzle di una personalità estremamente sfaccettata e complessa.

Oggi avrebbe 85 anni la bella ragazza, figlia di immigrati tedeschi, che rivela subito un precoce talento per la poesia quanto per la sofferenza. Ne ha compiuti appena 18  quando tenta per la prima volta il suicidio ed entra in un ospedale psichiatrico. Poi l’incontro con il poeta Ted Huges e il trasferimento in Inghilterra, l’arrivo di tre figli e la dolorosa separazione dal marito.

Nei Diari e nelle poesie riversa i ricordi di una studentessa brillante, bella e corteggiata ma dall’“adolescenza pesante e malmessa”, la ferita profonda della morte prematura del padre, irraggiungibile oggetto del desiderio, al quale dedica la struggente Daddy e del legame conflittuale con la madre, il rapporto lacerante, di amore e competizione,  con un marito narciso e geniale, e quell’essere perennemente in bilico tra la propria essenza e l’immagine stereotipata di donna, madre, moglie efficiente e perfetta e di giovane scrittrice di talento, pronta ad assolvere alle richieste altrui.

(…) Non un Dio ma svastica nera
Che nessun cielo ci trapela.
Ogni donna adora un fascista,
La scarpa in faccia, il brutale
Cuore di un bruto a te uguale
Tu stai alla lavagna, papà,
Nella foto che ho di te,
Biforcuto nel mento anziché
Nel piede, ma diavolo sempre,
Sempre uomo nero che
Con un morso il cuore mi fende.
Avevo dieci anni che seppellirono te.
A venti cercai di morire
E tornare, tornare a te.(…)
(S. Plath, Daddy)

 

Giorno e notte ora, al mio capo, al fianco, ai piedi,
stanno a veglia con vesti di pietra,
le facce vuote come il giorno in cui nacqui,
le ombre lunghe nel sole calante
che mai splende più vivo e mai tramonta.
E questo è il regno a cui mi hai portato,
mamma, mamma. Ma nessuna espressione del mio viso
tradirà la compagnia che frequento.
(S. Plath, Muse inquietanti)

sylvia-plath-ted-hughes-716919_tnE’ un mostro vorace che esige ogni volta un tributo di sangue alla talentuosa poetessa che vuole “essere Dio”, come scrive nei Diari, che vaga tra le terre della quotidianità e quelle della scrittura, alla ricerca della bellezza e di parole capaci di dire ciò che non sempre può essere detto, ossessionata dall’idea di una perfezione che l’avvicini al divino e al senso profondo delle cose.

 

 

Parlo a Dio ma il cielo è vuoto. E Orione tira dritto, e non dice una parola.

Escono a distanza di poco tempo La campana di vetro, racconto autobiografico, firmato con uno pseudonimo, dell’ascesa di una giovane donna ambiziosa, la sua discesa negli inferi, l’ospedale psichiatrico e l’elettroshock, insieme ad alcune raccolte di poesie e a un poemetto a tre voci trasmesso dalla BBC, Tre donne. Sono anni prolifici per la scrittura quanto tormentati sul piano personale. I rapporti con Ted, bugiardo e fedifrago, dominatore e forse  violento, peggiorano ogni giorno che passa.

C’è sempre uno scotto da pagare quando accetti di vedere il mondo con gli occhi degli altri, quando accetti di sylviaplath4rinunciare a te stessa, quando baratti la tua anima per una manciata di affetto e di polvere di stelle. Ma la gigantesca torre d’avorio e menzogne ha le fondamenta di sabbia e si sgretola poco per volta, mentre attorno si aggirano, famelici, i demoni interiori, intrufolandosi nelle antiche ferite, ormai riaperte. Eppure è il momento giusto perchè quella voce unica possa ergersi verso il cielo, potente e cristallina.La Musa è arrivata “ora che Ted se n’è andato” scrive Sylvia ad un’amica, il dolore folle apre completamente i cancelli alla visione creatrice e arrivano le splendide liriche di Lady Lazarus ma anche –di nuovo- al pensiero, sempre in agguato, della morte.

Voglio tornare indietro al mio intermedio e più normale sentiero dove la sostanza del mondo è permeata dal mio essere: mangiare, leggere, scrivere, parlare, fare compere; così tutto è buono per se stesso e non solo un’attività febbrile per nascondere la paura che deve affrontare se stessa e duellare con se stessa fino alla morte, dicendo: una vita sta passando! L’orrore è l’improvviso ripiegarsi e sparire del mondo fenomenico, senza lasciare nulla.

Sylvia ha lasciato la casa del Devon che per anni ha condiviso con Ted e si trasferisce a Londra, sola con i tre figli, nel tentativo di ricomporre i pezzi di una vita andata precocemente in frantumi. E’ un inverno gelido nella capitale, lei prepara ai bambini uno spuntino con pane imburrato e latte poi va in cucina, apre il gas. La trovano riversa, la testa nella bocca del forno, ormai senza vita. E’ l’11 febbraio 1963. Un tragico legame la unirà ad Amelia Rosselli, la sua traduttrice (che sceglie la stessa data per suicidarsi trent’anni dopo), ad Anne Sexton, l’amica-rivale dalla scrittura fluviale, ad Assia Wevill, la donna che le ha tolto Ted, che apre il gas dopo avere stordito la bimba avuta dal poeta e sé stessa con i barbiturici.

Entro nella torre delle mie paure,
chiudo la porta su quella oscura colpa,
sprango la porta, tutte le porte sprango.
Il sangue corre, mi rimbomba
nelle orecchie: il passo
della pantera è sulle scale,
ora la sento che sale, che sale. il passo della pantera è sulle scale,
ora la sento che sale, che sale.
(S. Plath, Inseguimento)

triple-face-portrait plathIn un ritratto esposto nella mostra dello Smithsonian, Plath ritrae il suo volto come una maschera divisa in due, circondata da un’ aura di tessere coloratissime che si stagliano contro un cielo blu-violaceo, immagine perfetta della condizione umana, incatenata alle sue mille forme, condannata a vagare nel flusso continuo delle cose.

Guarda bene questa maschera morta e non dimenticarla …È una maschera di gesso che nasconde del veleno, come l’angelo della morte. È quel che sono stata in questa caduta, e che non voglio più essere. La bocca avvilita, gli occhi piatti, noiosi, intorpiditi, privi di espressione: sintomi di un terribile declino. … Come fai ad essere al tempo stesso tante donne diverse per così tante persone, ragazza strana!

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

27. settembre 2017 by Anna Puleo
Categories: writing and more | Tags: | Leave a comment

Leave a Reply

Required fields are marked *