Scrivere è un piacere profondo: Virginia Woolf alla National Portrait Gallery

Credo che pochi siano torturati come me dallo scrivere. […] Il mio cervello è come una bilancia di precisione: basta un granello a farlo precipitare. (…) Eppure l’unica vita eccitante è quella immaginaria. Appena metto in moto le rotelle nella mia testa non ho più molto bisogno di soldi o di vestiti.

NPG P440; Virginia Woolf (nÈe Stephen) by GisËle FreundCos’è la scrittura? E l’ossessione creativa? Forse nessuno scrittore ha esplorato tanto intensamente il demone della creazione artistica, l’esaltazione e la fatica dello scrivere come Virginia Woolf. Su questo aspetto, così come sulla vita e l’estetica della scrittrice inglese si sofferma la mostra inaugurata il 10 luglio scorso per restare aperta ancora sino al 26 ottobre 2014 alla National Portrait Gallery londinese. Curata dalla biografa e storica dell’arte Frances Spalding, la mostra propone un ritratto a 360 gradi di uno dei giganti della letteratura del XX secolo attraverso immagini di vita quotidiana, nella quale i rapporti familiari sono strettamente intessuti con quelli del Circolo di Bloomsbury, il gruppo di intellettuali e artisti nato nell’omonimo quartiere londinese che influenzò non poco l’Inghilterra dei primi decenni del ‘900, oggetti personali (come il bastone usato durante le passeggiate, ritrovato per caso dal marito Leonard dopo la sua scomparsa), le lettere, i diari, le edizioni originali dei suoi libri.

 

Sono esposte le foto, in gran parte note, di George C. Beresford e di Man Ray, quelle in cui Giséle Freund ritrae Virginia insieme a Leonard e da sola, cogliendone lo sguardo attento e ironico puntato direttamente nell’obiettivo; i ritratti con gli amici di sempre, Lytton Strackey e Duncan Grant, con la sorella Vanessa e i nipoti, con T.S. Eliot. C’è la Virginia giovanissima, un’icona preraffaellita, che sboccia in una donna dai tratti bellissimi e impalpabili, osservatrice vigile dal giudizio tagliente quanto pronta alle domande più imprevedibili e a matte risate, che nella maturità acquista un’espressione sempre più sofferente, ben colta nel ritratto a olio di Rachel Strachey.

 

Ma la mostra va anche oltre esplorando, ad esempio, i legami tra la Woolf e la moda e quelli tra una narrativa dai caratteri estremamente sperimentali e i nuovi orizzonti inaugurati dal movimento cubista soprattutto nell’uso della prospettiva, della molteplicità dei punti di vista e dei giochi di luce e ombre.

 

Un’ occasione straordinaria per conoscere meglio una donna, una scrittrice, una intellettuale che ha segnato profondamente il suo tempo quantoNPG Ax141646; T.S. Eliot; Virginia Woolf (nÈe Stephen) by Lady Ottoline Morrell altrettanto intensamente influenzato le generazioni successive.

 

Una donna la cui vita è stata segnata dagli abusi subiti durante l’adolescenza, che probabilmente contribuirono al manifestarsi di quei disturbi psichici che accompagnarono la sua esistenza come fedeli ancelle e la portarono al suicidio, così come dal difficile e complesso rapporto con la scrittura, amore sconfinato a dolore immenso, tormento e estasi, disperazione e esaltazione. Nelle pagine dei quaderni (raccolte e pubblicate nei Diari) la Woolf si confronta con la fatica di esprimere esattamente le immagini e le ossessioni che ci pervadono, le

 

miriadi di impressioni banali, fantastiche, evanescenti o incise con l’acutezza di una punta d’acciaio, che piovono da ogni parte come un diluvio incessante di atomi,

 

di cogliere la realtà nell’attimo dell’accadimento, di volgere lo sguardo verso il

silenzio e le cose che la gente non dice.

 

Uno sforzo che la teneva sotto scacco durante il processo della scrittura e la sfiniva immancabilmente dopo aver portato a termine le sue opere.

 

Eppure l’autrice di Mrs. Dolloway, La stanza di Giacobbe, Le onde, Gita al faro, Orlano, Tre ghinee, Il lettore comune, continua a scrivere senza tregua: romanzi, saggi, articoli. Una mole immensa che solo di recente si sta dipanando in tutta la sua complessità e nella sua luminosità, complici la potenza immaginifica  della parola e il miracolo di una scrittura che è riuscita a cogliere ‘il fuoco dietro la nebbia‘, quell’ “alone luminoso semitrasparente che avvolge la nostra coscienza dall’inizio alla fine”, frammenti di una realtà difficile da osservare nella sua globalità, che si traduce anche  in una rinnovata riflessione sulla forma, che darà un contributo preziosissimo alla svolta impressa nel Novecento alla struttura e al canone tradizionale del romanzo.

 

La forma, dunque, è la sensazione che ogni cosa segua perfettamente l’altra. È, in parte, una questione di logica. T. scriveva e riscriveva. Per separare la verità dall’inessenziale. Ma D[ostoevskij] direbbe che tutto conta. Ma non si riesce a rileggere D. Sh[akespea]re, per esempio, era costretto dal teatro a una forma (T. dice che bisogna trovare una forma nuova per gli argomenti vecchi; ma suppongo che qui usi il termine in un altro senso –). Di una scena, bisogna conservare l’essenziale. Come si fa a capire cosa lo è? Come si fa a capire se la forma di D. è migliore o peggiore di quella di T.? L’idea di T. è che lo scrittore definisca l’essenziale e lasci il resto al lettore. D. invece fornisce al lettore tutto l’aiuto e tutti i suggerimenti possibili. T. riduce le possibilità.
….quello che mi eccita è scrivere, non essere letta. E poiché non posso scrivere mentre mi leggono, mi sento sempre un po’ vuota dentro, sballottata; ma non felice come in solitudine. …Ma in verità scrivere è un piacere profondo, essere letti quello superficiale.

 

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04. settembre 2014 by Anna Puleo
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