Scrivere per sopportare l’insostenibile. Intervista a Elisabetta Bucciarelli

Dedicarsi alla pratica della scrittura significa, in ultima analisi, occuparsi della propria esistenza nella sua interezza. Ho ripensato a questa frase di Natalie Goldberg (Scrivere Zen) quando ho cominciato a leggere Scrivo dunque sono. Trovare le parole giuste per vivere e raccontarsi (Ponte alle Grazie) di Elisabetta Bucciarelli, una passione indomita per le parole da sempre, da quando ha iniziato con Giorgio Strehler al Piccolo di Milano per proseguire con le sceneggiature per il grande e il piccolo schermo e poi con la fortunata serie noir che ha per protagonista l’ispettrice Maria Dolores Vergani, che le è valsa diversi premi e riconoscimenti.

A metà tra il manuale, con esercizi e suggerimenti, e il viaggio nell’universo non sempre lineare e idilliaco della scrittura, Scrivo dunque sono privilegia alla strada del tecnicismo quella della ricerca interiore.  Scrivere per tirare fuori i propri fantasmi, per fare ordine nel nostro caos interiore, per placare le inquietudini, per trovare le risposte che cerchiamo. Per tradurre il mondo in parole, nel tentativo di catturarlo, ma anche per rivelare noi stessi agli altri. Scrivere per sopportare l’insostenibile.

 

elisabettafoto3Scrivere per stupirci. Stupore è un termine che Elisabetta usa spesso. Lo ha fatto anche al Festivaletteratura di Mantova, durante l’ incontro che l’ha vista protagonista insieme a un altro outsider come Paolo Nori, nel Laboratorio di scrittura (Ritratti) condiviso con Marco Malvaldi, e nel corso della nostra intervista. Una parola forse usata e abusata ma con un suo nitore cristallino, che rimanda all’immagine di una chiave lucente che può aprire porte su mondi impensabili.

 

L’altro termine cui è difficile sfuggire è parola. Assillo comune a chiunque racconti una storia è trovare la parola giusta per rappresentare quel personaggio, un ambiente, emozioni e ossessioni, quella luce o quell’azione. Condividiamo una fame atavica di parole, la paura di non averne mai a sufficienza come quella di esserne sommersi senza possibili vie di fuga. Anche il possedere un buon bagaglio di parole, alla fine, non è il porto sicuro in cui pensiamo di ricoverarci, quando non riusciamo a trovare il sentiero che ci porta all’essenza ultima delle cose. Magari attraverso parole che si protendono in direzioni diverse, che assumono vesti e significati molteplici e offrono spazi di vita, di ascolto, di silenzio. Parole figlie della nostra mente e dell’immaginazione, parole che sgorgano dal corpo, che arrivano dirette dai/ai sensi, che ci lasciano, a volte, attoniti.

 

Così finiamo per arretrare di fronte allo spazio bianco, incapaci di decifrare le ‘mappe di senso’ che si celano dietro la pagina scritta, negli spazi vuoti, nelle interruzioni, nelle deviazioni di percorso, nei silenzi. Labirinti di senso della scrittura speculari a quelli della nostra esistenza. Ci sono però parole che hanno il potere di cambiare il mondo, di consolarci, di nutrirci, di aiutarci a uscire dal labirinto e salvarci…

 

A Elisabetta chiedo di cambiare prospettiva, per una volta, e di raccontarsi (lei che è abituata a chiedere agli altri di raccontare se stessi) attraverso le parole che ama di più.

L’ossessione per la parola è il percorso che mi guida nella scrittura. Prima ancora di scrivere una storia, prima ancora di dare forma al pensiero, che è storia e narrazione, io cerco le parole migliori per poterlo accompagnare, per poterlo raccontare. Cercare le parole significa anche impattare con le parole che non ci piacciono, quelle che ci fanno male, che ci procurano quell’ostacolo che ci spinge a superarlo all’interno di una narrazione, un momento in cui dobbiamo trovare un punto di vista differente per dire le cose, per far girare il mondo come noi lo desideriamo… Se dovessi scegliere delle parole per raccontarmi e per descrivere il percorso che sto facendo in questo momento sceglierei le parole anfibie (mi piace chiamarle così), quelle che mutano a secondo della loro forma attiva o passiva. Per esempio, una parola che mi inquieta e mi affascina allo stesso tempo è il verbo abbandonare. Abbandonare nella forma attiva, abbandonarsi in quella passiva. La prima è negativa quando siamo stati abbandonati o abbiamo abbandonato, ma diventa una formidabile cura quando ci abbandoniamo agli altri, quando ci affidiamo fiduciosi a un’altra persona di cui sentiamo di poterci fidare. Un’altra è avanzare: lasci degli avanzi nel piatto ma avanzi anche nella vita. Lasci indietro nel piatto e vai oltre nel tuo cammino. Queste sono le parole, con significati e sfumature diverse, che in questo momento mi rappresentano di più.

Poi ci sono le parole che amo, che utilizzo con più frequenza, che credo abbiano un valore aggiunto. Per esempio la parola cura: semplice, breve, spesso svalutata, svilita e che tuttavia credo dentro abbia un significato molto più ampio, un campo semantico da riscoprire.

E poi la parola libertà che, come verità, ha significati relativi. Queste parole ci raccontano spicchi di mondo diverso, e per questo sono più interessanti.

 

Parliamo della fisicità della scrittura, intesa non  solo come fatica psico-fisica ma anche come possibilità di mettere in gioco i nostri sensi per imparare a scrivere con gli occhi, con le orecchie, con il gusto, con il tatto, un tema che ti è molto caro…

Per molto tempo, anche per me come per tanti, la scrittura ha significato il lavoro del pensiero, quello spazio sottile tra il pensiero e l’azione, l’immaginazione. Qualcosa che ha più a vedere con la mente, magari con il cuore e l’anima, ma non con il corpo. Adesso invece ho capito che le parole che passano dal corpo hanno un’efficacia, una forza più consistente. Nei laboratori chiedo ai partecipanti di mettersi in gioco, e questo significa anche farsi un po’ male, e quindi aprirsi alla possibilità di diventare noi stessi il materiale del nostro lavoro.

Ho fatto di recente un’esperienza all’Istituto dei Ciechi di Milano, Dialoghi al buio, in cui la deprivazione della vista ti obbligava a mettere in funzione tutti gli altri sensi, soprattutto il tatto, l’olfatto, l’udito, e questo mi ha concesso di capire dove fossi deficitaria io, nel tatto per esempio. Non riuscivo a riconoscere le parole incise sul muro, le piante dal loro fusto, mentre so che il mio olfatto è molto sviluppato. Ora, questa consapevolezza, che sembra una banalità, in realtà, finché tu non la sperimenti non la conosci, e finché non la conosci non sai quale dei tuoi sensi può condurti su strade diverse da quelle che hai percorso sino a quel momento.

Allora occorre mettere in gioco i nostri sensi, stimolarli, costringerli in situazioni-limite, le famose gabbie, in cui ti insegnano che si trova la libertà maggiore. Io l’ho imparato alla Scuola del Piccolo Teatro di Milano dove uno dei tanti maestri mi diceva: “Elisabetta, chiuditi in regole ferree e lì vedrai che troverai uno spazio di libertà che ti sorprenderà”. E sorprendersi è una delle cose che trovo meravigliose dell’esistenza. E’ raro, ma succede. Per questo credo che la scrittura non creativa –o non solo creativa- ma soprattutto sensoriale, sia una esperienza che serva nella vita, al di là della pagina scritta.

 

Hai scritto che la scrittura aiuta a sopportare l’insostenibile, una affermazione che mi ha colpito molto…

Io penso che potrei sopportare l’esistenza solo attraverso la riscrittura dell’esistenza. Prendo una distanza, lavoro sulle persone, ad esempio la prima e la terza persona. Credo che scrivere in terza persona, che è una tecnica di scrittura creativa, sia anche una tecnica di sguardo esistenziale. Prendere le distanze ti aiuta a ristrutturare il pensiero, a guardare con un distacco maggiore gli elementi anche più sofferti, più fastidiosi dell’esistenza ma ti serve anche a mediare tutti i contenuti di felicità e serenità che una storia o l’esistenza ti propone. Quindi la scrittura ristruttura il pensiero e ci permette di tenere delle distanze o delle aderenze con i contenuti più difficili della nostra esistenza. Poi la scrittura è sofferenza, perché scrivere è faticoso. Non a caso Murakami dice che bisogna fare tanto sport (lui corre). Però io credo che la fatica -per me è camminare in salita ma ciascuno ha le sue fatiche quotidiane- riesce a far tramontare la mente. La mente ha bisogno di stare in pace e la scrittura ha bisogno di tornare istinto per certi aspetti. E, quindi, grazie alla fatica la scrittura riesce a trovare la sua forma…

Poi, non credo che esista una bella parola o una brutta parola ma che si possa scrivere con le poche parole che abbiamo. Uno degli obiettivi dei miei corsi è trovare le nostre parole di quel preciso istante lessicale della nostra esistenza. Ognuno di noi ha un linguaggio che mette in gioco in certi momenti della propria vita e conoscere le parole usate in quel momento, il nostro percorso lessicale, il campo semantico all’interno del quale ci muoviamo, belle o brutte, povere o ricche di sfumature e significati, colte o meno colte, credo ci aiuti a compiere altri passi. Ad avanzare, tanto per usare una parola che mi piace molto.

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26. settembre 2014 by Anna Puleo
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