Scrivere: come imparare a fallire meglio

Trentadue anni fa il quotidiano francese Libération pose ad oltre 400 scrittori di diversi paesi la fatidica domanda: Perché scrivete? Domanda che chiunque abbia a che fare con la parola si pone almeno una volta al giorno di fronte al foglio bianco, in carta sottile o magnificamente trasposto in un file word.

All’inizio fu il Verbo. E da allora la razza umana non ha mai smesso di usare le parole e di scriverle, nero Jan-Fabre.-Glass-and-Bone-Sculptures-1977-2017-exhibition-view-at-Abbazia-di-San-Gregorio-Venezia-2017-8su bianco, per rappresentarsi, interrogarsi, lanciare ponti verso il resto dell’umanità. C’è chi lo ha fatto da vette montuose, a metà strada tra la terra e il cielo, lo spazio che spetta di diritto a chi scrive per mestiere. Ed è proprio questo lavoratore forzato della scrittura, questo Prometeo incatenato agli aspri monti dell’inquietudine e del dubbio, della verità e della giustizia, questo sperimentatore dall’Io stratosferico, che da sempre si interroga sul suo ruolo nel mondo, questo evocatore dei misteri e della bellezza dell’esistere, che è chiamato a dire la sua.

Sono lontani i tempi in cui bastava rispondere alla domanda, lapidariamente, Perché sono uno scrittore, o, come fa Beckett, Non posso che farlo, piuttosto che Per continuare vivere, come risponde Aliette Abécassis, o Scrivo per sapere perché lo faccio, come dice Moravia.

biennale-2017In un’epoca  in cui tutti si proclamano scrittori, pronti a prendere d’assalto incontri e festival accomodandosi sulle sedie lasciate vuote dai lettori, inondando delle proprie creature piccole case editrici pronte a spolpare l’ingenuo di turno o la pancia vorace del web, pronti sempre a lodare le sorti magnifiche e progressive della scrittura, resta poco e nessuno spazio per chi dello scrivere conosce la fatica e la pena.

Non stiamo parlando di Leopardi naturalmente ma della predisposizione di chi guarda al mondo senza illusioni. Così Italo Calvino in Mondo scritto e mondo non scritto per rispondere alla domanda parte da un altro punto di vista, quello del fallimento, dalla consapevolezza di non sapere e del desiderio ardente di “catturare…qualche traccia di un sapere o d’una saggezza” appena sfiorata e subito persa, dall’insoddisfazione perenne verso ciò che si è scritto che spinge ogni volta a ri-crearlo, correggerlo, completarlo, dall’epifania di un libro ancora non scritto e che forse non scriverai mai che tuttavia vorresti leggere perché è il tuo libro.

Scrivere è un fallimento, ripete Zadie Smith in un delizioso libretto di poco più di 70 pagine intitolato, indovinate un po’, Perché scrivere (edito in Italia da minimum fax), che raccoglie una Lectio magistralis e un articolo, in cui la talentuosa scrittrice inglese racconta la frustrazione di chi dedica tutte le proprie energie alla ricerca della parola che meglio possa restituire il senso profondo delle cose, in cui rimbombano echi e colori diversi, di chi entra giorno dopo giorno nel proprio inferno interiore e ne esce ogni volta sconfitto, di fronte alla messe di testi senza idee o struttura portante confezionati seguendo la moda del momento e i canoni dominanti, che ormai ci inondano ovunque.

biennale 2017 2Non si tratta certo di una questione di stile. Che riflette la personalità dello scrittore, la sua coscienza affilata, è il suo modo di parlare al mondo. Non si tratta neanche di voler scrivere il romanzo perfetto. Un sogno per qualsiasi scrittore, destinato ad essere puntualmente frustrato dall’impossibilità di cogliere con il nostro sguardo la totalità del reale. La scrittura, si sa, è una questione di prospettiva.

Quando scrivo io cerco di esprimere il mio modo di essere nel mondo. Si tratta principalmente di un processo di eliminazione: una volta eliminate tutte le parole morte, i dogmi di seconda mano, le verità che non sono tue ma di altri, i motti, gli slogan, le sfacciate bugie del tuo paese, i miti della tua epoca, una volta tolto di mezzo tutto ciò che deforma l’esperienza e le fa assumere un aspetto che non riconosci e in cui non credi, ciò che ti resta è qualcosa che si approssima alla verità della tua concezione. E’ questo che cerco quando leggo un romanzo: la verità di una persona…

Perché scrivere allora? Per vedere le cose come stanno. Facendo della scrittura un gesto, estetico ed etico insieme, un processo artigianale che guarda all’interno, alla complessità delle cose per restituirne la concretezza. Che ha molto a vedere con un sapere primordiale, con l’usare il corpo e le mani, prendendosi gli spazi e il tempo necessari, con il non voler essere trattati come consumatori o manager o creativi o esperti di… ma semplicemente come esseri umani, con la possibilità di vedere il fine delle nostre azioni. Con il saper costruire qualcosa magari di inutile o che nessuno vuole ma che ti accompagna nel farti le domande giuste. Con la coscienza che scrivere significa anche maneggiare un qualcosa di indefinito e sempre sfuggente nei suoi mille volti. E che davanti a te, onnipresente, c’è lo scacco di non potere mai cogliere la verità nella sua totale, irriducibile complessità.

Scrivo per costruire questa frase: per renderla più bella che posso, questa qui e anche le successive. …E’ un antidoto alla inutilità.

 

Un brutto libro non fa nulla, non cambia nulla, non educa i sentimenti, non riaccende nessun circuito interno…Ma un grande libro…ti costringe ad assoggettarti alla sua visione.

(Nelle foto Biennale di Venezia 2017)

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19. maggio 2017 by Anna Puleo
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