La scimmia che scrisse l’Amleto

In un recente intervista a Repubblica di qualche giorno fa Alessandro Baricco, dialogando con Jonathan Coe, afferma di aver imparato nella scrittura più dal tennis e dalla sua perfetta geometria, in cui il punto esatto per l’impatto giusto con la pallina è tutto, che da altro. Tradotto, per chi scrive, significa trovare la voce giusta, lasciandosi sorprendere da quanto ci accade intorno, mettere ordine nel caos, dare forma a fantasmi e visioni.

 

La realtà prende forma solo nel momento in cui viene narrata. Vive attraverso le parole, acquistando l’eternità. Lo sintetizza alla perfezione Coe:

Un giorno ho preso il metro e vicino a me una ragazza leggeva Tom Jones, un romanzo scritto da Fielding nel 1746 a lume di candela. E a un certo punto la ragazza si è messa a ridere. Una risata che le è arrivata da 250 anni prima. Questa è la magia del raccontare una storia, il modo in cui non finisce mai di esistere.

 

Ogni giorno, sul lavoro, a casa, nel tram, in tv, le storie ci vengono incontro. Le scrutiamo, sospettosi, fino a che non arriva quella che ci convince. Allora ci mettiamo comodi ad ascoltarla, la coccoliamo, la facciamo crescere, espandere, la seguiamo nei suoi itinerari, quando imbocca strade diverse e inattese, che a volte ci divertono, a volte colpiscono come un pugno che arriva improvviso, senza dare il tempo di difendersi, e fa male …

 

Monkey-typingPossono cambiare forme e modi, esprimersi attraverso il cinema e la televisione, la radio e i social network o le tecnologie più raffinate, come dimostra Frank Rose in Immersi nelle storie. Il mestiere di raccontare nell’era di Internet (Codice edizioni), ma la necessità, a volte l’urgenza, di narrare è un’attività insopprimibile da quando alcuni primati, stringendosi attorno al fuoco, iniziarono a raccontare storie sugli animali, sulla caccia, sull’origine del sole e delle stelle, sugli spiriti e le divinità, che divennero poco per volta miti, leggende, testi sacri, romanzi, film, serie televisive, community, giochi sofisticati e immersivi, in un universo che si espande continuamente al di fuori del perimetro della storia narrata.

 

…da una serie non propriamente infinita di australopitechi simili a scimpanzé è derivato un assortimento ancora meno infinito di ominidi bipedi, e poi…un altro gruppo piuttosto definito di primati meno pelosi. E, in un lasso di tempo assolutamente non infinito, uno di questi primati assolutamente non infinito ha effettivamente scritto l’Amleto (Jiro Tanaka, cit. da J. Gottschall).

 

Siamo immersi nelle storie come i pesci nell’acqua, anche se non ci è noto il perché nè la direzione né come navigare, scrive Jonathan Gottschall in L’istinto di narrare (Bollati Boringhieri). La scienza ha provato a spiegare come funziona la costruzione e la condivisione di complesse architetture narrative ma non ci dice perché, fin da piccoli, mentre camminiamo, ci vestiamo, scriviamo una relazione per il capo, in ascensore, o tra le brume dei sogni, ci inoltriamo nella selva del racconto e mettiamo in scena l’eterna lotta tra Bene e Male, sperimentiamo felicità, desideri, paura e orrore, dipingiamo scenari foschi, facciamo scorrere fiumi di sangue.

 

In tanti si sono addentrati negli ingranaggi di questo delicato meccanismo per capire quale sia la sua funzione e se abbia un senso. E’ stato detto che le storie ci consentono di vivere meglio e di imparare, ci aiutano a rispondere alle paure e ai problemi che ci assediano ogni giorno, a sentirci parte di una comunità riunita attorno a valori comuni, di manipolare e condizionare le vite altrui, di creare mondi esperienziali sempre più raffinati e interattivi. Ma qualunque sia la risposta, questa non cancella l’ essere parte da sempre di una fitta rete di narrazioni che i nostri progenitori ci hanno lasciato in eredità per dare ordine al presente e costruire il futuro.   Consegnandoci un gomitolo per non perdersi nel labirinto sempre più intricato di una realtà che imita la finzione e di una finzione alimentata dalla realtà, dove sovrapposizioni e comunioni possono rivelarsi più pericolose di qualsiasi Minotauro.

 

Ma è …passeggiando nei boschi narrativi che abbiamo potuto capire anche il meccanismo che permette l’irruzione della finzione nella vita, talora con risultati innocenti e gradevoli … talora trasformando la vita non in un sogno ma in un incubo. Riflettere sui complessi rapporti tra lettore e storia, finzione e realtà, può costituire una forma di terapia contro ogni sonno della ragione, che genera mostri. (Umberto Eco, Sei passeggiate nei boschi narrativi)

 

 

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09. giugno 2014 by Anna Puleo
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