Rileggere i classici: Conversazioni in Sicilia di Elio Vittorini

E io finii di fumare, finii di ricordare. Smisi di piangere… Questa fu la mia conversazione in Sicilia durata tre giorni e le notti relative, finita com’era cominciata.

Scritto tra il 1937 e il 1939, stampato da Bompiani in doppia edizione, grazie al successo ottenuto, nel 1941, Conversazioni in Sicilia è considerato uno dei testi fondamentali non solo di  Elio Vittorini ma  della letteratura del Novecento.

Conversazioni è il viaggio compiuto da un uomo inquieto e senza speranze, “in preda ad astratti furori …per il genere umano perduto” e col capo chino, verso le origini,  la propria terra, la Sicilia, un ritorno alla sua storia e ai suoi miti, all’infanzia e alla famiglia amata-odiata dalla quale fugge a sedici anni. In tre giorni e tre notti Silvestro, il narratore, novello Edipo in Sicilia, torna, dopo aver ‘simbolicamente’ ucciso il padre, dalla madre, che lo conduce, nelle vesti di un Virgilio al femminile, tra i gironi della miseria e del degrado, tra rottami cui di umano ormai resta ben poco, all’interno dell’universo femminile e della sessualità, tessendo e ritessendo i fili della storia familiare. La madre (Concezione) passerà il testimone a un enigmatico arrotino (Calogero) che scende con lo scrittore “nel cuore puro della Sicilia”, la bottega di Porfirio, dove conoscono Ezechiele.

conversazioni in sicilia copNelle ultime tappe del viaggio Silvestro trascorre la notte al cimitero, insieme a Liborio, il fratello morto in guerra, per ritrovare, la mattina, davanti alla statua di una donne “nelle sue dimensioni due volte il naturale e la sua pelle liscia di bronzo”, i personaggi incontrati all’inizio del viaggio, sul treno che lo porta in Sicilia, insieme alla determinazione a ritornare al Nord. Nell’epilogo, Silvestro torna dalla madre e la coglie inginocchiata a lavare i piedi di un vecchio dai capelli bianchi (il nonno, il padre?).

Libro complesso e magmatico, e tuttavia attualissimo, nell’ imporre al lettore diversi piani di lettura e una attenzione vigile nella decifrazione dei molteplici segni e simboli di cui Vittorini ha disseminato il testo, come una sorta di mappa del tesoro che guida nella discesa nel ventre materno e in quello della Sicilia, conducendolo sulle rotte della biografia, personale e familiare (il ruolo cruciale del nonno nella vita di Elio/Silvestro, il padre, attore e poeta, la fuga dalla Sicilia), del mito,  della politica. Lambendo i confini del discorso vittoriniano sul ruolo dello scrittore nella società, che ne distingue  l’impegno morale e sociale da quello politico.

…la Sicilia … è solo per avventura Sicilia; solo perché il nome Sicilia mi suona meglio del nome Persia o Venezuela. Del resto immagino che tutti i manoscritti vengano trovati in una bottiglia.

Siamo in pieno fascismo e lo scrittore, vuoi per sfuggire alla censura che per scelta di campo, come scriverà più tardi, fà dei suoi personaggi i simboli viventi di una realtà prismatica e drammatica, nella quale “infuriano pestilenze e guerre”, che lo travolge, guidando la narrazione. Così Concezione è la “madre-sintesi” di tutte le madri, compresa quella primigenia, i bambini, incarnano il mito dell’infanzia (negata), il Gran Lombardo, uno dei personaggi incontrati nel corso del viaggio, è l’epitome di tutti gli “uomini indomiti e irrequieti” mentre l’uomo Ezechiele, al quale Vittorini fa ripetere come un mantra che l’uomo soffre non per sè stesso ma per “il dolore del mondo offeso”  (e dove c’è “dolore per il mondo c’è acqua viva”),  riporta il discorso a una condizione umana fatta di dolore, sofferenza e morte ma anche alla possibilità di superarne i confini.

Ragazzo, uno non chiede che carta e vento, ha solo bisogno di lanciare un aquilone. Esce e lo lancia; ed è grido che si alza da lui, e il ragazzo lo porta per le sfere con filo lungo che non si vede, e così la sua fede consuma, celebra la certezza. Ma dopo che farebbe con la certezza? Dopo, uno conosce le offese arrecate al mondo, l’empietà, la servitù, l’ingiustizia tra gli uomini, e la profanazione della vita terrena contro il genere umano e contro il mondo. Che farebbe allora se avesse pur sempre certezza? Che farebbe? Uno si chiede. Che farei, che farei ? mi chiesi.

Sospese in un’atmosfera cupa e tragica, a volte apocalittica, le parole appaiono chiuse “in un eco e in enigma” come scrive Edoardo Sanguineti, quasi a scontare lo scarto tra i naturali limiti di qualsiasi entità linguistica di fronte alla realtà, fino a diventare puro segno.

Io cercai in me stesso e intorno a me stesso in qual modo avrei potuto svoltare verso uno stile che mi permettesse di dire la cosa che avevo da dire (Prefazione a Il garofano rosso).

eliovittorini 2 wo1_500La narrazione procede con un movimento elicoidale, a volte sinuoso e avvolgente, a volte tortuoso e indifferente alla difficoltà del lettore di non perdersi nel percorso irto di ostacoli creato dal narratore, in una storia che ha una trama solo apparente, che si sviluppa per immagini, flash temporali, visioni pittoriche, tòpoi letterari e ideologici.Un assaggio di quella ricerca poetica e stilistica consolidata nella produzione successiva e condivisa all’interno di quel laboratorio che fu in quegli anni l’Einaudi insieme a Calvino, Pavese, Ginzburg, Fenoglio.

I cui contorni si intravedono anche nel titolo originariamente scelto dall’autore, Nome e lagrime, ma che divengono espliciti in quello definitivo. Che rimanda al significato platonico dei dialoghi come strumento di decostruzione –e ricostruzione- della realtà visibile in nome del Bene comune. Ma le Conversazioni costituiscono anche lo specchio da varcare per consentire alla parola di aprirsi e di sprigionarsi in tutti i suoi significati, stipati all’interno del testo. Tornando al potere della parola poetica e della letteratura di guardare alla realtà e di  “trasformare la sostanza delle cose”,  guidandoci nella tempesta con le armi di una narrazione che non ha inizio né fine, eterna.

È in ogni uomo di attendersi che forse la parola, una parola, possa trasformare la sostanza di una cosa. Ed è nello scrittore di crederlo con assiduità e fermezza. È ormai nel nostro mestiere, nel nostro compito. È fede in una magia: che un aggettivo possa giungere dove non giunse, cercando la verità, la ragione; o che un avverbio possa recuperare il segreto che si è sottratto a ogni indagine… Io non ho mai aspirato “ai” libri; aspiro “al” libro; scrivo perché credo in “una” verità da dire… Ma un libro non è soltanto “mio” o “tuo”, non rappresenta solo il “mio” contributo alla verità, il “mio” sforzo di ricerca della verità e la “mia” capacità di realizzazione letteraria. Un libro è un riflesso più o meno diretto, e più o meno contorto, più o meno alterato, della verità obbiettiva. (Prefazione a Il garofano rosso).

 

 

 

 

 

 

 

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16. aprile 2015 by Anna Puleo
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