Ricordando Vittorio Taviani e Milos Forman

Non so spiegare neanch’io il perché, ma quando penso al cinema dei fratelli Taviani la prima immagine che emerge è quella di un bambino chiuso in uno spazio buio e angusto che, cercando di esorcizzare la paura e l’umiliazione della punizione subita, recita una filastrocca, <<San Michele aveva un gallo bianco rosso verde e giallo, e, per addomesticarlo, gli dava latte e miele…>>, destinata a essere ripetuta come un mantra anche da adulto.

 

Questa scena mi conduce subito dopo da un’altra parte, nello spazio chiuso di un manicomio nel quale un uomo porta una ventata di ribellione e di vita. <<Gesù, voialtri non fate altro che sanmicheletavianilamentarvi di stare in questo posto. Ma non ce l’avete il coraggio di andarvene via da qua dentro? Ma che cosa vi credete di essere, vacca troia? Pazzi? Davvero? Invece no. E invece no. Voi non siete più pazzi della media dei coglioni che vanno in giro per la strada, ve lo dico io>>.

La prima inquadratura appartiene a San Michele aveva un gallo che porta la firma di Paolo e Vittorio Taviani, la successiva a un vero e proprio cult-movie come Qualcuno volò sul nido del cuculo, diretto da Miloš Forman, che nel 1976 fece incetta di Oscar (ben cinque), Golden Globe, dei prestigiosi Bafta, dei David di Donatello e di un fiume di altri premi.

Due film che rimandano al miglior cinema d’autore, ma anche capaci di condensare in poche immagini il Sessantotto, di cui quest’anno celebriamo il mezzo secolo.

San Michele aveva un gallo datato1972 ma uscito nelle sale quattro anni dopo, ispirato da un racconto di Lev Tolstoj, Il divino e l’umano, attraverso la figura di un anarchico, Giulio Minieri, eroe romantico che tenta, senza successo, di far sollevare un piccolo paese umbro (siamo nel 1870), racconta l’utopia rivoluzionaria e il suo mesto addio di fronte al nuovo che avanza, portato dai venti dell’ industrializzazione e del socialismo scientifico. La ribellione individuale, il socialismo utopico e l’analisi marxiana dei processi storici e sociali sono tutti temi che penetrarono nel dibattito del Sessantotto, percorsi in lungo e in largo nel decennio successivo, al centro della riflessione dei Taviani e di Forman.

Qualcuno volò sul nido del cuculo, del 1975, tratto da un romanzo di Ken Kesey, è uno splendido

P4847-0140, 4/1/08, 2:17 PM, 16G, 5536x7856 (344+80), 100%, Custom,  1/80 s, R42.7, G27.0, B52.0

spaccato, duro e visionario, dell’universo segregazionario, rappresentato dall’ ospedale psichiatrico di Salem (the cuckoo’s nest, nido del cuculo è un’espressione gergale che indica il manicomio), con cui un altro anarchico sui generis, Randle McMurphy, interpretato da uno straordinario Jack Nickolson in uno dei ruoli più importanti della sua carriera, come un ciclone inarrestabile ingaggia un corpo a corpo senza esclusioni di colpi, che pagherà a caro prezzo. Siamo negli anni caldi dell’antipsichiatria, Foucault nelle lezioni al Collège de France esamina le tecniche usate per controllare la follia, fa dell’ospedale psichiatrico un laboratorio ideale per verificare gli strumenti sempre diversi con cui si esercita il potere. Sono gli anni in cui Basaglia sovverte regole e pregiudizi nel manicomio di Gorizia e poi a Trieste, e studiosi come Thomas Szasz e David Cooper con i loro esperimenti mettono in discussione l’idea stessa di follia nelle sue variegate ramificazioni.

Ad unire Milos Forman e Vittorio Taviani, è non solo uno scherzo del destino che ce li ha sottratti a poche ore di distanza l’uno dall’altro, quanto lo sguardo rigoroso e lucidissimo sul mondo e una tensione cosqualcuno-volo-sul-nido-del-cuculo_a-G-12198953-8363134tante nello smascherare i volti sempre dissimili, e tuttavia uguali nella loro pericolosità, del potere. Lo avevano fatto da due punti visuali diversi eppure speculari.

Forman con sguardo affilato e un talento narrativo non comune negli anni ’60, insieme alla nuova onda del cinema cecoslovacco, aveva messo a nudo l’etica del lavoro e i paradossi del socialismo reale, lo straniamento delle ultime generazioni di fronte all’ universo rigido e monolitico dei padri, l’atmosfera asfittica e paradossale della Praga in mano alle truppe russe. Lui era stato fortunato, era riuscito a lasciare il paese e a sbarcare negli States, dove porta il suo occhio anticonformista e ribelle, per cogliere vizi e virtù della middle class (Taking off), la ventata della contestazione e della controcultura (Hair), il periodo proibizionista (Ragtime) raccontando ancora una volta il lato prepotente e oscuro del potere e della ribellione di irregolari come Larry Flint, l’editore del porno che ingaggiò una serrata battaglia legale davanti alla Corte suprema per la libertà d’espressione, o come frate Lorenzo, che vuole cambiare il mondo, prima dalle file dell’Inquisizione poi come ministro di Bonaparte, protagonista de L’ultimo inquisitore, o, ancora, come il genio inquieto e straripante di Mozart nel suo secondo film di successo internazionale, Amadeus.

Vittorio Taviani, insieme a suo fratello Paolo, coppia inseparabile nella vita e nell’arte, aveva scelto lasan michele 1 strada della narrazione della storia italiana, e di quel sottile eppure solido filo rosso che percorre gli eventi più lontani, con i suoi tormentati sommovimenti, il velo che occulta gli artigli affilati del potere, la corruzione e il trasformismo sempre in agguato, evocati splendidamente dai capolavori di Tomasi di Lampedusa e De Roberto e dai due registi in film come San Michele aveva un gallo, Allosanfan, alle lacerazioni del periodo fascista e della guerra (La notte di San Lorenzo) fino ai tempi nostri, in pellicle come Padre padrone, quadro fedele di un mondo rurale e violento, o I Sovversivi, che anticipa il Sessantotto, fino ai più recenti Cesare deve morire e Una questione privata, nei quali Shakespeare e Fenoglio prestano personaggi e vicende ad una Storia destinata ineluttabilmente a ripetersi.

Il regista ceco in un’intervista su L’inquisitore dichiarò che non era un film storico perché quella storia di inquisizioni, di torture e prigioni, che Goya aveva ritratto nei Disastri della Guerra e nei Dipinti neri, evocavano altre inquisizioni, altre torture e prigioni, che ritorneranno, secoli dopo, nella Cecoslovacchia invasa dai carri armati sovietici e sottoposta alla ferrea morsa della ‘normalizzazione’ o nell’Iraq occupato dagli americani (il film è del 2006). Milos Forman, come Vittorio Taviani, era convinto che raccontare una storia, qualunque essa sia, significa fare politica, perché fare arte, alla fine, è fare politica, per evocare ogni volta quel sonno della ragione che genera mostri.

 

 

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18. aprile 2018 by Anna Puleo
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