Ricordando Corrado Alvaro a sessant’anni dalla morte

Il 2016 è stato l’anno dei grandi anniversari letterari, da Shakespeare e Cervantes all’ Orlando Furioso di Ludovico Ariosto. A questi ne va aggiunto un altro. Anche se non sono in tanti, soprattutto in Calabria,  a ricordarlo,  ricorrono in questi mesi sessant’anni esatti da che Corrado Alvaro ci ha lasciato. Tenta di colmare questo silenzio  il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università della Calabria con un convegno il prossimo 16 novembre che ripercorre la parabola di vita e letteraria dello scrittore di San Luca a confronto con autori come Pasolini, Pirandello, Vittorini, Verga, Roth, in una proiezione ideale della Calabria verso il Mediterraneo e, a nord, verso l’Europa.

corrado-alvaroAlvaro tra Calabria, Mediterraneo ed Europa, cerca, con l’aiuto di docenti e studiosi dell’opera alvariana, di fare il punto su uno degli intellettuali più influenti e prolifici del Novecento, romanziere, saggista, memorialista, giornalista, poeta, ma anche animatore della vita intellettuale italiana del suo tempo, autore di teatro, critico, collaboratore delle più autorevoli testate dell’epoca.

Alvaro traduce l’esperienza diretta della guerra (anche lui, come Ungaretti, Lussu, Gadda, Savinio, prese parte al primo conflitto mondiale) e le riflessioni sul filo rosso che la unisce al fascismo e alla seconda esperienza bellica in Poesie grigioverdi e in Vent’anni, romanzo a carattere fortemente autobiografico. Lo sguardo verso la storia del Novecento si dilata via via in una meditazione su regimi e dittature, dopo un viaggio nella Unione Sovietica degli anni ’30, ne L’uomo è forte. Ma è il Meridione e la Calabria, la terra-madre che attira e respinge, con la sua storia millenaria, i suoi miti, gli eroi e le eroine di ieri e di oggi, a offrire allo scrittore un bacino immenso al quale attingere per le sue storie. Dai racconti di Gente d’Aspromonte  a quelli de L’amata alla finestra Alvaro si muove con agio tra verismo e surrealismo, tra antropologia e psicanalisi, tra città e campagna, storia e mito, ribellione e rassegnazione, scolpendo nella roccia personaggi memorabili e senza tempo.

Come la Melusina protagonista di uno dei suoi racconti più famosi, che cede all’imposizione del padre-padrone e alle  lusinghe di un bel pialvaro-libri-1ttore venuto dal nord che vuole ritrarla -e rubarle l’anima-, e alla fine  trova la forza di ribellarsi a chi ne ha calpestato la dignità, che nasconde  forse lo stesso autore, ancora adolescente quando fugge da San Luca per trasferirsi a Catanzaro e poi a Roma. Ma Melusina non siamo tutti noi? E Antonello che si consegna alla giustizia, anzi alla Giustizia con la maiuscola (“Finalmente, disse, potrò parlare con la Giustizia. Ché ci è voluto per poterla incontrare e dirle il fatto mio”), non prima di essersi vendicato del padrone del paese, che ha ridotto la sua famiglia al lastrico e di farsi brigante? E la Capitana, che guida la sommossa popolare?

“Non capisce l’Italia chi non capisce l’Italia meridionale”, scrive Alvaro. Per il quale il Sud è il punto cardinale da cui si misurano la malattia e la salute del mondo: a cominciare dai poveri, che in Calabria allora erano tra i poveri più poveri dell’Europa: per finire ai ricchi, vittime pur esse disgraziate di una condizione che non risparmia nessuno degli abitanti di un piccolo paese calabrese, che poi è quello natale di Alvaro, San Luca. Lì i benestanti si godono come privilegio il piacere della sopraffazione: desiderio massimo di questa gente ridotta a vivere al livello delle bestie.

Così scrive Walter Pedullà ne Il mondo visto da sotto (Rubbettino, 2016), che sottolinea i temi portanti della visione alvariana: l’ansia di riscatto e di giustizia, puntualmente frustrati, la violenza e la ferocia di una collettività soggiogata e calpestata, in Aspromonte come a Bronte, il fallimento di qualsiasi tentativo di rinascita.

O gente, diceva quella voce. O voi tutti che siete poveri, che soffrite e che vi arrabbiate a vivere!“. Non alvaro-ventanni-2ricorda il mondo offeso di Conversazioni in Sicilia di Vittorini? E quel mondo rurale che coltiva nel proprio seno forze ancestrali pronte a scatenarsi quando si sentono minacciate, non rimanda forse a Pasolini, non evoca le pagine migliori di autori come Cormac McCarthy  e Eduardo Galeano?

Ma Alvaro non è solo uno straordinario narratore, ma è anche anche viaggiatore curioso. Come inviato, si divide tra Parigi e Berlino -dove conosce Benjamin e Adorno-, viaggia tra la Russia, la Scandinavia, la Turchia, dove raccoglie di persona e legge con acume e lucidità  vicende che segneranno un’epoca. Usando le armi del giornalista e quelle del narratore compie altri viaggi, non  più nello spazio ma nel tempo, alle radici della civiltà magno-greca (La lunga notte di Medea, una delle tragedie più importanti dei nostri tempi) e  ancora avanti, verso i grandi pensatori, dall’abate Gioacchino a Tommaso Campanella (“uno dei precursori del donchisciottismo”) a Leonzio Pilato e Bernardino Telesio, come a voler ricostruire una genealogia tutta calabrese del pensiero occidentale, per poi tornare al suo tempo, esplorandolo in lungo e in largo, dal ventennio fascista alla Resistenza, dalle lotte contadine al dialogo tra cattolici e socialisti alla mai risolta questione meridionale, in centinaia di articoli e reportage su quotidiani e settimanali.

Il ‘giornalismo di Alvaro è anche questo. Radici profonde e rami che si allargano in ogni direzione. Tutti i rami del sapere, cominciando dalla storia, che questo giornalista si porta sempre dietro per capire i popoli più diversi: e che diversi è bene che rimangano… Da un’arte all’altra (architettura, letteratura, teatro, cinema, danza, pittura, musica) in ognuna cercando il connotato specifico. … Da molti punti di vista, che Alvaro sapeva mescolare. (W. Pedullà, Il mondo visto da sotto)

Da un’ottica multipolare guarda al nostro tempo, che ‘muore di bellezza‘ proclamando come in un rinnovato paganesimo il proprio diritto alla gioia, un tempo spietato che ha aperto le porte a un’epoca di uomini soli, avidi di denaro e cose. Così lo scrittore di San Luca non esita a denunciare l’impostura della società italiana, una società profondamente incisa dall’opportunismo e dal trasformismo, nella quale si riflette una letteratura incapace di “elaborare una cultura piena“.  Una società alla quale sa di non appartenere e alla quale resta consapevolmente estraneo. Alvaro profeta, come un altro calabrese noto per la sua vocazione a vedere il futuro, l’abate Gioacchino.

Cercai di imparare cose che non sentivo e per cui non ero nato. E’ forse la mia storia intima. (C. Alvaro)

 

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09. novembre 2016 by Anna Puleo
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