Reset Modernity, una mostra per costruire l’ Atlante di un mondo che cambia

Il tempo gira fuori dai cardini scrive Shakespeare nell’Amleto. Una frase che ascoltiamo ogni giorno per strada, in ufficio o al supermercato. Viviamo in tempi confusi, pervasi dal disorientamento e dalla ricerca di punti di riferimento per ritrovare l’equilibrio perduto.

Ma se ai tempi di Galileo sorprendeva la notizia che la Terra si muovesse intorno al Sole, oggi siamo in affanno nel comprendere quello che accade sotto i nostri piedi, figurarsi nell’Universo. E se di fronte al cattivo funzionamento di qualunque marchingegno digitale ricorriamo al reset per ripristinare il meccanismo, oggi sembra più che mai necessario ricostituire gli strumenti che consentono di registrare i segnali confusi inviati dalla nostra epoca.

Prova a reset-modernity-thomas-thwaites-toaster-project-001farlo una mostra, Reset Modernity, che si è aperta allo Zkm di Kalshrue in Germania, in cui il suo curatore, il filosofo e antropologo francese Bruno Latour, tenta di tracciare una mappa del mondo e della Modernità. Lo fa usando gli strumenti dell’arte e della scienza, della filosofia e dell’azione politica in una combinazione sicuramente inedita.

Siamo convinti, spiega Latour, che la modernità è stato un modo per differenziare passato e futuro, nord e sud, progresso e regresso, ricchi e poveri, il radicale dal conservatore. Tuttavia, questa bussola, soprattutto in tempi di crisi ecologica, rischia di girare selvaggiamente in tondo senza offrire più una direzione. E’ giunto il momento di resettare tutto, di fermarsi per un po’, ricalibrare gli strumenti che ci consentono di registrare e riordinare i segnali, per sentire di nuovo dove siamo e dove potremmo andare. Ma resettare significa anche rinunciare alla vecchia segnaletica e trovarsi spaesati in una zona d’ombra in cui è necessario recuperare nuove indicazioni, ripensare principi e valori.

Il che ci può lasciare disorientati a lungo se non troviamo vie d’uscita. Disorientamento/riorientamento sono le due direttrici su cui opera l’allestimento, che reset-modernity-3mette in scena un mondo in preda al caos, chiuso nella caverna platonica, ma anche dotato degli anticorpi necessari a oltrepassare la soglia.

Una consistente fetta dell’umanità vive come se avesse a disposizione quattro pianeti. Ma ne abbiamo uno solo, che non gode peraltro di ottima salute. In questo contesto, non è possibile tenere ancora separati natura e società, saperi umanistici e scientifici, filosofia e politica, nel nome di valori e tradizioni da rinegoziare se vogliamo affrontare il futuro. Una sfida, che dietro l’angolo trova ad attenderla sempre il fallimento, come lasciano intendere Latour e gli artisti che animano i sei percorsi in cui si articola la mostra. Senza la quale tuttavia sembra difficile ritornare alla vita di sempre senza avere ben chiara la realtà del nostro mondo.

Non è nuovo a sperimenti di questo genere l’autore di La scienza in azione. Introduzione alla sociologia della scienza, Politiche della natura. Per una democrazia delle scienze, Disinventare la modernità, La fabbrica del diritto, Non siamo mai stati moderni, Cogitamus, animatore di un master in arti politiche alla Sciences Po di Parigi in cui fa dialogare artisti e scienziati, invitandoli a superare vecchi steccati, e che in occasione della COP21 ha messo in piedi con gli studenti una conferenza sul clima fuori da quella ufficiale, coinvolgendo nella discussione anche il punto di vista della gente e quello dei convitati di pietra, i grandi assenti al tavolo delle discussioni tra i leader mondiali: le foreste, i deserti, i mari.

Naturale evoluzione di questo percorso ‘militante’ di Latour, che ha toccato qualche anno fa anche la curatela, insieme Peter Weibel, di due mostre, Iconoclash e Making Things Public, da molti definite epocali, è Reset Modernity, dove si procede per salti, per finzioni e paradossi, accettando lo scacco, nell’intento di porre al centro della riflessione definizioni probabilmente da ripensare, come moderno e post-moderno, o i rapporti tra globale e locale, tra scienze e tecnologie, tra religione e politica. Accogliendo la sfida che il labirinto del tempo ci lancia da quando abbiamo messo piede su questo piccolo angolo dell’universo.

Nessuno può prendere sul serio l’idea di un reset della modernità, è assurdo. Eppure in un’esposizione è possibile creare le condizioni perché questa finzione diventi un oggetto di pensiero…Ciò non significa che si tratti di un progetto astratto, ma di un’occasione concreta perché il visitatore possa pensare in un altro modo…(Intervista a Bruno Latour a cura di Emanuele Quinz su Corriere. La Lettura 10 aprile 2016)

 

 

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29. aprile 2016 by Anna Puleo
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