Quell’ itanglese che ci piace tanto… ma #dilloinitaliano

E’ cominciato così, quasi per caso, dalla constatazione che l’inglese è diventato un morbo che dilaga nel nostro linguaggio quotidiano, tra i media come, da ultimo, nell’agone politico, e non necessariamente perché non riusciamo a tradurre alcuni termini in italiano. Sicuramente possiamo dire scrittore invece di writer, lavoro invece di job, spettacolo invece di show, e potremmo andare avanti a lungo.

logo-itangleseIl dizionario Hoepli definisce Itanglese “la lingua italiana usata in certi contesti e ambienti, caratterizzata da un ricorso frequente e arbitrario a termini e locuzioni inglesi”. Una frequenza che assume i contorni del maniacale, oramai, stando a una indagine della Agostini Associati che dimostra che dal 2012 al 2013, quindi solo in un anno, abbiamo usato il 440% di anglicismi in più nel nostro linguaggio. I termini più usati: Tablet al primo posto, cui seguono Call, Store, Smartphone, Revenue, e via discorrendo. E finché si tratta di finanza e tecnologia potrebbe anche passare ma se parliamo di food e fashion invece che di cibo e moda, campi che sicuramente dalle nostre parti conosciamo meglio che nella terra di Albione, il fenomeno diventa non solo paradossale ma preoccupante.

Così alla Agostini ci hanno pensato un poco e poi hanno deciso di scrivere il Codice Itanglese con una serie di regolette per capire se l’uso di un termine inglese sia accettabile o meno (qui il link). L’idea si diffonde nel web e viene ripresa da Annamaria Testa, che alle parole e al loro uso corretto si affida per il suo lavoro da sempre, che lancia su Change.org la petizione #dilloinitaliano con la quale chiede all’ Accademia della Crusca di invitare governo, amministrazioni pubbliche, media e imprese, a parlare un po’ di più in italiano.

 Che il politichese, la tendenze pigra all’imitazione e l’ (ab)uso dello slang (ben diverso dal dialetto che è annamaria testa 0_nparte importante del nostro sistema culturale) in qualsiasi contesto, stiano mortificando quella che è la quarta lingua più studiata al mondo, parlata in sei Paesi, Italia compresa, è ormai un dato di fatto. Lo scopo dell’iniziativa non è tuttavia quello di preservare una ‘purezza’ linguistica che non esiste più da nessuna parte, visto che viviamo in un mondo globalizzato e che lingue -e chi li usa- vivono di scambi e contaminazioni reciproche. Le motivazioni per Annamaria Testa stanno invece altrove, come spiega nella petizione.

 

1) Adoperare parole italiane aiuta a farsi capire da tutti. Rende i discorsi più chiari ed efficaci. È un fatto di trasparenza e di democrazia.
2) Per il buon uso della lingua, esempi autorevoli e buone pratiche quotidiane sono più efficaci di qualsiasi prescrizione.
3) La nostra lingua è un valore. Studiata e amata nel mondo, è un potente strumento di promozione del nostro paese.
4) Essere bilingui è un vantaggio. Ma non significa infarcire di termini inglesi un discorso italiano, o viceversa. In un paese che parla poco le lingue straniere questa non è la soluzione, ma è parte del problema.
5) In itanglese è facile usare termini in modo goffo o scorretto, o a sproposito. O sbagliare nel pronunciarli.
Chi parla come mangia parla meglio.
6) Da Dante a Galileo, da Leopardi a Fellini: la lingua italiana è la specifica forma in cui si articolano il nostro pensiero e la nostra creatività.
7) Se il nostro tessuto linguistico è robusto, tutelato e condiviso, quando serve può essere arricchito, e non lacerato, anche dall’inserzione di utili o evocativi termini non italiani.
8) L’italiano siamo tutti noi: gli italiani, forti della nostra identità, consapevoli delle nostre radici, aperti verso il mondo.

La richiesta diventa virale e attira quasi 70 mila sostenitori, stimolando il dibattito (rilanciato su Nuovo e Utile e Internazionale), tra quanti -tanti- non  aspettavano altro che qualcuno prendesse l’iniziativa. C’è chi firma perché gli anglicismi sono un segno di provincialismo, o perché “le lingue danno i nomi alle differenze” o, ancora, perché si è stanchi di vedere stuprata la nostra lingua, chi lo fa in nome di Dante e Montale e chi si sente meglio in una libreria che in un bookshop, e c’è chi non capisce come la lingua della musica sia svenduta per uno snack o un happy hour e chi, con sguardo sornione, pensa che non vorrebbe sentire dire al proprio funerale: che splendida location.

A raccogliere la palla, da Nord a Sud, e persino fuori dall’Italia, ci sono docenti, studenti, giornalisti, scrittori, intellettuali. Anche Claudio Marazzini, il Presidente dell’Accademia della Crusca, fa propria l’iniziativa e, anzi, la rilancia, annunciando l’istituzione a breve di una piattaforma di analisi e discussione in Rete.dillo in italiano logo

“Dirlo in italiano” –scrive Michele Serra in L’Amaca su Repubblica- ha significato, per generazioni di connazionali usciti dall’ignoranza e dalla subalternità, conquistare dignità culturale e identità nazionale.

Rinunciare alla “ grande ricchezza lessicale ed espressiva della nostra lingua”, come la definisce Marazzini, significa dunque rinunciare un po’ alla volta a noi stessi, a quel nocciolo duro che fonda la nostra storia e il nostro patrimonio culturale.

Come scriveva qualche tempo fa Marie Cardinal in quel libro splendido che è Le parole per dirlo, le parole sono astucci, fedeli custodi di una materia vitale in cui c’è tutto, “la sfiducia, la paura, l’incomprensione, la volontà, l’ordine, la legge, la disciplina, ma anche l’affetto, l’amore, la dolcezza, il calore, la libertà”. Saperle usare vuol dire esprimere sentimenti ed emozioni, riordinare il proprio pensiero per renderlo più fluido e trasmetterli con chiarezza agli altri. Fare tutto questo comporta inevitabilmente anche riconoscere l’altro come mio interlocutore (soggetto, e non oggetto, dialogante) e prendersene cura. Il che oggi non è poco.

 

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12. marzo 2015 by Anna Puleo
Categories: writing and more | Tags: | 1 comment

One Comment

  1. Articolo molto interessante

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