Quel giorno che Muhammad Ali disse: Hai comprato lo spettacolo non la mia vita

Non sono appassionata di boxe, confesso che non mi piace, lo considero uno sport brutale. Ma Cassius Clay lo ricordo bene, quando era sul ring tutti gli sguardi erano puntati addosso a lui, che sembrava danzare  attorno l’avversario, lo provocava, sferrava pugni micidiali e li riceveva, sempre con la stessa espressione negli occhi.

Dentro c’era fierezza, decisione, sfida, ribellione a un ordine creato da bianchi per i bianchi, che relegava l’Altro, chi non era bianco e non soggiaceva allo stesso modello di pensiero, ai confini del proprio universo.

Per questo quel giorno Cassius Clay era andato a conoscere Malcolm X, accettando di combattere non solo sul ring ma anche a fianco dei fratelli neri. Appartenevano a due mondi diversi, i due, ma “c’era qualcosa in quel giovane pugile …alcune qualità contagiose …che (lo) incuriosirono. Ancora non lo sapeva ma presto avrebbe capito che nel suo mondo c’era posto per Casali malcolm x 9701dd41f56-large36x25_ObitMuhammadAli_Ota9sius Clay”, scriveranno Randy Roberts e Johnny Smith nel libro Blood Brothers: The fatal Friendship between Muhammad Ali and Malcolm X.

Clay non aveva le qualità intellettuali e oratorie di Malcolm ma la statura del combattente e il carisma sì, guadagnati faticosamente sul campo. Inizia a seguire gli incontri del NOI, la Nazione Islamica, spendendosi ovunque, prima in modo più defilato poi mettendoci la faccia, anche se può costargli la carriera. Così aderisce alla fede islamica e cambia, come ha fatto Malcolm, il nome (il suo nome da schiavo, diceva) in Mohammad Ali. La sua visione religiosa e politica si consolida sempre più fino al rifiuto di partire per il Vietnam, che gli costa il titolo mondiale e la possibilità di combattere per tre lunghi anni.

I miei nemici sono gli uomini bianchi, non i Vietcong. Non ho mai litigato con questi Vietcong. I veri nemica della mia gente sono qui. La mia coscienza non mi lascerà sparare ad un mio fratello, o a persone dalla pelle più scura, ai poveri, agli affamati, per la grande e potente America. E sparare per cosa? I Vietcong non mi hanno mai chiamato negro.

Se l’intento dell’establishment era di punire una volta per tutte questo ragazzo nero dalla lingua affilata, ebbene, il tentativo fallì clay alimiseramente perché The Greatest al suo rientro in campo dimostra di essere ancora il migliore di tutti, sbaraglia gli avversari, conquista nuovi titoli, praticando una boxe potente, veloce e spesso ‘creativa’, che entusiasma il pubblico anche se mette a dura prova il suo team.

In uno degli incontri passati alla storia provoca per tutto il primo round Foreman (molto più forte e allenato di lui), sopporta nei successivi i suoi colpi martellanti e, ai primi segnali di cedimento dell’ avversario, lo manda a terra. Non è più abile a schivare con agilità i colpi ma ha imparato a incassarli. Un’altra lezione di sport e di vita.

Come quella di considerare la boxe come un mezzo. Come dirà lui stesso, la sua forza, la velocità, l’abilità e la fantasia di pugile diventano il pretesto per gridare davanti ai microfoni e agli schermi di mezzo mondo il disagio, la protesta, il dolore degli afroamericani, lo strumento per fare conoscere la lotta sua e dei fratelli neri. E’ una rivoluzione copernicana: la personalità, il linguaggio di un nero prende il sopravvento sulla voce dei media e detta i tempi dello spettacolo, come scrive Gianni Minà.

E’ la sua cifra stilistica, il suo modo di essere Ali. Che non lo abbandona neanche quando vola a Cuba per incontrare Fidel o quando incontra Obama, Nelson Mandela, il corpo minato dal Parkinson ma gli occhi muhammad ali castro cf7021eb38vivaci e mobili piantati sull’interlocutore. Muhammad Ali non è stato solo un campione nello sport, forse il più grande di tutti i tempi. E’ stato anche un simbolo di coerenza, identità, orgoglio e militanza per milioni di neri. La boxe è boxe ed è vita scrive Joyce Carol Otes in On boxing, e il ring diventa il luogo dove ti giochi tutto, dove impari che la vita ti dà tanto ma a un certo punto si riprende quel che ti ha dato e allora devi accettare anche di incassare, di aggiustare il tiro, di cambiare strategia. E sul ring impari che la vita è tua e non può essere venduta a nessun prezzo, compreso un titolo mondiale. In tempi come questi, in cui lo sport è infestato dalla corsa sfrenata ai soldi, al potere, al successo a qualsiasi costo, ancora una lezione da non dimenticare da The Greatest.

Una volta, prima del match di rivincita con Leo Spicks contro cui avrebbe conquistato per la terza volta il titolo mondiale…in una sera di malumore sosteneva di aver messo in castigo i giornalisti accusati di essere scorretti. Ma avendo una particolare simpatia per me, aveva deciso di derogare e concedermi un’intervista prima dell’incontro. Non avevamo neanche incominciato il dialogo che come un ossesso era arrivato il producer dell’Abc, il network che aveva l’esclusiva di quello spettacolo da New Orleans. “Come ti permetti! –aveva urlato- di parlare con questo italiano dopo aver negato l’intervista a tutti, perfino a noi che abbiamo pagato questo show!”. Alì, steso mollemente sul canapè della sua suite, a quel punto si era raddrizzato e, rivolto al manager, aveva detto, improvvisamente serio: “Voi avete comprato il mio spettacolo non la mia vita”. (Gianni Minà, il Manifesto 5 giugno 2016)

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07. giugno 2016 by Anna Puleo
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