Pulitzer 2017: nelle immagini di Daniel Berehulak il grado zero dell’esistenza

Nel 2015 aveva vinto il Pulitzer per le sue foto su Ebola. Nel 2017 tocca ancora a Daniel Berehulak aggiudicarsi il prestigioso riconoscimento che premia il giornalismo, la letteratura e la musica, per aver rappresentato nei suoi scatti, pubblicati sul New York Times, le politiche brutali e repressive del governo filippino nei confronti di trafficanti di droga e consumatori, rivelando, con una potenza narrativa che le immagini riescono a dare a volte più di tante parole, il “cinico disprezzo della vita umana”, come recita la menzione.

philippines4Più volte vincitore del World Press Photo, nominato Fotografo dell’Anno nel 2014 e nel 2015 e Fotogiornalista dell’Anno nel 2016, Berehulak è figlio di genitori ucraini emigrati in Australia. Anche lui sa cosa significa oltrepassare i confini, geografici, sociali e culturali, quando raccoglie e traduce in immagini le impronte impresse dalla Storia sottraendole alla precarietà del tempo che passa e alla velocità con cui si consumano le notizie in un mondo inondato dal flusso continuo di informazioni. Ha visitato decine e decine di Paesi, ha documentato per prestigiose testate come il New York Times, le guerre afghane e il processo a Saddam, l’epidemia di Ebola e gli effetti di Chernobyl, il post tsunami in Giappone, una Kabul sospesa tra passato e presente, il terremoto in Nepal.

Nel suo reportage sulle Filippine sfilano giovani uomini, le mani legate dietro la schiena, la testa avvolta nel nastro da imballaggio, i corpi segnati dalle torture o crivellati dalle pallottole, con a fianco biglietti con macabri avvertimenti.

Ci stanno massacrandphilippines18o come animali, dice qualcuno tra la folla. Come un animale è stata uccisa Erika, insieme al suo ragazzo, una ‘Barbie insanguinata’ che giace come una bambola scomposta tra i rifiuti. Ma a essere massacrati sono anche i vivi, dissanguati da un dolore che non ha tregua, moltiplicato dalla ferocia delle esecuzioni. E le migliaia di detenuti, arrestati per strada o in retate di massa, che languono senza alcuna garanzia nello sconfinato inferno delle carceri, occupando a turno nelle celle i pochi spazi disponibili.

La macchina fotografica registra spietata il grido di dolore delle famiglie, la disperazione dei bambini, lo sguardo desolato e impotente dei detenuti ammassati come bestie dietro le sbarre, i corpi senza vita sulle strade bagnate dalla pioggia o accatastati nella morgue.

Senti la scena del crimine prima di vederla. Le grida disperate di una nuova vedova. La sirena spiegate delle auto della polizia che si avvicinano. Il tonfo, pum, pum, della pioggia che tamburella sul vicolo bagnato – e sul corpo morto.

Sono 57 i morti ammazzati ritratti in poco più di un mese a Manila da Daniel, 57 su oltre 3mila persone colpite dalle philippines6famigerate unità speciali anti-droga della polizia filippina. A essere presi di mira sono spacciatori e tossici che appartengono agli strati più poveri della popolazione, ma la mattanza colpisce anche personaggi in vista. Tutte vittime della guerra alla droga senza esclusione di colpi voluta dal presidente Dutarte, che insanguina da tempo le strade del paese e della corruzione dilagante. Immagini potenti che colpiscono allo stomaco, icone scarnificate di un potere sanguinario e violento che ci riportano al grado zero dell’esistenza.

Immagini che indignano e raggelano ma che, come scrive John Berger, impongono una riflessione perché esse, come quelle di guerra (di qualsiasi guerra), portano dentro di sé in qualche modo le contraddizioni di cui è gravida la fotografia, che nello scatto isola il momento, lo astrae dal reale, dalla continuità con gli altri momenti della nostra vita, segnando uno scarto netto rispetto al quotidiano. Quando il peso della nostra sofferenza si dilegua, e con essa l’indignazione, il “problema …perde interamente la sua valenza politica e la foto diventa la testimonianza della condizione umana in generale. Un’accusa contro tutti e nessuno” (J. Berger, Capire una fotografia)

 

 

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11. aprile 2017 by Anna Puleo
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