Prima persona plurale, il racconto di una generazione di Annie Ernaux

Nella foto, una donna bionda dal volto scarno segnato da rughe sottili, illuminato dagli occhi di un azzurro pallido. Dalle decine di foto sparse sul tavolo affiorano una bambina dalle trecce pesanti, una ragazza alta e provocante, una giovane donna che dietro l’aspetto solido e fresco nasconde il terrore della follia che avanza e la speranza nel potere salvifico della scrittura, una madre sorridente e solare, una donna arrivata alla soglia degli ‘anta, nevrotica, triste e disillusa.

annie-ernaux-ecriture-la-place-roman1Scatti che segnano lo scorrere del tempo, scandiscono le tappe di una vita e nello stesso tempo quelle di una generazione che nel corso del viaggio ha perso l’utopia e l’incanto, il ’68 e le lotte di protesta lasciati alle spalle, evaporati in una nuvola bruna che si allontana all’orizzonte.

Immagini nitide o sfocate che restituiscono i mille volti di un’esistenza avvitata intorno al movimento di un’intera generazione. Foto che insieme a voci, canzoni, film, trasmissioni tv, claim pubblicitari e liste di cose, eventi, sprazzi di emozioni si addensano in una wunderkammer che espone non semplici ricordi ma il polimorfico materiale prodotto da un secolo di storia, spazio delle meraviglie e della memoria necessaria in una società che ondeggia in un eterno presente e in una anonimia senza scampo , in cui uomini e donne senza volto e senza storia formano la “massa anonima di una generazione lontana”. Una realtà alla quale si può sfuggire solo attraverso la “lingua (che) continuerà a mettere il mondo in parole” e le immagini di ciò che siamo stati e siamo, che si raggrumano attorno ad un unico nucleo incandescente, per ricordarci che attraversiamo il mondo, lo spazio, il tempo semplicemente vivendo.

E più la memoria cessa di essere umiliata, più il futuro torna a essere un campo d’azione.

Il nastro della storia si srotola velocemente nella scrittura fluviale e adamantina di Annie Ernaux. Che ne Gli anni (L’Orma) caso letterario prima in Francia (dove è comparso nel 2008) poi in Italia dove si è aggiudicato lo Strega Europeo 2016, traccia le coordinate di una duplice biografia, l’una di Annie l’altra di tutta una generazione, che regolarmente si intersecano, si sovrappongono, si muovono all’unisono e in direzioni opposte. Dal dopoguerra ai fatti d’Algeria, dal Maggio alla liberazione sessuale, dalla deriva a destra al turbocapitalismo, sfilano i volti di De Gaulle, Mitterand, Malraux, di Sartre e della De Beauvoir, di Chirac e Sarko, le immagini del Vietnam e dell’11 settembre, le facce, i tic, le convenzioni e i luoghi comuni, il pesante fardello della quotidianità.

memoire-de-fille, annie ernaux 3Nella galassia-Ernaux l’io si alterna a un lei -che marca la distanza- e a un si impersonale (il soggetto inedito che rende Gli anni, un nuovo paradigma della scrittura del sé, secondo il traduttore, Lorenzo Flabbi), per cedere il passo infine al noi, sicchè singolo e collettivo si mescolano continuamente per diventare un tutt’uno, materia composita e rovente, da plasmare con attenzione, in cui fatti, vicende, personaggi della Storia diventano frammenti di un reale destinato a evaporare nell’irreale.

Più eravamo immersi in ciò che dicevamo essere la realtà –il lavoro, la famiglia- più provavamo una sensazione di irrealtà.

Storia individuale e collettiva, sembra voler significare la scrittrice francese, si costruiscono per frammenti, lacerazioni, scarti, che carsicamente emergono in superfice per inabissarsi subito dopo, sfuggendo al prevedibile e allo scontato per offrirsi in tutta la loro nudità. Scorrono inesorabili sullo schermo della memoria privata centinaia di fermo-immagini del passato che riflettono anche i segnali specifici di un’epoca, insistente ‘vociare’ di fondo che ci permette di esprimere “ciò che siamo e ciò che dobbiamo essere, pensare, credere, temere, sperare” e di ricostruire un tempo comune che restituisca la dimensione vissuta della Storia. Frammenti sottoposti ad una paziente, certosina opera di ricerca, esplorazione, narrazione, catalogazione. Gli anni diventa così il Repertorio di un‘epoca, malinconico e dolorante eppure vivo e pulsante, come La Recherche, spesso e volentieri evocata nel testo, lo è stata per il secolo precedente.

Écrire la vie. Non pas ma vie, ni sa vie, ni même une vie. La vie, avec ses contenus qui sont les mêmes pour tous mais que l’on éprouve de façon individuelle : le corps, l’éducation, l’appartenance et la condition sexuelles, la trajectoire sociale, l’existence des autres, la maladie, le deuil. Je n’ai pas cherché à m’écrire, à faire œuvre de ma vie : je me suis servie d’elle, des événements, généralement ordinaires, qui l’ont traversée, des situations et des sentiments qu’il m’a été donné de connaître, comme d’une matière à explorer pour saisir et mettre au jour quelque chose de l’ordre d’une vérité sensible. (A.Ernaux, Ecrire la vie, Gallimard)

Scrivere la vita, afferma la scrittrice in una delle sue opere più note, che meriterebbe d’essere tradotta, significa rappresentare non la mia vita o la sua ola-place-ernaux19_epicerie una vita qualsiasi ma la vita, quella vita universale cui partecipano il corpo, l’educazione, l’appartenenza sociale, la malattia, la morte, parti di un io (autosociobiografico, la Ernaux stessa lo definisce) non riducibile a un’entità fissa, individuale, ma attraversato da una molteplicità di voci che sono poi le voci degli altri, della società. L’intento non è dunque quella di fare della propria vita un’opera, bensì di servirsi della vita stessa, degli avvenimenti – ordinari – che la attraversano, insieme a situazioni e sentimenti vissuti, come di una materia viva da esplorare per cogliere l’ordine, la verità delle cose.

Temi largamente sondati di volta in volta in tutte le sue opere –Il posto, L’altra figlia, La femme gelée, La vie extérieure, L’événement, Non sono più uscita dalla mia notte, Une femme, L’usage de la photo- e che ne Gli anni assumono connotazioni diverse e più ampie.

Le voci, i commenti, le foto, gli inventari interminabili, il vociare che fa da sfondo alle nostre vite, finiscono per diventare così gli strumenti di una rivolta lenta e senza armi contro l’eterno presente di un “mondo di oggetti senza soggetti”, dominato dai media, dove tutto sfuma (“i fatti si eclissavano ancor prima di diventare narrazione”) e si disperde nel mare dell’indistinto e delle illusioni, che ci espropriano della profondità del tempo (rivelato dall’odore e dall’ingiallimento della corte o dalla sottolineatura della pagina), della nostra storia e del futuro.

E allora la sfida è  sottrarsi/ci all’oblio in cui ci confina una realtà in cui tutto nasce e muore alla velocità della luce,  ricostruire la trama degli eventi, delle circostanze che ci consentono di situarci in uno spazio-tempo preciso, dire “io c’ero”,  sottrarre al flusso vorticoso della storia il nostro rapido passaggio attraverso la narrazione e la restitutio ad unum dei molteplici frammenti che compongono la nostra vita, prima che si disperdano nel nulla le migliaia di parole con le quali abbiamo nominato le cose, i volti delle persone, ciò che abbiamo fatto e provato, le stesse con cui abbiamo “dato ordine al mondo” e che, forse, riusciranno a “salvare qualcosa del tempo in cui non saremo più”.

Il libro …allora rappresentava uno strumento di lotta. Quell’ambizione non l’ha abbandonata, ma adesso vorrebbe più che altro poter cogliere la luce che bagna volti ormai invisibili, tavole imbandite di vivande scomparse, quella luce che già c’era nelle narrazioni domenicali dell’infanzia e che non ha smesso di depositarsi sulle cose appena vissute, una luce interiore. Salvare… Salvare qualcosa del tempo in cui non saremo più.

 

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

12. gennaio 2017 by Anna Puleo
Categories: writing and more | Tags: , | Leave a comment

Leave a Reply

Required fields are marked *