Perché studiamo il latino e il greco

Mio nipote è entrato quest’anno al Liceo Classico. Come va con il latino e il greco? Ti piacciono? gli chiedo. Il greco tanto, più del latino, risponde. Ci sediamo a leggere qualcosa. Nella lettura in greco procede spedito. Incredibile, dopotutto non ha mai visto un testo in greco antico prima d’ora. Faccio un sondaggio tra i figli di amici, tanti mi confermano che le lingue antiche sono incredibilmente gettonate. Ne amano il ritmo, la musicalità, l’armonia, sono curiosi di conoscere un mondo che sembra lontano milioni di anni luce. E invece.

Invece ci puoi trovare tante cose. E’ vero che in poche pagine Proust ti propone una costellazione di emozioni musei-capitolini-ph-m-grassima, scrive Virginia Woolf in Del non sapere il greco (in Voltando pagina. Saggi 1904-1941, 2011), in Elettra o in Antigone

ci impressiona qualcosa di diverso, forse ancora più impressionante –l’eroismo, la fedeltà. Nonostante la fatica e la difficoltà è questo che ci attira ancora e di nuovo nei greci; l’essere umano stabile, permanente, originale si trova lì. Ci vogliono emozioni violente per provocarlo all’azione, ma quando siano in tal senso mossi dalla morte, dal tradimento, da qualche altra calamità primitiva, Antigone, Aiace ed Elettra si comportano come ci comporteremmo noi, se colpiti alla stessa maniera, nel modo in cui ci si è sempre comportati….

Figure, storie, emozioni che hanno varcato lo spazio e il tempo, sono arrivati fino a noi con una potenza evocatrice che lascia ogni volta sgomenti, ci coinvolgono nella loro lucida follia, pongono domande alle quali non sempre riusciamo a dare risposte, ci travolgono con le loro parole nelle quali ci smarriamo dopo aver cercato un punto di riferimento, un segno che ci conduca in un porto sicuro, che forse non esiste né esisterà mai.

Rappresentano, scrive ancora la Woolf , “qualcosa che è stato detto e durerà in eterno”, che continua a musei-capitolini-ph-marcello-grassirimandarci echi e riflessi di qualcosa celata da qualche parte dentro di noi, in un recesso oscuro dell’anima, se è vero che non è con l’intelletto che percepiamo la Verità. Come spiegarci altrimenti l’attenzione, che diventa poco a poco pura gioia, che destano in noi Omero, Platone, Sofocle, Esiodo, Eschilo, a Orazio e a Catullo. Quali reazioni scatena una lingua compatta, scarnificata intorno all’essenza delle cose, vitale e crepitante, che ci avvolge, comincia a vivere e ad agire dentro di noi, sottraendoci alla velocità, al caos, alla precarietà, alle angosce e alla vaghezza dei nostri tempi.

Il presente non basta (Mondadori), titola Ivano Dionigi il suo ultimo libro dedicato alla cultura classica e al latino, che mette in guardia dall’equazione Presente-Verità per riportarci alla madre comune, Roma, con la sua storia e la sua lingua, capace di liberarci dall’assedio del presente, di affrancarci dalla illusione di allargare la nostra visuale sul mondo grazie al web, di essere in grado di sostituire all’ io il noi per prepararci ad affrontare le numerose sfide che il futuro ci riserva.

Al saggio della Woolf si è ispirata di recente Andrea Marcolongo in La lingua geniale. 9 ragioni per amare il greco (Laterza), una lingua che rappresenta un modo di vedere lo scorrere dell’esistenza, che parla al passato e al presente ma non conosce il futuro, declina la fatica e la forza di esprimere il desiderio, che affianca al maschile e al femminile il genere neutro e al singolare e al plurale il duale.

Il tema è stato ampiamente sondato ripetutamente negli ultimi tempi. Claudio Giunta in un articolo uscito su Il Sole 24, La fine del classico come metonimia denuncia i pericoli che coppie binarie (Umanesimo/tecnologia, lingue morte/vive, tradizione/innovazione, conoscenza/competenza, teoria/pratica) ampiamente in uso, divulgate anche nei nuovi programmi scolastici, appositamente confezionati per evitare lo spopolamento dei licei a beneficio dei più prosaici istituti professionali, possono provocare nel nostro sistema scolastico.

Tutti d’accordo in ogni caso su come quella che era un tempo una regola aurea, la frequentazione dei classici e della bellezza, sia oggi relegata in una sorta di limbo dal quale fa’ capolino all’occorrenza, occupati come siamo a non farci distogliere dalle quotidiane frequentazioni con il web e i musei-capitolini5-20140306384507social, con l’ universo digitali e le lingue straniere.

Ma la scuola non deve tirare su solo piccoli ingegneri o futuri frequentatori della Sylicon Valley ma piuttosto formare tanto alla cultura umanistica che a quella scientifica, dare gli strumenti per comprendere ciò che si legge e la realtà che ci circonda, infondere una sana e inesausta curiosità intellettuale, insegnare che la storia non conosce cesure tra passato e presente e che ciò che stiamo vivendo oggi ha radici profonde in altre epoche, che ci hanno consegnato un patrimonio immenso d’ arte, storia, filosofia, letteratura e una visione del mondo da preservare e arricchire con le nostre conoscenze e non da chiudere in un baule a doppia mandata.

(Nelle immagini i Musei Capitoli visti da Marcello Grassi)

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04. novembre 2016 by Anna Puleo
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