Perché dovremmo essere tutti femministi: Chimamanda e le ragazze di Colonia

Allora tu sei una femminista? Sono trascorsi diversi anni da quando un ragazzotto in un liceo classico di provincia mi pose la fatidica domanda. E io, con la testa sui libri di Simone De Beauvoir e Virginia Woolf, risposi naturalmente di sì, con un un’occhiata che lasciava poco spazio a altri tentativi di approccio.

Poi il femminismo divenne lo spazio che ho abitato per anni, con donne e in luoghi diversi, condividendo amiche, libri, pensieri, discussioni. Non appartenevo alla generazione del ’68 e quindi non riuscivo sempre a capire le rivendicazioni delle mie madri putative, non avendo condiviso anni di lotte nei sindacati e nei partiti come nelle piazze, e con una certa timidezza partecipavo a quel che rimaneva dei collettivi, cercando di assorbire il più possibile e di passare inosservata.

Poi arrivò anche per me l’epoca della rabbia e della sfida al potere maschile, divenuto il pungiball dei miei piccoli e grandi risentimenti. Fino a quando ho capito che anche femminismo è una parola che termina in –ismo, e che va trattata con cura per evitare che finisca per diventare un altro moloch dogmatico e universalistico. Ho cominciato a prendere le distanze dalle dissertazioni teoriche, ma non dalle donne e dalla convinzione di dovere tenere sempre alta la soglia d’attenzione verso l’eccedenza del maschio.

Sara Fratini femminista 1_594549905_nCon questo spirito ho letto Dovremmo essere tutti femministi , dopo avere visto Chimamanda Ngozi Adichie cimentarsi con il pubblico in una applauditissima Ted Conference, di cui questo libretto di 40 pagine costituisce un ampliamento e un approfondimento. Diventando ben presto un libro cult dopo essere stata citata da Beyoncè in un brano e da Emma Watson nel discorso davanti alle Nazioni Unite. Tanto che la Swedish women’s lobby (Swl), in collaborazione con la casa editrice Förlag, ha annunciato che una copia del libro sarà distribuita gratuitamente a tutti gli studenti del penultimo anno delle scuole superiori.

Scrittrice di successo, grazie a libri come L’ ibisco viola, Metà di un sole giallo e Americanah, con i quali ha conquistato premi prestigiosi, ma soprattutto donna e femminista felice, come si definisce lei stessa. Anzi, Femminista Felice Africana Che Non Odia Gli Uomini Ama Mettere Il Rossetto e i Tacchi Alti Per Sé e Non Per Gli Uomini.

Se sei femminista, odi gli uomini, non metti i reggiseni né i tacchi, odi la cultura africana, non sei ironica, ecc.ecc.

Capito? Il punto di partenza è naturalmente la forza deflagrante degli stereotipi nella nostra vita. E’ il caso della maestra che nomina capoclasse il tuo compagno di banco perché è un maschio o dell’azienda che sceglie i propri dirigenti tra i maschi o paga i dipendenti uomini, a parità di lavoro, con un salario più alto rispetto alle donne. O del Presidente di una holding che, quando  siedi in un Consiglio di Amministrazione, ti chiede di chi sei moglie o figlia, anche se hai un curriculum di tutto rispetto, perché vieni da una città dove le tue amiche non sognano di diventare amministratore delegato, ma di sposarne uno.

Uffa, ancora questi discorsi? Ma ormai sono superati? Mi dice un’ amica al telefono. Le rispondo che, se, ancora, più sali nei posti che contano e più trovi uomini, probabilmente qualche domanda ce la dobbiamo porre. Come fa Chimamanda. Che ha impiegato parecchio a fare accettare i suoi vestiti multicolori, le bellissime acconciature afro, il suo essere rimasta single in un’età in cui la gran parte delle sue amiche a Lagos erano sposate, le sue battute al fulmicotone, l’essere una scrittrice di successo e una donna che ama la politica e i dibattSara Fratini femminismo 2 955462042_niti quanto i complimenti e i tacchi alti.

Succede a Lagos? No, succede  anche a New York, Parigi, Roma. Dove il politically correct, il rispetto dei diritti, l’antirazzismo, è spesso una operazione di marketing. Mentre nel mondo  il rapporto tra i sessi continua a essere dominato, già nel linguaggio, dal concetto di possesso e non da quello di amore, dove alle ragazze viene insegnato a essere non aggressive e condiscendenti, a non esprimere quello che sono e sentono veramente, piuttosto che quello che si pretende da loro, doveil genere viene cristallizzato al suo dover essere invece che al suo essere.

E’ un tema che riguarda le donne come gli stessi uomini. Ai quali si chiede di essere forti e virili, di indossare la maschera di uomini duri e di non toglierla per tutta la vita, impedendogli di affrontare le proprie fragilità, dimenticando che una ferita non curata si infetta sempre di più.

 

Non è facile parlare di genere. E’ un argomento che crea disagio, a volte persino irritazione. Tanto gli uomini che le donne sono restii a discuterne, o si affrettano a liquidare il problema, perché pensare di cambiare lo status quo è sempre una scocciatura. C’è chi chiede: Perché la parola ‘femminista’? Perché non dici semplicemente che credi nei diritti umani? Perché non sarebbe onesto…scegliere di usare un’espressione vaga come ‘diritti umani’ vuol dire negare la specificità del problema del genere.

 

Le parole contano e parecchio. Parlare di diritti umani o di essere umano non coglie il tuo essere nera, il tuo appartenere a un’etnia o a una cultura. Ma soprattutto la specificità del tutto peculiare di essere donna.

Lo dimostrano plasticamente in questi giorni i fatti di Colonia, liquidati semplicisticamente come l’ennesimo episodio dello scontro tra l’Occidente e l’Islam, ma che in realtà vede negare ancora una volta alle donne lo stesso spazio che usano i maschi (è il termine usato da Giulia Blasi), che ancora una volta colpisce un genere nella sua intimità e inviolabilità. Il problema allora non è nello scontro di civiltà o di religione né nella sconfitta delle politiche Sara Fratini 2_420061587_ndi integrazione che continuano a considerare e trattare l’Altro come un corpo estraneo a quello sociale, che tale deve rimanere, ma nei rigurgiti ciclici della legge del padre, alla quale risponde tanto l’azienda che mette ai propri vertici maschi invece che donne,  quanto chi si sente nel diritto di palpeggiare una donna in discoteca o sull’autobus piuttosto che sulla strada pubblica, i maschi che hanno bisogno della forza del gruppo o della propria posizione –al lavoro o in famiglia- per violare l’integrità del corpo e dell’animo femminile, e ancora i maschi che si arrogano il ruolo di depositari della legge divina per controllare la libertà femminile. Per non parlare degli stupri etnici e di quelli di guerra, che spalancano le porte su pagine poco note anche del nostro più recente passato.

Il genere è il grande rimosso dell’umanità. Il mondo è fatto da uomini e donne, ma da sempre sono le donne a essere estromesse dallo spazio comune e dall’ordine del discorso (maschile). E invece la soluzione arriva proprio dal riconoscimento, e non dalla esclusione. Per avere un mondo più giusto, più vero e più felice, dobbiamo (ri)cominciare da noi, dai nostri atteggiamenti mentali, dall’educazione che diamo alle nostre figlie e ai nostri figli, scrive Chimamanda. E da una domanda chiara: dove stiamo andando e dove vogliamo andare, ma soprattutto se vogliamo andarci insieme.

 

Per me il femminismo è una questione di giustizia. Sono femminista perché voglio vivere in un mondo più giusto. Sono femminista perché voglio vivere in un mondo in cui nessuno dica mai a una donna che cosa può o non può fare, che cosa deve o non deve fare, solo perché è una donna. Voglio vivere in un mondo in cui gli uomini e le donne siano più felici, in cui non siano vincolati dai ruoli di genere. Voglio vivere in un mondo in cui gli uomini e le donne siano davvero alla pari, e per questo sono femminista (Chimamanda N. Adichie).

(Le illustrazioni sono di una giovane e talentuosa artista italo-venezuelana, Sara Fratini )

 

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12. gennaio 2016 by Anna Puleo
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