Parole

«Io credo soltanto nella parola. La parola ferisce, la parola convince, la parola placa. Questo, per me, è il senso dello scrivere». Sto pensando a un articolo sulla parola cercando il punto di vista giusto per eludere il cappio dello scontato, del già detto, del banale, quando mi capita sotto gli occhi questa frase di Ennio Flaiano, uno che le parole le conosceva quanto l’aria che respirava.

Chi ogni giorno, o quasi, fa i conti con la parola –parlata, scritta, poco importa- non può che sottoscrivere il pensiero di Flaiano. La parola può colpire o persuadere, infuocare o rasserenare, può servire a nascondere o svelare, a convertire o costringere, ad accompagnarci in un universo di meraviglie o a gettarci nella più cupa prostrazione. Mero segmento di una catena parlata o scritta che non può essere troncata, come la definiscono i linguisti, o magnifica ossessione e indicibile tormento.

Colin BabeleIn principio fu il Verbo. Tanto per intendere che la parola è tutto, l’alfa e l’omega di tutte le cose, potenza creatrice, atto pieno e perfetto. Parola che mette ordine nel caos e che al caos è destinata a tornare.

All’inizio c’era anche la retorica -‘discorso sul discorso’ la definisce Barthes  – che ha ingabbiato la parola in regole rigorose per farne un mezzo potente di persuasione che si affida alle armi raffinate dello stile e del lessico e alla sapienza narrativa, ovvero un mezzo di ricerca della verità, come sostiene Platone in dissenso con i sofisti.

In eterna oscillazione tra la tecnica e l’ arte, la parola e i suoi usi (simbolicamente immaginata da Zenone come una mano aperta, a indicare le mille forme che essa può assumere e il suo protendersi nel tempo e nello spazio) nei secoli sono stati studiati, categorizzati, plasmati in direzioni diverse, contendendo il campo di volta in volta alla filosofia, alla dialettica, all’educazione delle nuove generazioni(paideia). E non è un caso che il trattato Sul Sublime, nel segnare la strada di una parola che nella sua grandiosità, nella sua potenza, fuori da artifici e regole, è in grado di condurre gli ascoltatori all’estasi, sia il testo più compulsato di tutti i tempi insieme alla Poetica di Aristotele.

A disputarsi il primato della parola sono state nei secoli la Chiesa e la letteratura, la politica e i filosofi, la psicoanalisi e la Colin newa 5semiotica, fino a quando media e marketing, soprattutto, l’hanno ricondotta alla vita di ogni giorno, alla sfera dei comuni mortali, senza eccezioni. Ma è l’uso secolare della parola come tecnica di persuasione (e costrizione) a prendere il sopravvento e trionfare, tanto da spingere Gianni Rodari a riaffermare la necessità di affidare “tutti gli usi della parola a tutti”, perché essere artisti è una scelta ma non essere schiavi lo è assai di più.

Oggi i canoni che presiedevano le raffinate evoluzioni del discorso, a partire da quello poetico, non sono più applicabili al linguaggio quotidiano, che registra un diffuso appiattimento, tra neologismi, anglicismi (una piccola battaglia condotta tempo fa da Anna Maria Testa con la campagna Dillo in italiano), ashtag compulsivi, gerghi tecnologici, slang giovanili e tormentoni vari, che hanno ridotto la nostra cassetta degli attrezzi linguistica a un repertorio di parole sempre più limitato, povero, ripetitivo.

E’ lo spirito dei tempi. Certo. Ma capire di cosa stiamo parlando, come recita il titolo di un saggio appena uscito con la curatela di Filippo La Porta, non è marginale. E se gli scaffali delle librerie sono invasi da testi sull’italiano del XXI secolo e su come parlare (e scrivere), se sui social aumentano le segnalazioni di #paroleorrende –da cinepanettone a rottamare, per non parlare di sdoganare e implementare, passando dall’onnipresente effettuare, termini che spesso illuminano il grado zero del pensiero-, se si moltiplicano festival e incontri sul tema, se anche le blasonate Accademia della Crusca e la Treccani Colin the fall of faeton 2hanno raccolto la sfida di seguire sul web le rutilanti metamorfosi della nostra lingua, è altrettanto vero che gli ultimi studi Ocse ci dicono che una nutrita percentuale di italiani è incapace di capire ciò che legge. Lo chiamano analfabetismo funzionale, tanto per dire che puoi saper leggere e scrivere ma non comprendere un testo più lungo della lista della spesa. Tullio De Mauro lo sintetizzava efficacemente con l’esempio de “il gatto miagola”, spiegando che basta aggiungere “perché vorrebbe bere il latte” per mandare in tilt un bel po’ di gente, a prescindere dal titolo di studio. In questo, almeno, l’analfabetismo è democratico. Un dato che fa’ il paio con il tasso di lettura che interessa neanche la metà degli italiani e con l’assenza di modelli strutturali di formazione permanente, a sancire, ancora una volta, il fallimento delle politiche varate dai Governi negli ultimi vent’anni.

 

Eppure la lingua italiana comprende oltre 260 mila vocaboli, di cui almeno di due mila di uso comune. Fiumi di parole, cantavano i Jalisse, di cui a male pena usiamo poche centinaia di lemmi. Parole che dovremmo conoscere meglio non per maneggiarle come capita ma per scoprirne la bellezza, per goderne in tutta la loro pienezza, per farne un uso consapevole. Un compito che è anche una responsabilità di fronte al dilagare di fake news e hate speech, in tempi in cui leggi e atti pubblici costituiscono sfide continue all’intelligenza del cittadino (lo spiega Gianrico Carofiglio in Parole precise, Laterza, riproposto da poco nella collana Biblioteca della lingua italiana del Corriere della Sera) e i progetti politici sono ridotti a pochi slogan (non sempre efficaci).

 

E all’uso consapevole e responsabile della parola una grande scrittrice come Jumpa Lahiri, che qualche anno fa si è DEMOCRACY-Gianluigi-Colintrasferita con famiglia e bagagli a Roma per imparare l’italiano, ha dedicato il suo primo libro nella nostra lingua, In altre parole che, tra letture, elenchi, stupori e rivelazioni, esplora il complesso rapporto che abbiamo con il linguaggio, il senso di fascinazione e di estraniazione insieme che ci lasciano le parole, l’ansia disperante e la gioia di farsi capire e di capirsi, di lanciare un ponte, e attraversarlo, fiduciosi che ci porterà da qualche altra parte.

 

Cosa significa una parola? E una vita? Mi pare alla fine la stessa cosa. Come una parola può avere tante dimensioni, tante sfumature, una tale complessità, così una persona, una vita. La lingua è lo specchio, la metafora principale. Perché in fondo il significato di una parola, così come quello di una persona, è qualcosa di smisurato, di ineffabile. (J. Lahiri, In altre parole)

(Opere di Gianluigi Colin

 

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

22. novembre 2017 by Anna Puleo
Categories: writing and more | Tags: | Leave a comment

Leave a Reply

Required fields are marked *