Nell’inferno di Calais con Emmanuel Carrère

Vi sembrerà strano ma l’Hotel Meurice di Calais è nato prima del celebre albergo parigino…In ogni caso, da qualche mese è comparsa una nuova clientela, composta in parte da giornalisti, in parte da cineasti e artisti venuti da tutta Europa per testimoniare la tragedia dei migranti. In certi momenti sembra quasi di stare nel leggendario Holiday Inn di Sarajevo, dove alloggiavano i corrispondenti di guerra durante l’assedio. Dopo colazione tutti si infilano un caldo piumino sul gilet multitasche, imbracciano la videocamera e salgono su un’auto … per andare nella Giungla come si va al fronte.

Benvenuti nella giungla di Calais. Ne abbiamo sentito parlare parecchio negli ultimi mesi. Non siamo, però, nella giungla umana che tenta con ogni mezzo e spesso rischiando la pelle di raggiungere l’Inghilterra ma in quella della città che si affaccia sulla Manica. Da qui parte Emmanuel Carrère nella sua inchiesta CalaisAllo zoo di Calais (anticipata da La Lettura #229), diventato un libretto edito in Italia da Adelphi, scegliendo un altro punto prospettico, quella della gente di Calais.

Carrère si muove tra bar e negozi chiusi, supermercati semideserti, la gente che si aggira tra le strade e i locali ancora aperti, in una città che sta morendo. Eppure Calais è il primo porto di Francia e prima nella produzione mondiale di pizzi e merletti. Un’industria che fino a pochi anni fa dava lavoro a cinquemila persone e oggi ne impiega si e no quattrocento, mentre il quartiere operaio si è ormai spopolato.

Qui disoccupazione e alcolismo fanno il paio con disperazione e razzismo. C’è gente come Marie-Claire, Jean Luis, Annie, frequentatori del Channel, un ex mattatoio convertito in un centro culturale, polmone creativo della città, dove si riuniscono cittadini e ascalais 2-ansa-20160302211834-17914733sociazioni pro migranti, o come Anne e Bruno che lavorano da sempre nell’industria del merletto, o come Olivier, emigrato di ritorno per riprendere in mano l’azienda di famiglia. E poi ci sono i calesiani arrabbiati, quelli che “dicono prima il cognome e poi il nome”, che votano il Front National, che fanno le ronde notturne contro i migranti con il “cellulare da seicento euro e vestiti firmati e scarpe che costano dieci volte” le loro.

Intanto, la zona dove vivono i ‘sibariani’ come chiamano qui siriani, afghani, curdi, eritrei, è una immensa bidonville di cartoni e lamiere immersa nell’acqua e nel fango tra recinzioni alte quattro metri, sotto lo sguardo vigile della polizia che sorveglia di notte e di giorno, da terra e dall’alto, con gli elicotteri. Uno spazio abbandonato da Dio calais 5-e dagli uomini –con l’eccezione delle organizzazioni di volontari che sostengono i migranti- al quale centinaia di disperati cercano di sottrarsi sfidando ogni notte la sorte nascondendosi sui camion e le macchine che oltrepassano la Manica.

Non è un semplice reportage quello di Carrère. L’autore de L’avversario, Limonov, Il Regno, si muove nello zoo di Calais da scrittore più che da giornalista, sceglie un artificio tipicamente letterario, la lettera di una certa Marguerite, per svolgere insieme alla sua interlocutrice il filo rosso che lo conduce all’interno del labirinto tra le storie di una città in piena decadenza, annichilita dalla crisi, una palude stagnante che alimenta abissi di rabbia e risentimento, di ignoranza e pregiudizio tra quanti hanno trovato nei migranti il loro capro espiatorio.

La giungla di Calais è lo specchio fedele  di un’ Europa attanagliata dal terrore degli invasori, contro i quali alza muri di cemento e filo spinato fatti per essere aggirati o firma banksy-steve-jobs-calaisaccordi sulle rive del Bosforo, tanto per allargare il campo delle politiche che l’Unchr ha definito irresponsabili, ma potremmo dire pure ipocrite, schizofreniche e disumane, messe in piedi in assenza di una strategia concreta, comune a tutti gli Stati membri, che metta la parola fine a vergogne come Idomeni.

La giungla di Calais, come quella di Idomeni, di Salonicco o di Burbach, ci pone di fronte a noi stessi come esseri umani, portatori da secoli di identità multiple, di cui non abbiamo serbato memoria, alle nostre fragilità e alle nostre paure dinanzi alle fibrillazioni di un mondo complesso, che chiede a tutti di non essere semplici spettatori o osservatori ma, come il colibri della fiaba, di fare ognuno la nostra parte.

La Giungla è sì un incubo di miseria e insalubrità, in cui succedono cose terribili, regolamenti di conti e stupri, e in cui non abitano solo pacifici ingegneri, studenti zelanti e virtuosi perseguitati politici, tutt’altro, ma vi si percepisce anche qualcosa di estremamente esaltante: un’energia, una straordinaria fame di vita, quelle che hanno spinto tanti uomini e donne ad affrontare un viaggio lungo, travagliato, eroico, di cui Calais, che pure sembra un vicolo cieco, è solo una tappa.

 

 

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

09. maggio 2016 by Anna Puleo
Categories: writing and more | Tags: | Leave a comment

Leave a Reply

Required fields are marked *