Nella Giornata mondiale contro la violenza sulle donne noi #DiciamoNO

In un mondo fatto di uomini e donne, in cui ogni essere dovrebbe vivere in pace e nel rispetto della propria dignità e integrità psichica e fisica,  c’è un tema che ricorre con cadenza costante, qualunque sia il contesto economico, sociale, culturale di appartenenza: la violenza di genere. Che proprio nell’Occidente civile e sviluppato raggiunge livelli altissimi. In Europa una donna su tre dichiara di aver subito una qualche forma di violenza.

Si comincia presto, già sui banchi di scuola, come rivela una indagine di Skuola.net, su un campione di 4.600 ragazzi, che scopre come 1 ragazzo su 10 ha alzato le mani sulle proprie fidanzate, che tuttavia nel 42% dei casi accettano di perdonare il partner. Le forme in cui la violenza si insinua subdolamente all’interno di un rapporto nelle giovani coppia sono diverse. Si va dall’insistenza nell’avere rapporti intimi (14% dei ragazzi intervistati) alla gelosia possessiva, che impegna il 21% dei maschi e il 24% delle femmine, anche se in realtà 1 su 2 degli intervistati pensa sia lecito porre limitazioni alle amicizie e alle abitudini dell’altro, fino ad arrivare al controllo di pc e cellulari (6% dei ragazzi).

diciamo no violenza donne_7819596967260817891_nCiò che colpisce è che comportamenti che dovrebbero far suonare qualche campanello d’allarme siano in realtà comunemente accettati come attestato inequivocabile di un grande amore (il 12%). C’è un problema di educazione ai sentimenti, ipotizza chi ha realizzato l’indagine? Forse. Ma ancor più nel conoscersi, nell’ascoltarsi reciprocamente, nell’imparare ad accettare le differenze sin da piccoli. Compito che spetta alle famiglie e alla scuola.

Ma come può la famiglia indicare la strada quando è proprio al suo interno che albergano le maggiori forme di violenza? I bambini ne sono vittime più volte. Quando assistono a soprusi e maltrattamenti (oltre i 2/3 dei casi) e quando ne sono essi stessi l’oggetto (1 bambino su 4). In entrambi i casi le conseguenze sono drammatiche sia per la crescita dei più piccoli –che rischiano di diventare partner violenti- sia nel rapporto madre-figli. Ne parla una indagine di Save the Children, riportata nell’Atlante dell’infanzia (a rischio), secondo la quale su 100 violenze compiute tra le mura domestiche ben 65 avvengono di fronte ai figli. Un fenomeno che ha raggiunto oltre il 60% del totale delle violenze, che si alimenta del silenzio di tutti, adulti e piccini, convinti nella gran parte dei casi di preservare in questo modo la tenuta e l’equilibrio familiare, e dell’omertà di chi potrebbe reagire e non lo fa “perché è meglio non impicciarsi”, raggiungendo picchi preoccupanti.

Proprio la denuncia rappresenta il punto dolente. Delle 7 milioni di donne che hanno subito violenza lo scorso anno, praticamente 1 su tre, solo il 12% ha avuto il coraggio di denunciarla, secondo gli ultimi dati Istat. Ma denunciare significa mettere in gioco molto spesso tutta la propria vita, convinzioni e pregiudizi inveterati che ti accompagnano da quando sei bambina e che stentano, lo abbiamo visto, a modificarsi. A volte significa anche rischiare la vita e quella dei figli. Per questo non ci si può limitare a lasciare le donne a risolvere da sole il problema (come pensa 1 intervistato su 3 secondo una ricerca We World Onlus e Ipsos che riporta una ampia ricerca su stereotipi e percezione della violenza di genere) ma, invece, occorre potenziare le reti, pubbliche e private, di sostegno alle donne.

violenza donneIn questi anni i tagli hanno colpito anche servizi territoriali e Centri antiviolenza, i quali tra l’altro nella gran parte dei casi non hanno dimostrato grande trasparenza nella gestione dei 16 miliardi messi a disposizione dal Governo, come denuncia la campagna condotta da Action Aid.

Una rete che in qualche modo tuttavia ha funzionato, se è vero che negli ultimi 5 anni le violenze fisiche o sessuali sono passate dal 13,3% all’11,3%, rispetto ai 5 anni precedenti il 2006. Frutto di un cambiamento sociale che bene o male è già in atto. Sempre più donne denunciano il loro aggressore o lo stolker di turno, mentre proliferano le iniziative di sensibilizzazione e prevenzione, che ricorrono a tutti gli strumenti (dal cinema al teatro al reportage), comprese la Rete, e le App, come Save the Woman, in grado di riconoscere il ‘livello’ di rischio aiutando la donna a prenderne coscienza e a rivolgersi al centro più vicino.

Qualcosa si muove, seppur lentamente. Solo due giorni fa le avvocate delle Case delle donne e dei centri antiviolenza dell’Associazione nazionale D.i.Re, (Donne in rete contro la violenza), hanno denunciato la diffusione tra magistratura e forze dell’ordine di pratiche che indeboliscono l’attuazione dei principi e degli obiettivi della Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (in vigore in Italia il primo agosto del 2014). Si va dalla mancata trasmissione nell’immeditato delle denunce alla Procura competente alla sottovalutazione della pericolosità dell’uomo, nei confronti del quale non vengono neanche lucia annibali 46_5830719576293785183_ndisposte misure cautelari, alla superficialità nelle decisioni che riguardano l’affidamento dei minori (magari senza tener conto che un altro giudice sta giudicando il padre per maltrattamenti e violenze o che esiste una sentenza di condanna per gli stessi reati).

Di fronte a ciò, cresce invece il numero di donne, come Lucia Annibali o Rosaria Aprea, che hanno maturato, dopo la violenza subita, un percorso di crescita che intendono condividere con altre donne e uomini, per trasformare, attraverso la narrazione della loro storia, il dolore in un atto di responsabilità e impegno collettivo.

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25. novembre 2015 by Anna Puleo
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