Nel ventre del Vesuvio cresce la rabbia e ‘a cazzimma

Colpisci, prima di essere colpito. Spara, prima che qualcuno ti ammazzi. Rispetta solo chi è più feroce di te. E’ la legge spietata, ma inesorabile, definitiva, non contrattabile, che vige nei quartieri di una Napoli rumorosa, violenta, a tratti livida, più vicina al Bronx che alla solare capitale del Regno borbonico, organismo pulsante e cuore di Cazzimma (Mondadori), prima prova da scrittore del giornalista Stefano Crupi.

È’ una legge che conoscono bene Sisto, Profumo, Hamsik, lo zio Antonio e Agostino Cavallaro, il boss. E come potrebbe essere diversamente? Il quartiere li ha accolti da quando sono stati svezzati, gli ha dato da mangiare e un lavoro, gli ha fatto da madre e da padre, li ha fatti crescere, alla svelta. Corpo amorevole che nutre e stritola allo stesso tempo nel suo abbraccio mortifero, fatto di violenza e terrore, di cinismo e crudeltà.

Corpo amato e odiato, a cui tornare e da cui difendersi, tenendo cazzimma, e assai, perché è quell’impasto di cattiveria pura, sopraffazione, opportunismo predatorio, meschinità e astuzia che muove il mondo.

Noi siamo napoletani, non abbiamo rispetto per nessuno –afferma uno degli scagnozzi del boss- siamo lazzaroni nel midollo, non abbiamo educazione, ci prendiamo la confidenza. Ma le cose d’improvviso cambiano quando hai una pistola … La gente trema al cospetto di chi è armato e a te piace quel tremore, ti piace essere temuto, cazzo se ti piace. Quella pistola ce l’hai per un motivo … Qualcosa sei, e questo, alla gente, basta.

Legge non scritta ma davanti alla quale ci si prostra in una partita a scacchi nella quale vince il più scaltro. Un modo d’essere e di sentire, di ‘stare nel mondo’, che appartiene a tutti, gente per bene e malavitosi.

cazzimma.aspLa storia di Sisto, il giovane protagonista, e della sua iniziazione alla vita cede poco per volta il passo a un ritratto corale di quanti si muovono in questo variegato sottobosco sociale, intrecciandosi con quella dello zio Antonio, degli amici Profumo e Hamsik, di Carmelo e di Cavallaro. Uno sguardo plurale che riesce a restituire la molteplicità di piani di cui è intessuto il libro.

A partire dallo zio Antonio che, come il capoclan Cavallaro, è partito dal basso. I due erano compagni di scuola ma quanto il primo è freddo e razionale, opportunista ma non schiavo della violenza, l’altro è un furbo che è riuscito a farsi strada nel mondo senza mai guardarsi indietro, uno che è rimasto sostanzialmente un ragazzo di strada, ‘nu guaglione volgare e dai processi mentali elementari, incapace di comprendere e di evolversi. Agostino Cavallaro è ancora un ragazzino dallo “sguardo opaco e obliquo degli animali incattiviti, uno sguardo che non fa presagire nulla di buono”, figlio “della povertà più squallida” che gli dà le “unghie per graffiare, mascelle forti per stringere e strappare’” e tuttavia non lo salvano dal baratro.

Da questo punto di vista, è un inconsapevole. A differenza di Antonio, che conosce le conseguenze delle sue azioni, accuratamente soppesate in tutti i loro risvolti, quanto il potenziale di rabbia e l’ansia di riscatto elargite in dono dalla povertà a quelli come loro.

Anche suo nipote Sisto è cresciuto in strada: un figlio di puttana che se la sa cavare anche in situazioni complicate, determinato ma non ‘affamato’, poco ambizioso e crudele. In realtà Sisto ha una rabbia dentro che lo rode, una bomba ad orologeria sempre pronta ad esplodere. Rabbia che nasce da lontano, dal padre perso da piccolo, dallo zio, ammirato e temuto, che ha preso il posto del fratello (anche nel letto della madre ?), dall’impossibilità di avere ciò che si desidera. E allora, perché non prenderselo?

Ma arriva il momento in cui l’equilibrio faticosamente cercato si frantuma, mettendo tutti di fronte alla consapevolezza che non sia più possibile sfuggire al proprio destino.

Scritto con un linguaggio veloce e incalzante, che con originalità riesce a restituire la gamma di voci e volti che percorrono questa storia, sino a diventare vero e proprio monologo interiore quando è Hamsik a prendere la parola, in un universo infernale in cui ogni gesto, anche il più atroce, è solo apparentemente individuale e gratuito ma in realtà parla di (e a) tutti noi.
… tengo ‘a cazzimma e faccio tutto quello che mi va
pecchè so blues e nun voglio cagnà.
(Pino Daniele)

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20. maggio 2014 by Anna Puleo
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