Monika Bulaj: Sacred Crossing, esplorando i confini del sacro

Ci sono spazi che appartengono al divino. Dove il divino si esprime nei canti, nei piccoli gesti quotidiani, negli sguardi, nei movimenti del corpo. Uno spazio sottratto ai predicatori di turno, alla catena secolare di violenza e vendetta, al fanatismo armato di parole e proiettili, al pregiudizio, al razzismo, alla paura, a una politica priva di visione, accampata sugli interessi di bottega.

Uno spazio di confine che trascende i confini, che rivela il nostro comune senso di appartenenza a questo universo. Uno spazio che si

può intravedere che negli interstizi tra luce e ombra, in danze ritmiche ai limiti dell’estasi, nelle masse di pellegrini che ondeggiano come distese di alghe nel mare; nei momenti di contatto tra i corpi, o tra corpi e reliquie. Può essere rivelato in mezzo alla folla, ma anche nel vuoto; nei ritornelli, nei sospiri, nei genuflessioni, nel tintinnio dei grani del rosario. …Elia diventa ‘Al Khidr, quella verde’ tra i musulmani; San Giorgio a cavallo si celebra nei Balcani da cristiani e musulmani; donne da Napoli e Istanbul –ma anche le loro sorelle greco-ortodosse e musulmane- si riuniscono ai piedi delle Madonne.

monika-bulajUno spazio sacro –che non necessariamente corrisponde a uno fisico- in cui tutti possono ritrovarsi al di là delle appartenenze, delle definizioni e dei distinguo. Un luogo che è “solido e coerente” insieme, quanto fragile e fumoso è il richiamo alla guerra di religione e allo scontro di civiltà.

Monika Bulaj, polacca di nascita e triestina d’adozione, reporter, fotografa, documentarista acclamata e pluripremiata, testimone partecipe del nostro tempo, sa che i confini sono lì per essere superati ma vanno anche frequentati ed esplorati.

Ha deciso di raccontarlo con le parole e soprattutto le immagini, di volta in volta a colori e in bianco e nero, in decine di libri e di mostre, un numero infinito di pubblicazioni sulle maggiori testate internazionali e diversi progetti, l’ultimo dei quali è Sacred Crossing: dove gli dei si parlano. Bulaj usa le parole della scrittrice, la passione per la verità del reporter, la lente di ingrandimento dell’antropologo. E la curiosità della viaggiatrice, che l’ha portata nel corso degli anni da un capo all’altro della Terra, da Haiti all’Afghanistan da Cuba al Tibet per dare voce alle persone silenziose, ai mondi ignorati dai media e dai profeti del conflitto globale.

Bulaj23 sacred crossingA dispetto del titolo tuttavia, spiega Bulaj nel presentare il progetto, da cui verrà tratto un libro edito da Contrasto, “non si tratta di un lavoro sul sacro, piuttosto sull’uomo, che rispecchia Dio e lo incarna. Il viaggio attraverso il rapporto con il divino interseca miti e archetipi fondativi: in Cappadocia -e non solo-dove da sempre la comunità dà sostegno ai monaci che con le loro preghiere sostengono il mondo come in Marocco, dove le danze di alcune comunità riecheggiano le cerimonie rituali dell’antica Grecia, ripristinando un filo comune che percorre tutto il Mediterraneo, che gli egoismi e la miopia della politica cercano di tranciare.

Gesti arcaici che si ripetono da secoli, si riempiono di nuovi echi, si trasformano, si eclissano di fronte al pericolo per riemergere quando la tempesta è passata. Nulla di ciò scompare perché il

corpo contiene in sé il segreto della memoria collettiva. Il corpo non mente. Il sacro passa attraverso il corpo, lo penetra.

Monika Bulaj è una straordinaria attraversatrice di confini, è stato dsacred crossing bulajetto. Io penso che sia soprattutto una straordinaria esploratrice dei confini, dentro e fuori di noi, capace di raccoglierne immagini e voci, di portare a galla la memoria negata, le storie degli sconfitti, di segnalare ciò che ci unisce più che quello che ci separa, perché ogni confine in realtà è uno specchio in cui rifletterci.

 

Dopo tre mesi in un luogo che ti è estraneo senti di perdere l’identità, senti che perdi le tue parole, anche i tuoi sogni cambiano, allora senti che devi tornare a casa… Cosa porto indietro? Sono molto cambiata nel corso del mio lavoro, all’inizio partivo cercando immagini per dire qualcosa, poi, ad un certo punto, le mie immagini hanno cominciato a parlare da sole, a cercare me. Ora quello che faccio è una cosa semplice, quasi infantile: raccolgo schegge di un grande specchio rotto, miliardi di schegge, frammenti incoerenti, pezzi, atomi, forse mattoni della torre di Babele… Forse questo può fare il fotografo, raccogliere tessere di un mosaico che non sarà mai completo, metterle nell’ordine che gli sembra giusto, o forse solo possibile, sognando, senza raggiungerla mai, quell’immagine intera del mondo che magari da qualche parte c’è, o forse c’era e s’è perduta, come la lingua di Adamo”. (Il brivido del confine, intervista di M. Smargiassi)

 

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31. gennaio 2017 by Anna Puleo
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