Mariella Mehr, storia di un genocidio dimenticato. Un film di Valentina Pedicini

Tutto mi era insopportabile. L’unico modo di sopravvivere era non legarsi a nessuno. Non eravamo bambini: ci avevano sottratto ai genitori, ci trattavano come cavie, non esisteva l’amore. Per me la questione primaria era restare in vita”. Parla al passato Mariella, ma passato e presente sono un tempo unico nelle sue liriche e nei romanzi. Mariella Mehr è una delle centinaia di bambine e bambini di etnia Jenisch che negli anni ‘20 vengono sottratti ai propri cari per essere assegnati a famiglie svizzere o internati in istituti. Un calvario che porta Mariella da un ospedale psichiatrico all’altro e in carcere.

Il programma si chiama “Assistenza ai bambini della strada”, l’ha ideato un certo Alfred Siegfried, dove-cadono-le-ombre-5responsabile della fondazione Pro Juventute, ma di assistenza a questi bambini non c’è nulla, solo un girone infernale di violenze, abusi, terapie a base di elettroshock, e, per gli adulti, il divieto di sposarsi e le sterilizzazioni forzate. Un piano lucidissimo di eugenetica con l’intento di sopprimere e ‘regolarizzare’, un’intera etnia, colpevole solo di fare parte della grande famiglia rom, messo in atto dalla civilissima Federazione Elvetica, che non tollera questa “macchia scura nella nostra terra svizzera così fiera della propria cultura dell’ordine”.

Con la complicità degli psichiatri, che certificano il loro essere malati dalla nascita, delle istituzioni e di alcuni centri di assistenza, intere famiglie Jenish vengono smembrate, cancellate una identità, una lingua e una storia millenaria, annullati i legami familiari, distrutta l’infanzia. Un piano lucido e spietato che farà centinaia di vittime, emerso dalle tenebre diversi decenni dopo grazie alle lotte di donne come Teresa Wjss che denuncia la Pro Juventute dinanzi ai tribunali federali e alla potenza espressiva e immaginifica delle parole di Mariella Mehr.

01/12/16 Servizio fotografico di scena per film "La Bambina" © Carlo Baroncini Photography

© Carlo Baroncini Photography

Mariella, la bambina “psicopatica, irritabile, impulsiva, instabile, ambiziosa e moralmente minorata con tratti nevrotici” scende uno ad uno i gradini di un inferno personale sconfinato, guarda in faccia l’orrore e l’abiezione, muore e rinasce ogni volta, imparando a venire a patti con il dolore, i ricordi e la memoria di un popolo, a trattare quotidianamente con quella rabbia, infida e potente, che resta acquattata nelle pozze profonde dell’anima, pronta a scattare quando riappaiono le immagini del passato. Imparando a non farsi distruggere e a non distruggere. Perché vittime e carnefici sono due facce della stessa pagina sulle quali, se lo vuoi, puoi scrivere sino all’infinito.

Mariella deve ringraziare una forza non comune e carattere indomito, la passione per i libri –che scopre nella biblioteca di uno degli istituti in cui transita- e per la scrittura, la sua creatività. Comincia a pubblicare poesie (Ognuno incatenato alla sua ora) e romanzi ( Labambina, Il marchio), a farsi conoscere, divenendo emblema e voce di uno dei tanti, purtroppo poco conosciuti, tributi alla stupidità umana.

Liberami dalla fame di memoria
spediscimi lontano senza messaggi
una volta almeno per la durata di una fitta al cuore
come la storia del fiore di nessuno.

Le mie mani, una treccia di fiato,
non sanno niente dell’affidabilità
di radici con un domicilio,
derubate di ogni terra
conducono una vita d’aria.

Provvista di speciali garanzie,
che nessuno capisce, non
la mia ombra, non il mio
cuore, oggetto ritrovato,
così mi consegno, ancora goffa
a piedi migranti.
(M. Mehr)

A raccontare la vita di Mariella e il piccolo genocidio svizzero è la regista Valentina Pedicini giovane e pluripremiata videomaker, in Dove cadono le ombre, in gara in questi giorni alle Giornate degli Autori alla 74ma Mostra del Cinema di Venezia, con Elena Cotta e Federica Rossellini, al suo debutto sul grande schermo. “L’opera e la vita di Mariella rappresentano attraverso le parole molti temi che ho indagato e raccontato nei miei lavori filmici precedenti: i corpi, per lo più femminili, in contesti ostili, la solitudine e la forza della diversità, la questione dello sradicamento e della segregazione, l’ambiguità che i sopravvissuti, i reduci si portano scritta sulla pelle e nell’anima, il tema della violenza e dell’identità” afferma la regista (La Lettura, 13 agosto 2017).

Tra la favola nera e il thriller emotivo, il film si muove su diversi registri per tentare una riflessione più ampia sulla pervasività dell’ombra nella vita umana, sulla vendetta e il perdono, sul peso che incombe sui sopravvissuti, alla ricerca delle parole e delle immagini necessarie per raccontare uno degli episodi più amari e oscuri della nostra Storia più recente.

Guardiamo separati nel mondo
ognuno incatenato alla sua ora
le nostre mani toccano una costellazione
per l’ennesima volta senza conseguenze

Nebbia avvolge quell’altrove senza sponde
nebbia si appoggia sulla mia spalla
diventa pesante, più pesante, diventa pietra

Una sola parola captata origliando
voglio estrapolarla e conservarla
perché resti indietro una ferita aperta
per mia consolazione, una strada dentro il domani

Bastava la speranza? E allora sperate con me
tutti voi soccombenti

Spera anche tu
cuore mio
un’ultima volta.

(M. Mehr)

(Le foto sono tratte da Dove cadono le ombre di Valentina Pedicini)

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04. settembre 2017 by Anna Puleo
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