Libri da riscoprire: La variante di Luneburg di Paolo Maurensig

Chi è il distinto signore che una domenica mattina viene ritrovato nel parco della sua magnifica villa con una pallottola in testa? Un suicidio? O un omicidio? O si è trattato di una semplice disgrazia? E perché egli ha lasciato sulla scrivania dello studio una strana scacchiera sulla quale si stava sviluppando una complessa partita? E chi è l’enigmatico personaggio, che si fa chiamare Tabori, che inizia il giovane Hans al gioco degli scacchi?

Sono gli ingredienti de La variante di Lüneburg, il romanzo che nel 1993 ha dato la notorietà a Paolo Maurensig, goriziano, una magnifica ossessione per la scrittura e il gioco più violento del mondo (come lo definiva Duchamp), gli scacchi, cui l’autore torna ancora nel suo ultimo romanzo, Teoria delle ombre.

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Dr. Stranamore (S. Kubrick)

Frish, così si chiama la vittima, e Tabori sono i giocatori di una partita la cui posta è la vita. Da una parte  Dieter Frisch, sessantotto anni ben portati, “una di quelle persone cui il successo sembra arridere in tutti i campi; anche nella vita privata”, moglie ricca ereditiera, quattro figli e una amante; dall’altro, il figlio di un ricco mercante d’arte ebreo che porta lo stesso cognome del grande Akiba Rubinstein, rampollo di una schiatta di eccellenti scacchisti, la cui eredità culminerà nel piccolo Tabori, un talento prodigioso tanto nel risolvere gli schemi di gioco più complicati quanto nel vedere’ il foro luminoso che ogni scacchista dominato dal sacro fuoco del gioco porta in fronte.

I due si incontrano e si scontrano nel corso del tempo, in una partita infinita che rimanda a un altro faccia a faccia, quello con la Morte. Il piccolo ebreo dagli occhi scuri e attenti, il tedesco di pura razza ariana: due vite, due destini, due stelle che girano intorno al medesimo pienata, senza mai cessare di attrarsi, perché l’uno è l’alter ego dell’altro. Fino alla partita più complicata di tutte, giocata in un lager nazista e all’inatteso epilogo.

Marcel Duchamp e John Cage

Marcel Duchamp e John Cage

Con un linguaggio denso e serrato, che percorre il testo senza mai concedere un attimo di tregua al lettore, La variante di Luneburg tocca i tasti del mistero, del saggio erudito, del romanzo storico per raccontare, in un crescendo di tensione, con una perfetta progressione geometrica della narrazione, gli scacchi, i loro protagonisti, i miti, le ossessioni. Singolare concentrato di estetica e rigore geometrico, di strategie, di tattiche di posizionamento e logoramento, gli scacchi hanno dentro tutto, lo ricorda uno dei più grandi scacchisti degli ultimi decenni, Karpov,

amore, odio, desiderio di sopraffazione, la violenza dell’intelligenza che è la più tagliente, l’annientamento dell’avversario senza proibizioni. Poterlo finire quando è già caduto, senza pietà, qualcosa di molto simile a quello che nella morale si chiama omicidio.

E in questo gioco al massacro a lasciarci le penne davvero sono tanti, divorati dalle proprie ossessioni, dalle nevrosi, dalla follia, dall’impulso ad annientare e ad annientarsi. Un terreno arato in lungo e in largo nel tempo dalla migliore letteratura, da Stefan Zweig a Nabokov, Poe, Carroll, Beckett, de Unamuno, Simenon. Per non parlare di quell’autentico gioiello che è I duellanti, in cui Joseph Conrad, al quale Maurensig afferma di essersi ispirato, racconta la storia di due ufficiali dell’esercito napoleonico che si rincorrono e si sfidano per tutta Europa, in un pas de deux che diventa un appuntamento non rimandabile con la morte, tradotta nelle immagini straordinarie dell’omonimo film di Ridley Scott.

Tabori gioca fino all’ultimo la sua partita con la Morte, annunciata dallo sguardo preveggente dell’infanzia e a lungo coltivata, limata, perfezionata fino alla mossa finale, giocata per interposta persona, l’unica che avrebbe potuto

Marcel Duchamp

Marcel Duchamp

proporre la variante del Maestro. E dare scacco.

Come avverte Tabori, questa non è solo la storia di due rivali, che si scontrano senza esclusione di colpi, ma di una avversità, perché solo questo termine può

rendere il senso di forza incontrastabile, mossa tuttavia da una intelligenza capace non solo di provocare eventi ineluttabili, ma anche di sovvertire ogni principio umano, e finanche di instillare in noi, in un atto di sopraffazione estrema, il dubbio e infine la certezza di essere noi stessi, insieme alla Divinità che ci regge, il solo male esistente.

Un male cui è difficile sfuggire, che ci lascia soli con noi stessi. Lo ripete nel bergmaniano Il settimo sigillo lo scudiero Jöns al Cavaliere, impegnato in una estenuante partita a scacchi con la Morte:

In queste tenebre dove tu affermi di essere, dove noi presumibilmente siamo… in queste tenebre non troverai nessuno che ascolti le tue grida o si commuova della tua sofferenza. Asciuga le tue lacrime e specchiati nella tua stessa indifferenza…

 

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26. settembre 2016 by Anna Puleo
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