Letture selvagge: Less di Andrew Sean Greer - Anna PuleoAnna Puleo

Letture selvagge: Less di Andrew Sean Greer

Le vie del Signore sono infinite. Quasi quanto quelle percorse da uno scrittore giunto in mezzo al cammin di nostra vita, che decide di sfuggire al matrimonio del suo ex compagno e alla crisi di ispirazione immergendosi in un giro del mondo decisamente folle e sgangherato nel quale riconquisterà sé stesso, insieme alla scrittura e all’amore. E se poi il tipo in questione di nome fa Arthur Less quasi a voler paradigmaticamente descrivere lo stato di un uomo che si è sempre avvertito debole e mediocre, irrilevante di fronte a ciò che la vita gli ha dato, il gioco è fatto.

Ed eccolo, il nostro Arthur, protagonista di Less (trad. Elena Dal Pra, La nave di Teseo), l’ultimo romanzo scritto dall’americano Andrew Sean Grear, che gli è valso il Pulitzer 2018, keith_haring_ohne_titel-_1982_c_private_keith_haring_foundation.1200x0cinquantenne rimasto in fondo il ragazzo dal fisico svelto, la carnagione rosea e dorata solo un po’ sbiadita dagli anni, i capelli “di un biondo slavato troppo lunghi in cima e troppo corti ai lati”, il “lungo naso aristocratico perennemente bruciato dal sole”, gli stessi “occhi azzurri acquosi” e la medesima incrollabile “infantile fiducia” nel pigro moto degli ingranaggi dell’esistenza. Ma, soprattutto, con le insensate paure (proiettate invariabilmente sull’uso di quello strano aggeggio chiamato telefono come sui taxi e i maschi decisamente attraenti) e quella incapacità di forgiarsi una robusta corazza contro i tormenti dell’amore, di un tempo.

E quella consapevolezza profonda della propria irrilevanza, lui che in gioventù aveva frequentato gli esponenti della Russian River School ma non era mai stato capace di scrivere un libro che potesse essere ricordato dal tizio che occupa il posto accanto al tuo in aereo, lui che aveva annodato un pezzo della sua esistenza al grande poeta Robert Brownburn senza avere assorbito neanche un grammo del suo talento, che aveva condiviso gli ultimi nove anni della sua vita con un certo Freddy Pelu, pronto a salire sull’altare con un altro. L’uomo che ora è “in caduta libera dal ponte crollato delle sue residue speranze”, che a chi gli chiede chi è risponderà, come Ulisse a Polifemo: Nessuno.

E allora perché non accettare di andare a New York per un intervista, poi a Città del Messico, a Torino per ritirare un prestigioso premio letterario, a Berlino per tenere un corso, nel deserto del Sahara per il suo compleanno, in un resort indiano affacciato sul Mar Arabico e poi in Giappone per un reportage sulla cucina kaiseki. E infine di nuovo a San Francisco, sperando di avere dimenticato Freddy Pelu il neosposo.

Citate un solo giorno, una sola ora in cui Arthur Less non abbia avuto paura. Di ordinare un cocktail, di prendere un taxi, di tenere una lezione, di scrivere un libro. Paura di questo e di quasi qualunque altra cosa al mondo. Strano, però; proprio perché ha paura di tutto, nulla gli risulta più difficile di qualcos’altro. Fare il giro del mondo non lo terrorizza più che comprare un pacchetto di gomme. La dose quotidiana di coraggio.

Eppure in quel passaggio esilarante e straziante da ovest ad est il nostro Less riconquista il suo haringpassato e il futuro, la fiducia in sé stesso e la rinascita a nuova vita. Un cammino in un inferno metaforico in cui verrà guidato, novello Dante, da un eterogenea gruppetto che di virgiliano ha poco o nulla, un uomo di cui rischierà di innamorarsi; una donna terrorizzata dall’incedere del tempo e dalla solitudine; l’amico di sempre, Lewis; da Carlos, padre di Freddy; dal vecchio Robert scampato ad un ictus ma non all’affetto per l’uomo che ha amato più di tutti. Per ritrovare alla fine un pezzo del proprio passato mai perso completamente.

Less non è conosciuto come insegnante, così come Melville non era conosciuto come ispettore doganale. E tuttavia entrambi ricoprono rispettivamente quei ruoli…. Di consenguenza, Less a tenere una lezione vera e propria si sente a disagio. Preferisce invece ricreare con gli studenti quei giorni perduti… ritaglia un paragrafo di Lolita e chiede ai giovani dottorandi di riassemblare il testo come meglio desiderano. In questi collage, Humboldt da diabolico diventa un rincitrullito che confonde ingredienti del cocktail… Poi consegna loro una pagina di Joyce e una boccetta di bianchetto, e Molly Bloom finisce per dire semplicemente “Sì”.

Greer imprime ironia e leggerezza, sarcasmo e lirismo, in questa storia brillante e divertente che si muove circolarmente nello spazio e nel tempo al suono della electro-pop degli anni ’70 e della poesia della Beat Generation, raccontata attraverso il doppio sguardo di Less e del misterioso narratore (si rivelerà alla fine Freddy), una cavalcata tra i paradossi dell’esistere in cui benvenuti protagonisti sono l’uso virtuoso e funambolico della parola e l’eterna magia della scrittura.

E cosa mai si chiede a uno scrittore salvo “Come?” e la risposta, quella che darebbe lui stesso, è ovvia: “E chi lo sa!”

(Nelle immagini, opere di Keith Haring)

 

 

 

 

 

 

 

 

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01. giugno 2018 by Anna Puleo
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