L’eliminazione, cronaca di un massacro

“Il guaio del caso Eichmann era che uomini come lui ce n’erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali”. Lo scriveva Hannah Arendt ne La banalità del male perché se le azioni compiute dalle SS nei lager nazisti erano mostruose, tuttavia esse non furono compiute da esseri demoniaci ma da gente comune, che applicò le regole senza riflettere, “senza accorgersi o sentire che agisce male”. Parole pesanti come pietre che mi sono tornate a frullare in testa mentre leggevo L’eliminazione, scritto dal regista cambogiano Rithy Panh insieme allo scrittore Cristophe Bataille, pubblicato qualche mese fa da Feltrinelli.

L’eliminazione è un viaggio nell’inferno profondo della Cambogia di Pol Pot e in quello di un uomo imprigionato in un dolore senza fine, perseguitato da immagini indelebili, da silenzi ossessionanti, dall’impossibilità di tornare a gesti normali.

Nel 1976 Pol Pot, leader del Partito Comunista di Kampuchea, sulle orme di Mao, lancia il Grande Balzo in Avanti, spingendo la popolazione delle città (il popolo nuovo) verso le aree rurali, per essere rieducata dal popolo vecchio. In quegli anni furono centinaia di migliaia gli uomini, le donne, vecchi, bambini a perdere la vita, vittime della fame, delle malattie, dei tribunali del popolo, dello sterminio pianificato. E dell’oblio, al quale li ha condannati l’indifferenza del mondo.

I massacri sono insiti nelle rivoluzioni … solo la violenza può scacciare la violenza precedente. La violenza precedente era odiosa e crudele. La nuova violenza è pura e benefica: trasforma (per non dire trasfigura). Non è una violenza contro l’individuo: è un atto politico. Ora il sangue purifica.

Tra loro c’è anche il piccolo Rithy Panh, figlio di un intellettuale, che in pochi anni perde la sa famiglia, gli amici, corre più volte il rischio di morire, riesce a fuggire in Francia dove, da regista, inizia a ripercorrere la storia personale e quella del proprio paese, a far emergere brandelli di un passato che incombe senza dare tregua, infliggendo ferite destinate a rimanere aperte, monumento perenne ad un orrore che nessuna parola o immagine può narrare, sottraendolo allo spazio dell’indicibile.

Nascono così alcuni documentari, Site II, S21. La macchina di morte dei Khmer Rossi, The Missing Picture, vincitore della sezione Un Certain Regard a Cannes 2013, in cui Panh intervista secondini, boia, e poi autisti, infermieri, medici, nella maggior parte mai incriminati, che contribuirono ad alimentare e mantenere in vita il circuito di follia e terrore che fino al 1979 imperversò nella Kampuchea democratica.

Poi arriva l’urgenza di incontrare colui che fu il capo indiscusso del sistema di repressione creato da Pol Pot, alla ricerca della parola, perché egli, Duch, parli e spieghi, perché dia nome al male.

Il viaggio è scandito dal corpo a corpo tra l’autore e Duch, tra le immagini del passato, sempre vive e laceranti, e le domande al Grande Inquisitore, in una partita senza vincitori né vinti. Duch mente sapendo di mentire, nega di aver sentito le urla dei torturati, chiuso nel suo ufficio a sbrigare le pratiche giornaliere, a firmare la detenzione, la tortura, la morte di centinaia di miglia di persone. Distruggere, imprigionare, annientare, ridurre in polvere, ordina il carnefice ai suoi uomini, annotando meticolosamente ogni fascicolo, ogni scheda personale. Un bravo burocrate figlio della rivoluzione.

Un professore di matematica, una mente brillante e sottile, avvezza a Balzac come a mettere a punto raffinati metodi di tortura e ad espletare folli pratiche burocratiche per estorcere confessioni e mandare a morte i detenuti nei centri di sterminio da lui diretti. Di reclutare torturatori, formare le squadre, rispondere direttamente ai suoi capi di ciò che avviene nei centri e discuterne in prima persona.

Dietro le deportazioni e la scomparsa di centinaia di migliaia di persone non c’è una scheggia impazzita, “una cambogia1particolarità geografica o una stranezza della storia” ma un gruppo di intellettuali con un progetto preciso, in cui si invera la storia del XX secolo. Un progetto che ha spogliato migliaia di individui del loro corpo, ne ha controllato la mente e vampirizzato l’anima.

Alle immagini si può sfuggire. Alla parola no, scrive Panh. Allora bisogna inseguirla per trovare risposta alle domande che si affollano ossessivamente nella mente. Anche a rischio di non essere creduti, come accadde a Primo Levi. Perché il silenzio uccide la verità.

Anche Duch come Eichmann non è un mostro o un boia né un criminale e neppure un mero esecutore di ordini ma un uomo pensante. Capace di dare un peso alle azioni e alle loro conseguenze. Responsabile, al pari di altri, del genocidio di un popolo.

 

Una parola è morta quando viene detta
Taluni dicono –
Io dico che comincia a vivere
soltanto allora.

Emily Dickinson

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

09. maggio 2014 by Anna Puleo
Categories: Senza categoria | Tags: | Leave a comment

Leave a Reply

Required fields are marked *