Le signore delle ‘ndrine

Io mi chiamo Serraino. E il nome Serraino negli anni si fa sentire ancora. Ho fatto vent’anni di galera, ho un ergastolo a vita. Dio mi aiuta perché feci sempre bene al mondo, perché ho aiutato il popolo finché ho potuto…

A parlare è Maria Serraino, signora incontrastata per lunghi anni del traffico della droga a Milano, in una testimonianza raccolta da Beatrice Borromeo in Lady ‘Ndrangheta, andato in onda qualche giorno fa su Sky Tg24. Le sue parole condensano la vita delle donne all’interno dei clan.

donne mafia 2-letizia-battaglia-Fotoreportage-di-un-omicidio-con-il-fotografo-e-compagno-di-vita-Franco-Zecchin Chi pensa alla ‘ndrangheta come un corpo chiuso, autonomo, tenuto saldamente in mano dai maschi dimentichi tutto questo. Perché la mafia più potente al mondo, capace di dialogare e fare affari con i criminali più feroci come quelli colombiani, e oggi i messicani, e con le grandi banche d’affari internazionali, si affida da sempre alle donne, fedeli custodi della sua ideologia e dei suoi codici, instillati pazientemente nei figli e nelle figlie sin dalla culla, donne che fanno da tramite tra il carcere e l’esterno e reggono le sorti del clan quando gli uomini sono latitanti o in prigione.

Nel tempo le donne si sono ritagliate uno spazio consistente nei vertici delle ‘ndrine. Sono donne che gestiscono gli affari di famiglia, dispongono della vita e della morte dei loro figli come degli avversari, donne pronte a trasportare fuori dai confini armi e uomini e che premono il grilletto per uccidere. Donne che nell’ombra o alla luce del sole tessono pazientemente le sorti della famiglia, dispongono alleanze e matrimoni, assegnano i compiti, celebrano il culto della vendetta. Non più solo sacerdotesse e garanti dell’onore mafioso, ma capi, come i loro uomini. Perché se nasci nella onorata famiglia, le appartieni anima e corpo.

Eccole, allora, donne nate mafiose come Maria Serraino. O come Angela Ferraro, che regge il racket e del traffico di droga tra la Calabria e la Lombardia e domina incontrastata sui destini altrui. La sua è una famiglia doc. Il sangue che le scorre nelle vene è quello dei Ferraro, una delle ‘famiglie’ che contano nella Piana, ancora di più da quando, dopo il matrimonio di Maria, hanno cementato il loro rapporto con la potente ‘ndrina dei Pesce.

Donne come Angela Donato che usa le stesse armi delle ‘ndrine per ritrovare suo figlio, Santo, donne mafia 01_letizia battagliaucciso per aver amato la moglie del boss (Cristina Zagaria, L’osso di Dio, 2007). Per lo stesso motivo viene ucciso Massimiliano Carbone, la cui madre, Liliana, lotta da anni per ottenere giustizia.

Sono le donne di cui parla Teresa. Un pranzo di famiglia, spettacolo del Teatro del Carro scritto da Francesca Chirico, in questi giorni a Firenze, al Teatro delle Spiagge (21 e 22 marzo 2015), che vede in scena una splendida Anna Maria De Luca nei panni di una donna che ama i numeri, a cui sarebbe piaciuto fare la parrucchiera, alla quale invece insegnano a “parlare quando piscia il gallo” e che accetta il suo destino di moglie senza amore e madre assetata di vendetta, il cui mondo viene messo in discussione dalla scelta dell’unica figlia femmina, Angela, diventata testimone di giustizia.

Angela rappresenta tutte quelle donne che decidono di rompere il muro di silenzio e omertà che circonda l’onorata famiglia per liberare sé stesse e i propri figli dal giogo. E che sanno che il prezzo del tradimento è la morte. A far paura alle cosche non è però il contenuto delle dichiarazioni fatte ai magistrati quanto la rottura di codici secolari, in primis quello del silenzio, lo squarcio nel velo di compattezza e solidità che copre l’immagine pubblica del clan, come sostiene Lirio Abbate in Fimmine ribelli (2013).

Donne come Lea Garofalo (Paolo De Chiara, Il coraggio di dire no, 2012), Maria Concetta Cacciola, uccise dai loro uomini, Giusy Pesce, figlia di Angela Donato, che riesce a sfuggire all’ingombrante modello materno diventando collaboratrice di giustizia (Francesca Chirico, Io parlo, 2013), Maria Stefanelli che ha raccontato in un libro (Loro mi cercano ancora, 2014) la sua vita irreparabilmente segnata da violenze e vessazioni inenarrabili.

letizia-battaglia-la-madre-di-giuseppe-impastato-cinisi-1984O come Felicia Impastato, madre di Peppino, e Francesca Serio, madre di Salvatore Carnevale, che hanno dedicato la loro vita alla denuncia e alla testimonianza quotidiana.

Da entrambi i lati della barricata, donne che hanno preso la parola, le une nel cono d’ombra della legge del padre, le altre nel nome della loro libertà.

(Le foto sono di Letizia Battaglia)

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19. marzo 2015 by Anna Puleo
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