La Finlandia, la scuola e il mestiere di insegnare

Una mattina di sole in un’aula di un Liceo Classico. Voci basse e una tensione palpabile. Oggi tema di latino. E’ vero che siamo la classe più invidiata (e denigrata) dell’istituto ma la versione è una cosa, il tema in latino è un’altra. Il brusio cresce. I secondi scorrono ma il professore non è ancora arrivato. Un insegnante di altri tempi, venerato e subìto insieme, con il disagio e il timore che, quando meno te l’aspetti, si abbatta su di te l’ ‘ira funesta’ di questo omone che si muove con i gesti di un gatto, pronto a ghermire la preda con gli artigli di un falco e ad abbatterla con il misterioso potere del suo sguardo di ghiaccio.

Il nostro boia si avvicina alla cattedra, apre la cartella, ne tira fuori alcuni volumi dalla copertina lisa. Lo sguardo grigio-azzurro plana sulla classe. “Oggi iniziamo a leggere i grandi poeti latini. Al tema riserveremo l’ultima mezz’ora.” Come mezz’ora? In 30 minuti non riesci a sviluppare un argomento neanche in italiano, figurati in latino. Gelo. Il gattofalco con gesti sapientemente ponderati sceglie un libro, lo capisci subito, usurato dall’uso quotidiano, lo apre con consumato senso del pathos, da abile mattatore delle scene, e comincia a veleggiare tra le Odi oraziane, i Carmi di Catullo e il Satyricon di Petronio. Ora si ferma, chiude tutti i volumi imparare_corsivo_scuole_finlandiaaperti sulla cattedra, chiede a qualcuno (nel gruppo ci sono anch’io) di commentare le liriche lette.

Poi riapre la borsa e ne tira fuori un altro libro, ancora più vecchio, se possibile, dei precedenti, riprendendo a leggere questa volta in una lingua sconosciuta ma dal suono chiaro e cristallino. Sanscrito. L’albero dalle radici ramificate, madre di tutte le lingue indo-europee, che estende i suoi rami fino a noi. Si parla dei Veda, della grammatica e dei termini in sanscrito che ancora utilizziamo. Il tempo è finito e lo sguardo grigiovestito passa al tema di latino.

Quando si parla di scuola inevitabilmente mi ritorna in mente questo episodio. Solo nel tempo ho avuto chiaro quanto io debba a questo insegnante, severo e inflessibile, che ha cercato di avvicinarci alle lingue antiche e alla conoscenza dei classici con la forza della sua cultura sconfinata e della sua passione per i libri e la conoscenza.

Non so quanto sia riuscito nel suo scopo ma è probabile che un risultato l’abbia ottenuto, nell’instillare nelle nostre testoline leggere, sempre proiettate verso il cielo, un modo di intendere la vita e il sapere con gli occhi e i sensi ben aperti.

E’ di qualche giorno fa la notizia arrivata dalla Finlandia, che ha deciso di sostituire le materie di insegnamento con lo studio per argomenti, meno lezioni frontali, più condivisione. Insomma niente più latino, italiano, matematica ma un tema da sviluppare di volta in volta utilizzando lenti diverse.

Niente di cui stupirsi nel Paese che ha fatto del cambiamento il suo mantra, convertendo il proprio modello industriale per puntare sulla conoscenza (la Finlandia è risultata il terzo paese nel Bloomberg Innovation Index che investe di più in Ricerca), che condivide con gli altri paesi scandinavi i primi posti in tutte le classifiche internazionali, comprese quelle che riguardano le performance dei sistemi scolastici, che investe oltre il 7% del PIL in istruzione, che accoglie i suoi studenti in ambienti gradevoli e confortevoli, che riconosce ai suoi insegnanti un ruolo fondamentale per la società, e quindi li forma e li gratifica perché lo assolvano al meglio delle loro possibilità, che ospita centri di ricerca e università dove l’innovazione non è una parola che è bene inserire ogni tanto nel discorso. Un Paese nel quale i ragazzi leggono e parecchio.

Un Paese in cui i docenti sono chiamati ad avere chiaro il senso del proprio compito e del proprio contributo alla crescita delprofessore-700x355la collettività e a concentrarsi, in piena autonomia e senza standard prefissati, sulla didattica, senza essere distratti da progetti, test di valutazione, emergenze economiche. Dove si vive di ciò che offre la natura, delle foreste e della pesca, e delle sue bellezze e dove si stimolano e incoraggiano le responsabilità, la creatività, la crescita, personali e collettive.

Risultati per i quali non serve ridurre le vacanze scolastiche, come ha proposto di recente uno dei Ministri del nostro Governo né balbettare riforme epocali e vuote di contenuti, ma occorre investire di più e in modo più razionale nell’istruzione, ripensare modelli secolari, ma soprattutto preoccuparsi dei bisogni della gente facendo, semplicemente, e con onestà, il proprio lavoro.

Come Nancie Atwell, che ha vinto qualche giorno fa il Global Teacher Prize, il Nobel per gli insegnanti, della Varkey Foundation (che ha pubblicato il primo Rapporto sullo stato degli insegnanti nel mondo, nel quale l’Italia risulta agli ultimi posti), mettendo a disposizione dei propri studenti una libreria di 10 mila testi, con ottimi risultati nella lettura e nella scrittura. O Phalla Nang, che ha inventato un metodo didattico destinato agli studenti ciechi. O Daniele Manni che destina parte delle sue ore al brainstorming ed ha realizzato con i suoi ragazzi una cooperativa da cui sono germinate diverse startup. O ancora Daniela Boscolo, insegnante di sostegno a Rovigo, dove ha istituito a scuola un supermercato gestito interamente da ragazzi disabili e non. Tutti in finale al Global Prize, tutti “innovatori senza permesso”, come afferma la Atwell.

Come un insegnante come tanti di un liceo di provincia come tanti che ostinatamente ha cercato di condurre i suoi studenti tra le pagine dei libri per varcarne la soglia, perché “tutti i libri continuano al di là…”

 

-I libri sono i gradini della soglia (…) Poi comincia la lingua senza parole dei morti che dice le cose che solo la lingua dei morti può dire. Il cimmerio è l’ultima lingua dei vivi… e la lingua della soglia!. Qui si viene per tendere l’orecchio al di là. Ascoltate … (…) -I libri cimmeri sono tutti incompiuti- sospira Uzzi-Tuzii- perché è al di là che continuano…nell’altra lingua, nella lingua silenziosa a cui rimandano tutte le parole dei libri che crediamo di leggere… (I. Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore)

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25. marzo 2015 by Anna Puleo
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