Joumana Haddad, donna, araba, poeta

Tahar Ben Jalloun l’ha definita una voce unica nella letteratura araba contemporanea Nata 45 anni fa a Beirut sotto il segno del Sagittario, due lauree e un dottorato concluso con una tesi su De Sade, giornalista, scrittrice, poetessa, Joumana Haddad è considerata una degli autori arabi più importanti delle ultime generazioni e tra le più autorevoli donne arabe, nota come attivista politica non meno che per i suoi romanzi e le sue poesie, tradotti in diverse lingue.

 

Parla di donne, Joumana, quelle arabe come lei, ma non solo, perché con il suo linguaggio diretto, spietato e pungente, di chi non la manda a dire, volge lo sguardo al mondo da cui proviene, afflitto dalla paura e dalla schizofrenia, per affrontare il complesso rapporto tra i generi. Lo fa dalle pagine di Jasad, unica rivista sul corpo e la sessualità nel mondo arabo, della quale è ideatrice, capo redattrice e editrice, o da quelle del quotidiano An Nahar e nelle sue poesie, in cui svela la potenza sovversiva del corpo desiderante e dell’erotismo.

 

joumana HaddadCorpo inteso come spazio di conoscenza e di esperienza, fisica, sensoriale, emozionale, intellettuale. Corpo come universo in cui il linguaggio poetico sceglie di esprimersi, da cui passa l’urgenza di comunicare e di riappropriarsi di una lingua rigogliosa, ricca di complessi simboli e allegorie, ferita e offesa da tabù e oscurantismi.

 

Perché scrivo poesie? Perché non scrivo romanzi, come mi chiedono in molti?… Perché la poesia è un’URGENZA…Perché è un’eterna lotta tra me e me. Perché mi aiuta a rendermi conto che sono viva. Perché è una vita moltiplicata. Perché è la mia carne, così come mi piace, senza “pelle protettiva”.

 

Corpo e scrittura, avvinghiati in un unico respiro, quello della propria esperienza, che transita dall’uno all’altra in una osmosi perfetta, in <<un viaggio brutale, violento e sanguinoso>> ma anche sensibile e contemplativo, nel quale prendere la parola per parlare di sesso (fuori dal marketing furbetto da Cinquanta sfumature, per intenderci) e tornare alla propria essenza. E se scrivere con onestà e senza compromessi non è facile a qualunque latitudine, non lo è ancor per una donna araba, chiamata a affrontare <<il mostro del pregiudizio e dell’imbarazzo>>.

 

Una visione che struttura in Ho ucciso Sherazade, Confessioni di una donna araba arrabbiata, testo ibrido, come la stessa autrice lo definisce, a metà tra saggio, invettiva e memoria personale, nel quale solleva la pesante cappa che copre da sempre l’altra metà del cielo nel mondo arabo, avvolta da stereotipi e ipocrisie radicate, che la condannano al ruolo di essere debole e indifeso, silenzioso e sottomesso, per rammentare che esiste un Islam liberale, complesso, composito ed eterogeneo, che ignoranza e semplificazione ideologica, imperanti da una parte e dall’altra del Mediterraneo, cercano in tutti i modi di offuscare (ne ha parlato qualche giorno fa Francesco Antonelli su il Manifesto  ).

 

E se da tempo si fa largo la reazione da parte di uomini e donne arabo-musulmani all’11 settembre e a ciò che ne è seguito, la responsabilità è da attribuire all’Occidente come allo stesso mondo islamico, intrappolato <<in un circolo vizioso di difesa/offesa>> che spinge a <<fare di tutto per fomentare l’intolleranza nei nostri confronti e promuovere le immagini false e i clichè sulla nostra società e la nostra cultura>>.

 

Se in Ho ucciso Sherazade esplora l’universo femminile islamico, in Superman è arabo. Su Dio, il matrimonio, il machismo primavera_arabae altre invenzioni disastrose Joumana Haddad denuncia miti e mitologie del mondo maschile e nelle relazioni tra i sessi, e non necessariamente solo a sud del nostro mondo. Un libro che è un urlo in faccia al sistema patriarcale e ai suoi valori, che infettano l’universo degli uomini, a Oriente come a Occidente.

 

Una mitologia cui contribuiscono spesso le stesse madri che educano i figli ad interpretare il ruolo di Superman, uomini alfa artificiali, più che quello di Clark Kent, con le fragilità e le insicurezze di qualsiasi essere umano, e alle figlie insegnano ad essere docili e sottomesse.

 

In Il ritorno di Lilith, Haddad ritorna al mito per ripercorrere la figura di origine mesopotamica di Lilith, prima sposa di Abramo, ribelle e disobbediente, subito rimpiazzata, dopo aver abbandonato il Paradiso, dalla più accondiscendente Eva. Cancellata dalla memoria collettiva e dalla vulgata religiosa perché sinonimo di trasgressione, ricettacolo di paure ancestrali in quanto simbolo di libertà e potere femminile, Lilith è la donna libera da qualsiasi vincolo o limite, da tutto e tutti, persino dalla stessa libertà, azione pura nel suo desiderio assoluto e nel suo essere desiderante.

 

Io sono Lilith la donna destino. Nessun maschio le è sfuggito, nessun maschio vorrebbe sfuggirle. Lilith le due lune. Quella nera è completata dalla bianca, perché la mia purezza è la scintilla della dissolutezza, la mia astinenza l’inizio del possibile. Io sono la donna-paradiso che cadde dal paradiso, io sono la caduta-paradiso….Io sono la prima donna, compagna di Adamo nella creazione non la costola della sottomissione.

 

Ancora una volta Haddad usa la parola nella sua ‘fisicità’, strumento che scava con ferocia nella carne e nell’animo, che porta su di sé l’inquietudine mai domata, motore di vita e di ricerca continua, garanzia di inaccessibilità e fedeltà a sé stessa. La parola come sfida a percorrere fino in fondo la strada scelta, che conduce a un inferno personale che può costare dolore, perdita, solitudine ma ci permette, anche, di guardare il mondo attraverso la purezza cristallina di un diamante.

Nessuno può immaginare
quel che dico quando me ne sto in silenzio
chi vedo quando chiudo gli occhi
come vengo sospinta quando vengo sospinta
cosa cerco quando lascio libere le mie mani.
Nessuno, nessuno sa
quando ho fame, quando parto
quando cammino e quando mi perdo,
e nessuno sa
che per me andare è ritornare
e ritornare è indietreggiare,
che la mia debolezza è una maschera
e la mia forza è una maschera,
e che quel che seguirà è una tempesta.
Credono di sapere
e io glielo lascio credere
e avvengo.

Hanno costruito per me una gabbia

affinché la mia libertà
fosse una loro concessione
e ringraziassi e obbedissi.
Ma io sono libera prima e dopo di loro,
con loro e senza di loro
sono libera nella vittoria e nella sconfitta.
La mia prigione è la mia volontà!
La chiave della prigione è la loro lingua
ma la loro lingua si avvinghia intorno alle dita del mio desiderio
e il mio desiderio non riusciranno mai a domare.

Sono una donna.
Credono che la mia libertà sia loro proprietà
e io glielo lascio credere

e avvengo.
 
 

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25. febbraio 2015 by Anna Puleo
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