Jane Austen la divina

Lo confesso. Ho fatto parte a lungo di quella cerchia di persone che non l’hanno mai letta, per pigrizia o perchè colpiti dallo strale del pregiudizio, lo stesso che nei suoi libri lei ha dipinto in diversi colori e sfumature. Poi, un anno fa, l’idea di farne un laboratorio mi ha spinto a leggere Orgoglio e Pregiudizio ed è stato lì che si è presa la sua rivincita. In una manciata di ore, uno dopo l’altro, ho finito per leggere tutti e sei i suoi romanzi, ho sofferto per la sicurezza di giudizio di Elizabeth Bennet e la scarsa considerazione di sé di Fanny Price, ho sorriso per la saccenza di Emma, i tic e la megalomania di papà Woodhouse e di sir Walter Elliot, il pervicace esporsi al pubblico ludibrio di Mr. Collins e Mrs. Bennet, e seguito con angoscia la sottomissione di Anne Elliot al volere altrui e l’irruenza cieca di Marianne.

Io_Jane_Austen_1La puoi vedere in tanti modi Jane Austen, una amabile signora che scrive per passatempo, una moralista, una zitella di talento dai modesti orizzonti tracciati dal suo ceto sociale, una squisita artista del ricamare storie, come scrive Nabokov, una acuta osservatrice di vizi e virtù della società inglese di inizio Ottocento o un genio che ha saputo trascendere la sua epoca per restituirci verità universali e senza tempo e un attualissimo campo di interrogazioni del nostro presente, ma ciò che non puoi non fare è coglierne la grandezza.

 

A colpirti all’inizio sono il nitore della scrittura, le descrizioni immacolate, la perfezione dei dialoghi, il registro beffardo e graffiante, divertente e irriverente, sempre pronti a centrare miserie e vezzi, individuali e sociali, senza risparmiare nessuno, comprese le sue eroine. Man mano, però, a stupire è la sapienza usata nel nascondere strutture complesse dietro una scrittura impalpabile; l’abilità nel tenere sempre saldamente le redini, senza farsele sfuggire, di un labirinto narrativo in cui temi e biografie personali si intrecciano, si contorcono e dipanano, si allontanano in direzioni diverse per ritornare al punto di partenza; l’arte di inanellare uno dopo l’altro personaggi reali e convincenti, che soffrono, amano, sono forti e fragili insieme; l’ esercizio ininterrotto di uno sguardo affilato, mai indulgente, sugli stereotipi e il provincialismo, l’egoismo e le ipocrisie dei contemporanei.

cinema austenLa più perfetta artista tra le donne, come la definì Virginia Woolf (che le ha dedicato pagine inimitabili ne Il lettore comune e in Una stanza tutta per sè), tesse pazientemente, un’opera dopo l’altra, la tela del romanzo di formazione, dove il dialogo incessante, la relazione simbolica con un’altra donna, il pensare le proprie emozioni, la conquista dell’amore, sono il viatico a una presa di coscienza, spesso dura e dolorosa, sulla difficile arte di stare al mondo. Lo ricorda Liliana Rampello nel suo Sei romanzi perfetti (2014), citando Franco Moretti (Il romanzo di formazione), che Emma Anna, Elizabeth si collocano a fianco di Wilhelm Meister per raccontare tuttavia un’ altra storia di formazione, diversa da quella che ha il suo fulcro nell’eroe di epica memoria, cristallizzato in un modello senza tempo, giacché lo sfondo imprescindibile del romanzo austeniano è la quotidianità, lo scorrere ordinario e accidentato dell’esistenza. E’ dentro il perimetro del quotidiano che la protagonista contratta la propria libertà e afferma se stessa superando gli ostacoli del conflitto tra dovere e felicità. Un percorso meticolosamente scandito da uno stile inimitabile e dall’uso ripetuto di un dizionario marcatamente austeniano (su cui vedi due recenti studi citati in questo articolo del New York Times).

…a lei (Jane Austen) bastava rappresentare quel che sapeva vedere, e cioè che una ragazza, se legata da un saldo vincolo con un’altra donna, poteva amare un uomo senza rischiare di perdersi e, ancor più, poteva imparare da lui qualcosa, poteva insegnare a lui qualcosa d’altro. Insomma…le donne possono imparare tra loro e anche da un uomo, gli uomini non imparano granché tra loro ma possono imparare da una donna, in una visione del rapporto e del conflitto tra i sessi nuova per il suo tempo e innovativa ancora oggi; ogni gesto di una delle ragazze mostra una relazione, porta con sé il potere e la responsabilità della modificazione. (L. Rampello, Sei romanzi perfetti)

Quelle di Austen in realtà non sono perfette eroine romantiche, come vorrebbe la vulgata dominante, ma donne capaci di mettersi in gioco nella sfida della relazione con l’altro, rimanendo fedeli in ogni caso a “ciò che siamo, ciò che abbiamo e

EMMA [BR / US 1996]   GWYNETH PALTROW, TONI COLLETTE     Date: 1996 (Mary Evans Picture Library)

ciò che facciamo” (sempre Rampelli), nella consapevolezza della propria irriducibile imperfezione e della responsabilità che si ha verso se stesse e verso il mondo. Al di là dei giochi di sguardi e di seduzione, dei volubili moti del cuore, della fascinazione per le avventure e le grandi idee, le personagge (termine evocato ne L’invenzione delle personagge da Bia Sarasini, Roberta Mazzanti, Silvia Neonato, Iacobelli) austeniane guardano a un orizzonte possibile, solido e a portata di mano, in cui muoversi con libertà e felicità.

Questa penna straordinaria che in tanti non hanno esitato a paragonare a quella di Shakespeare non ha faticato molto a diventare una vera e propria icona, di cui si sono appropriati non solo l’editoria ma anche cinema e televisione, teatro e web, in un profluvio di edizioni in decine di lingue, di film e siti web, dove è possibile trovare le sue opere e scaricarle gratuitamente insieme a lettere e aforismi, aneddoti, ricette di dolci, musica. Un mercato saturato in questi mesi da nuove uscite in occasione del doppio bicentenario, dalla morte e dalla uscita del suo ultimo lavoro, Persuasione. Eppure i suoi romanzi inizialmente furono rifiutati dagli editori e ferocemente censurati dalla critica che riteneva la sua opera sbiadita e banale. Non la pensano così scrittori come Virginia Woolf, Samuel Beckett, Margaret Atwood, Katzuo Ishiguro, Ian McEwan che hanno confessato ripetutamente il loro debito verso la scrittrice inglese.

Che ne penserebbero di tutto questo quei detrattori e scrittori  del suo tempo che si sentivano in dovere di  offrirle preziosi suggerimenti, qua e là, su come costruire il perfetto romanzo per signorine, ai quali l’ineffabile Jane rispondeva, senza dimostrare turbamento o disappunto, con un Piano di un romanzo secondo suggerimenti vari?

L’eroina deve essere la figlia di un ecclesiastico, che dopo aver molto vissuto nel mondo se ne ritira, e si stabilisce in una parrocchia vivendo di un suo piccolo capitale. Il più eccellente uomo che si possa immaginare, carattere, umore, maniere perfette, senza nessun tratto negativo e nessuna caratteristica che gli impedisca di essere il più delizioso compagno per la figlia da un capo all’altro dell’anno. ….Spesso rapita dall’antieroe ma sempre salvata dal padre o dall’eroe. Spesso costretta a mantenere se stessa e il padre colla sua attività e a lavorare per il pane; continuamente ingannata e defraudata del suo; ridotta a uno scheletro e qua e là morta di fame. Alla fine, cacciati fuori dalla società civile, privati dal riparo della più umile capanna, sono costretti a ritirarsi nelle Camciatca, dove il povero padre, completamente distrutto, sentendosi prossimo alla morte, si getta a terra, e dopo quattro o cinque ore di teneri consigli e paterne ammonizioni all’infelice sua figlia, spira in una esplosione di raffinata cultura letteraria, mescolata a invettive contro i detentori di rendite da decime. L’eroina per qualche tempo inconsolabile, si trascina alla sua contrada natale, sfuggendo di stretta misura e almeno venti volte alla cattura da parte dell’antieroe; e alla fine proprio al momento giusto, svoltando l’angolo per sfuggirgli, cade nelle braccia dell’eroe che, avendo finalmente respinto gli scrupoli che lo bloccavano, stava proprio mettendosi in cerca di lei. Il più tenero e completo  éclaircissement ha luogo….(in J.E. Austen-Leigh, Ricordo di Jane Austen)
keira-knightley jane auten

Basterebbe questo brano, insieme a diverse annotazioni disseminate nelle lettere, a confutare l’idea inveterata che Austen non avrebbe lasciato traccia alcuna del suo straordinario laboratorio di scrittura, lasciando spazio a definizioni, come quella di Henry James, di autrice ‘istintiva‘, che non trovano sostegno in una scrittura estremamente calibrata, controllata fino al parossismo, a iniziare dall’incessante come and go dalla mente delle sue protagoniste, che anticipa di un secolo i mutamenti epocali introdotti da Proust e Joyce.

Se nella sua breve esistenza Austen non andò oltre il triangolo di terra tra Steventon, dove era nata, Bath e Chatown, con l’eccezione di qualche breve puntata a Londra,  il suo nome e le sue opere hanno attraversato gli oceani, valicato montagne, attraversato generi (dall’erotico al fumetto passando per le chick lit) e canoni letterari arrivando immutate nella loro potenza espressiva, e sovversiva, sino a noi.

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29. novembre 2017 by Anna Puleo
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