Into the silence. John Cage e l’arte contemporanea

Nel silenzio posso ascoltare il mio respiro, sentire i miei muscoli che si muovono, fermare il vortice dei miei pensieri, aprire la porta che mi riconduce a me stessa, ricostituire uno spazio in cui c’è tutto quel che sono, quel che sono stata e quel che sarò, ricomporre i frammenti di un’esistenza costretta a dividersi tra un prima e un poi.

Nel silenzio posso ritrovare schegge di esistenza, stipate innanzi tempo in soffitta, spesso dimenticate, incroci temporali.

thumb_img_3900_1024Nel silenzio posso accostarmi all’intimità altrui.

Una preziosa tovaglia al tombolo, tramandata in dote da madre in figlia, un tabernacolo, la foto della navata della vecchia cattedrale, ricostruita dopo i bombardamenti secondo i dettami della modernità, racchiusa in una cornice che ricorda le testate dei letti dei primi del ‘900, radici disseccate che affiorano dalle pareti, immagini di paesaggi familiari, su cui vigilano pazienti le nuvole, una cornice che racchiude il niente. I segni di un mondo scomparso. Ed io? Dove sono, io?

Segni che chiedono la sospensione del giudizio, che reclamano ascolto anche lì dove il silenzio impera. In realtà l’assenza assoluta di suoni non esiste, spiega John Cage a proposito di 4’33”, l’album che 64 anni fa sovvertiva i canoni della musica contemporanea, nel quale il compositore americano definisce il silenzio come parte integrante dei suoni, vibrante di potenziali significati.

thumb_img_3908_1024La nostra società ipertrofica mal sopporta il silenzio, lo spazio liminale che fa da confine e insieme da collegamento tra suoni, immagini, parole. Che separa, dà respiro e senso alle cose. Che, tuttavia,  si liquefa nell’ overload di rumori che invade la nostra quotidianità, che disorienta e inquieta, ci rende irritabili e isterici almeno quanto la loro assenza, e tuttavia riesce a placare l’angoscia del vuoto.

E invece tornare al vuoto, riscoprire il silenzio, significa far risuonare altri suoni, immagini, parole, normalmente sopraffatte dal brusio che costantemente ci avvolge, invertendo i termini consueti del discorso (silenzio-suono, cornice-tela, significato-significante). Il silenzio di Cage si specchia nell’arte nello spazio bianco della tela, che non ha bisogno di essere dipinto perché già contiene la luce, immagini, storie, in un eterno movimento dell’arte e della vita.

Una lezione preziosa che mi è tornata alla mente nel visitare  La camera anecoica,  una mostra di Giuseppe thumb_img_3901_1024Negro, curata da Simona Caramia, aperta sino al 7 novembre al MARCA di Catanzaro. Cinque ambienti si susseguono, in cui campeggiano le opere in esposizione, tabernacoli, una tovaglia, un letto, fotografie, radici e rami secchi, “luoghi intimi che tracciano un percorso solitario, che vive di un movimento circolare dall’esterno all’interno e ritorno, in una sorta di sospensione temporale dalle cose del mondo reale”.

Ma, mentre ti aggiri tra le opere di Negro, ti accorgi che lo spazio della camera anecoica in realtà è pronto ad accogliere l’ambiente circostante, a riempirsi della vita, ed è

inevitabile che nel reticolo tu scorga altre cose, persone comprese, se si trovano lì in quel momento preciso. Non esistono cose come lo spazio vuoto o il tempo vuoto. C’è sempre qualcosa da vedere, qualcosa da udire (Cage, Silenzi, 2010)

 

 

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29. settembre 2016 by Anna Puleo
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