Il poeta è un ladro di fuoco

I pugni nelle tasche rotte, me ne andavo/ con il mio pastrano diventato ideale; / sotto il cielo andavo, o Musa, a te solidale;/ oh! là là! quanti splendidi amori sognavo!

I pugni in tasca, il cielo come tetto e la Musa della poesia come fedele compagna. Non c’è ritratto più fedele che quello che Arthur Rimbaud ha fatto di sé in questi versi.

Ne esce fuori la rabbia e la ribellione all’ambiente claustrofobico di Charleville, la sua città natale, prima, della Francia poi, Carjat_Arthur_Rimbaud_1872_n2l’ insofferenza alle rigide regole materne, all’ipocrisia e al bigottismo sociale, alle convenzioni e alla superficialità della stessa società letteraria. La stessa insofferenza che lo legherà a Verlaine e lo porterà a lasciarsi alle spalle la poesia per peregrinare di lavoro in lavoro, di paese in paese fino a stabilirsi in Africa per tornare, ormai malato, indietro, lì dove era partito, per chiudere il cerchio della sua esistenza.

Un ‘animale da premio’ da bambino, che diventerà presto un ribelle, provocatore, un diavolo, un depravato, un selvaggio senza Dio né legge, un grumo di contraddizioni, poco o nulla affidabile, nel giudizio di tanti.

Ma soprattutto un uomo in perenne fuga, conscio della irriducibile solitudine di chi sa vedere, oltre la cortina delle illusioni, verità insondabili e terrificanti. Di chi ha sperimentato le malie dell’amore, le trappole tese dall’esistenza e, più terribile di tutti, l’inganno della poesia.

Dopo sarà un continuo vagare per l’Europa, l’Asia e infine l’Africa, la terra che lo ammalia, dove fa’ affari e si costruisce una solida posizione economica, lasciandosi alle spalle la scrittura e la Musa che un tempo lo aveva guidato nel caos informe dell’Inferno e lo aveva spinto a raccontare quel che aveva visto.

Come Ofelia, anche il poeta è un veggente che ha guardato negli occhi la Medusa, ma, a differenza del personaggio shakespeariano, che ne è stato annientato, ne è uscito vincitore.

Tes grandes visions étranglaient ta parole
– et l’Infini terrible effara ton oeil bleu! (Ofelia)

In una famosa lettera a Paul Demeny, Rimbaud, a neanche 17 anni, sa esprimere con chiarezza la sua visione della poesia, che diventa il manifesto delle correnti simboliste e surrealiste e delle successive avanguardie.

L’intelligenza universale ha sempre sparso le sue idee con naturalezza; gli uomini raccoglievano una parte di questi frutti del cervello: agivano tramite, scrivevano libri: così andavano le cose, perché l’uomo non lavorava su se stesso, non si era ancora destato, o non era ancora nella pienezza del gran sogno. Funzionari, scrittori, autore, creatore, poeta, quest’uomo non è mai esistito! Il primo studio dell’uomo che vuole essere poeta è la propria conoscenza, intera; egli cerca la sua anima, l’indaga, la scruta, l’apprende. Non appena la conosce, deve coltivarla… Ma si tratta di rendere l’anima mostruosa: alla maniera dei comprachicos, insomma! Immagini un uomo che si pianti e si coltivi dlle verruche sul viso. Io dico che bisogna essere veggente, farsi veggente. Il Poeta si fa veggente attraverso un lungo, immenso e ragionato sregolamento di tutti i sensi. Tutte le forme d’amore, di sofferenza, di follia; egli cerca se stesso, esaurisce in sé tutti i veleni, per non serbarne che la quintessenza. Ineffabile tortura in cui ha bisogno di tutta la fede, di tutta la forza sovrumana, nella quale diventa fra tutti il grande infermo, il grande criminale, il grande maledetto, – e il sommo Sapiente! – Poiché giunge all’ignoto! Perché ha coltivato la sua anima, già ricca, più di qualsiasi altro! Egli giunge all’ignoto, e anche se, smarrito, dovesse finire per perdere l’intelligenza delle proprie visioni, le avrà comunque pur viste!

Lucidamente e senza timori di fronte al più anziano e noto interlocutore, Rimbaud spazza il rimbaudcampo da ogni ovvietà e illusione. Solo chi entra nella foresta senza mappe né punti di riferimento, solo chi accetta di perdersi senza sapere se riuscirà a ritrovarsi potrà dirsi poeta. Il suo ruolo è quello di prendere in carico l’umanità intera, di darle una lingua e un orizzonte, parole, idee e forme nuove, per affrontare l’ignoto senza farsi risucchiare. Come Prometeo, il poeta sottrae il fuoco della conoscenza agli dei per darlo agli uomini, e fare scoccare anche in loro la scintilla del divino.

Dunque il poeta è veramente un ladro di fuoco. Ha a suo carico l’umanità, perfino gli animali; deve far sentire, far palpare, far ascoltare le sue invenzioni; se ciò che riporta da laggiù ha forma, egli dà forma; se è informe, dà l’informe. Trovare una lingua; – del resto, ogni parola è idea, e verrà il tempo di un linguaggio universale! Bisogna essere un accademico, – più morto di un fossile, – per preparare un dizionario, di qualunque lingua sia. Se dei deboli si mettessero a pensare sulla prima lettera dell’alfabeto, potrebbero precipitare nella pazzia! Questa lingua sarà dell’anima per l’anima, riassumerà tutto, profumi, suoni, colori, pensiero che uncina il pensiero tirandolo. Il poeta definirebbe la quantità d’ignoto che nel suo tempo si desta nell’anima universale: egli darebbe di più – più della formula del suo pensiero, più della notazione della sua marcia verso il Progresso! Enormità che diventa norma, assorbita da tutti, sarebbe davvero un moltiplicatore di progresso. Questo avvenire sarà materialista, lo vede. … La Poesia non ritmerà più l’azione; le sarà davanti. Questi poeti saranno! Quando sarà spezzata l’infinita schiavitù della donna, quando ella vivrà per sé e grazie a sé, poiché l’uomo – finora abominevole, – le avrà concesso il suo congedo, sarà poeta, anche lei! La donna troverà dell’ignoto! I suoi mondi d’idee differiranno dai nostri? – Troverà cose strane, insondabili, ripugnanti, deliziose; noi le prenderemo, noi le comprenderemo. Nell’attesa, chiediamo ai poeti il nuovo, – idee e forme. Ogni mestierante potrebbe credere subito di aver soddisfatto questa domanda. Non è così! I primi romantici sono stati veggenti quasi senza rendersene conto: la coltivazione delle loro anime è stata accidentale: locomotive abbandonate, ma ardenti, intrappolate per qualche tempo nelle rotaie. … A quindici anni, quegli slanci di passione infoiano i giovani; a sedici si accontentano già di recitarli con sentimento; a diciotto anni, anche a diciassette, ogni collegiale che ne ha l’occasione fa un Rolla, scrive un Rolla! Forse qualcuno potrebbe ancora morirne. … Ma investigar l’invisibile e ascoltare l’inaudito è altra cosa che riprendere lo spirito delle cose morte, Baudelaire è il primo veggente, il re dei poeti, un vero Dio. Tuttavia è vissuto in un ambiente troppo artistico; e la forma in lui tanto vantata è meschina: le invenzioni d’ignoto reclamano forme nuove.

 

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24. maggio 2016 by Anna Puleo
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