Il figlio di Saul e quel sonno della ragione che genera mostri

Uno stanzone illuminata da luci smunte e fredde. Un gruppo di uomini e donne si spogliano, si ammassano dietro una porta. La voce gentile e lievemente metallica li invita a fare la doccia. Dopo, li aspetta un buon the e una zuppa calda. Pochi minuti e dietro la porta si sentono i lamenti, qualcuno urla, un altro tenta di uscire. Poi, il silenzio. La squadra di uomini con una croce rossa sulla giacca rimuove i corpi aggrovigliati, li porta da un’altra parte, nei forni dove saranno ridotti in cenere, eliminando ogni prova della loro esistenza in terra. Tra loro c’è un ragazzo, ancora non è morto, ma il medico del campo provvede a completare l’opera che il gas aveva iniziato. Dalla squadra si stacca un ungherese, Saul, prende il corpo del ragazzo. Non sarà portato ai forni, avrà la sua sepoltura rituale benedetta dal Kaddish.

Se avete visto La vita è bella o Schlinder’s List, dimenticateli. Con Il figlio di Saul (Premio Oscar e Golden Globe 2016 per il miglior film straniero) siamo da altre parti. Quello che interessa al regista, László Nemes, al suo folgorante esordio, è entrare nell’universo concentrazionario di Auschwitz osservarne la follia e la razionalità, da una parte e dall’altra. Il modello perfetto del lager, il numero son_of_saul_02-1quotidiano di morti, i corpi – i pezzi- da rimuovere e smaltire come rifiuti, ogni volta ripulire, igienizzare, raccogliere i vestiti, mettere da parte l’oro, tenere sempre vivo il fuoco nei forni crematori, spalare la cenere, portare i nuovi arrivati nel campo, ammassare i pezzi falciati dalle mitragliatrici, appiccare il fuoco per cancellare ogni traccia. Un lavoro perfetto come lo scorrere armonioso della catena di montaggio, straniante e terrificante come può essere l’inferno in terra.

La camera a spalla segue dappresso Saul, cui Géza Röhrig presta il suo volto intenso, la sua decisione di prendere il corpo del ragazzo e di metterlo al sicuro, in attesa di trovare un rabbino che possa recitare il Kaddish, la  determinazione ossessiva nel portare avanti il suo piano, che non si fermerà neanche di fronte alla possibilità di fuggire e di salvarsi la vita. E’ con i suoi occhi che guardiamo il procedere degli eventi. Il resto scorre, sfocato, sullo sfondo, gli arrivi quotidiani, il gas, la rimozione dei pezzi, i forni, i suoni delle sirene, i rumori, le preghiere, le parole attutite, gli ordini, le urla. Come il lavoro sporco fatto dal sonderkommando, unità speciali di ebrei, “corvi neri dei crematori”, “miserabili manovali della strage …(che) preferirono qualche settimana in più di vita (quale vita!) alla morte immediata”, come li definì Primo Levi ne I sommersi e i salvati. Complici dei carnefici, destinati a essere immolati come gli altri, prima o poi, che arrivano a dimenticare quel che stanno

facendo e col tempo si sono abituati a tal punto …a tal punto assuefatti a tutto, da non provare alcuna emozione per quanto accadeva. Ogni giorno assistono alla morte di decine di migliaia di persone e (non provano) niente. (Salmen Lewental, sopravvissuto al sonderkommando di Auschwitz)

Zombie, che si aggirano nell’inferno di Auschwitz, Treblinka, Sobibor… Anche Saul è un morto che son of saul 3cammina. Finché non vede il ragazzo, un ragazzo che potrebbe essere suo figlio, il figlio dei suoi compagni, il futuro che si sono lasciati alle spalle e non tornerà più. E scatta la molla. Come Antigone, Saul si ribella alla legge degli uomini per riportare in terra quella divina, lasciata fuori dal cancello, su cui campeggiano beffarde tre parole, Arbeit macht frei. Il gesto anarchico e apparentemente assurdo di un uomo che rivendica il primato dell’ umanità di fronte all’ordinato meccanismo della macchina concentrazionaria, dietro alla quale si cela un progetto orribile e insensato.   Non c’è possibilità di mediazione tra i due mondi. La rivolta del protagonista e del suo soderkommando annegheranno nel sangue. Ma Saul ha aperto il recinto del sacro per offrire a sé e al suo popolo di nuovo la possibilità del futuro.

Non era semplice rimettere mano al tema dell’Olocausto senza cadere nel patetico e nello scontato. László Nemes c’è riuscito confezionando un film disturbante e sconvolgente, che tocca le nostre corde più profonde, di grande potenza espressiva e drammaturgica. Un film di cui avvertivamo negli ultimi tempi la mancanza.

 

….dopo Auschwitz non si può più fare poesia se non su Auschwitz. (Primo Levi)

 

La filosofia … deve delimitare l’impensabile dal di dentro, attraverso il pensabile. Essa significherà l’indicibile rappresentando chiaro il dicibile. (Ludwig Wittgenstein)

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15. aprile 2016 by Anna Puleo
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