Il caso Spotlight, ovvero dove va oggi il giornalismo

Follow the money, è il consiglio che Gola Profonda dà a Bob Woodward e Carl Bernstein, i giornalisti che svelarono lo scandalo Watergate, nel film di Alan J. Pakula Tutti gli uomini del Presidente, uscito nelle sale  nel 1976, 40 anni fà esatti. Una frase che potrebbe essere stata pronunciata anche da uno dei protagonisti de Il caso Spotlight, il film di Tom McCarthy che sta facendo incetta di premi, comprese due statuette conquistate qualche giorno fa a Los Angeles.

Siamo a Boston, la città del MIT e di Harvard, di Emerson e Thoreau, la città dell’alta borghesia intellettuale e spotlightdell’attivismo politico. Qui vengono scoperti alcuni casi di pedofilia in cui sono coinvolti dei sacerdoti. Mele marce per la Chiesa locale, sapientemente e metodicamente insabbiati dalle gerarchie, che si limitano a spostare i responsabili da una parrocchia all’altra e a risarcire le famiglie delle piccole vittime, senza entrare mai in un’aula di giustizia. I giornalisti di Spotlight, la squadra investigativa del The Boston Globe, entrano nella vicenda e svelano l’esistenza di una vera e propria rete di preti pedofili che da decenni fa vittime tra bambini e adolescenti loro affidati. E non solo nella capitale del Massachusettes perchè l’inchiesta, che nel 2003 si aggiudicò il Pulitzer e in breve tempo fece il giro del mondo, svela una trama molto più ampia, nella quale sono invischiati migliaia di sacerdoti in tutti i continenti. Una questione ancora aperta per Papa Francesco e una parte della Chiesa, che pure hanno iniziato ad affrontarla.

La pellicola, che può contare su un’ottima scrittura (premiata anche con l’Oscar), eccellenti attori e sulla sapienza registica di Tom McCarthy (Station Agent, Mosse vincenti e L’ospite inatteso), non è però un film sulla pedofilia bensì un film su un sistema completamento marcio, che garantisce tolleranza e coperture per mantenersi in vita. Ma soprattutto è un film sulla necessità del giornalismo d’inchiesta, piegato dal dominio pervasivo del digitale, svillaneggiato dai politici di turno, tradito da editori e finanziatori, abbandonato dagli stessi lettori. Per questo, spiega Martin Baron, direttore all’epoca del Globe, al di là dell’evidente valore del film e del plauso della critica e dei giusti riconoscimenti che lo stanno sommergendo, importante è la sua capacità di riaccendere le luci su un giornalismo “preciso e responsabile”.

Le vere soddisfazioni verranno se il film sarà in grado di avere un vero impatto -scrive Baron-. Sul giornalismo, se editori e direttori ricominceranno a dedicarsi al giornalismo d’inchiesta. Sui lettori scettici, perché i cittadini saranno spinti a riconoscere la necessità di una seria copertura locale e di forti istituzioni giornalistiche. E su tutti noi, grazie a una maggiore volontà d’ascoltare le persone umili e troppo spesso senza voce, compresi quelli che hanno subìto violenze sessuali e d’altro tipo.

Perché la domanda vera è: il giornalismo ha ancora una funzione sociale, è ancora il ccitizen-kane quarto potereane da guardia del potere? L’altra domanda è: che ne è del giornalismo oggi, mentre i governi inaspriscono i sistemi di sorveglianza e ridimensionano libertà, vecchie e nuove, di espressione e di stampa? Ne sanno qualcosa Julian Assange ed Eduard Snowden. E le decine e decine di giornalisti e blogger (110 solo nel 2015; 16, l’ultima è la spagnola Anabel Flores, in questi primi mesi del 2016) che ogni giorno a qualsiasi latitudine del globo, vengono minacciati, incarcerati, torturati, rischiano la vita, e spesso la perdono, per portare a galla la verità.

Il loro salvacondotto è il sostegno dei lettori e l’indipendenza e la solidità del loro giornale (o del loro blog), mai data una volta per tutte ma perseguita e contrattata quotidianamente, così come la capacità di stare dentro la comunità, all’interno di una rete di rapporti, non sempre trasparenti (ben focalizzati nel film), senza esserne invischiati. L’inchiesta di Spotlinght è resa possibile da due outsider, un direttore ebreo e da un testardo avvocato di origine armeno, ma a scriverla sono quattro reporter di cultura cattolica, che a Boston ci vivono e lavorano, guidati da un caporedattore che appartiene allo stesso ceto di chi ha ogni volta insabbiato le violenze (Walter Robinson, interpretato da un bravissimo Michael Keaton), gettando una spessa coltre di omertà e ipocrisia su vicende che hanno colpito nel tempo –continuano a colpire- padri e figli con la connivenza di molti. Spotlight è ltutti gli uomini del presidente-4031-a9f0-10f41e64c7aeontano dalla notizia veloce, curiosa, spettacolare, dall’informazione di intrattenimento su cui oggi punta la stampa per drenare l’emorragia di lettori e fronteggiare il calo della pubblicità e il disimpegno dilagante degli editori.

I reporter di Spotlight si muovono tra le strade di Boston e i corridoi del Globe armati solo di documenti, taccuini, liste di nomi, ma soprattutto della capacità di ascoltare, di entrare nell’animo umano, di condividere un pezzo del dolore altrui. Di fare autocritica quando si è tradita la propria missione. Ed è questo che la differenza, che si tratti di giornalismo su carta o sul web.

 

La qualità dell’informazione non dipende dal supporto (carta o digitale). E il supporto di per sé non garantisce la qualità. La qualità dipende dalla visione giornalistica che si ha, dal prodotto editoriale al quale si lavoro, dal team impegnato “sul campo”. D’altra parte, informarsi non può più essere concepita come un’attività passiva, la democratizzazione dell’informazione implica anche la necessità di una cultura digitale. Il lavoro di “gatekeeper” o di “fact checking” che un tempo svolgevano i giornali, oggi è diventata anche una “responsabilità” dei cittadini, che si informano in rete e attraverso i loro spazi social diffondono informazione a loro volta, facendosi in qualche modo “media” nell’ambiente digitale che frequentano (parlerei anche della responsabilità del like). (Arianna Ciccone, co-fondatrice del Festival Internazionale del Giornalismo)

 

 

 

 

 

 

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16. marzo 2016 by Anna Puleo
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