Dove vanno i diritti fondamentali all’epoca del web. Arriva anche in Italia un Bill of Rights

The Web We Want. La Rete che vogliamo. Parola di Tim Berners-Lee, padre riconosciuto del World Wide Web , che ha lanciato una campagna mondiale per un web aperto, libero, sicuro e accessibile a tutti, sostenuto da una Carta dei Diritti fondamentali e delle libertà, individuali e collettive on line.

Milioni di persone insieme hanno fatto il Web grande. Così, nel corso del 25 ° anno di Web compleanno nel 2014, milioni di persone possono garantire il futuro del web. Non dobbiamo permettere a nessuno – governi, aziende o individui – di controllare lo spazio prezioso che abbiamo guadagnato sul Web per creare, comunicare e collaborare liberamente

 

ha dichiarato di recente sir Tim in un incontro all’ONU, invitando tutti a rimboccarsi le maniche e a lavorare per il web del futuro. Che dev’essere sempre più uno spazio neutrale e senza confini di condivisione e collaborazione, dove si stimola la partecipazione e il sapere collettivo, dove è possibile far circolare dati e informazioni senza timore di essere spiati o manipolati.

 

web reteUn invito che i governi non si sono fatti ripetere. Il Brasile ha risposto qualche mese fa al Datagate con il Marco CiIvil, 32 articoli di legge che disciplinano principi, diritti e doveri di Internet, frutto dell’apporto di giuristi, attivisti, cittadini, con un processo partecipativo ampissimo e probabilmente senza precedenti. Gran Bretagna, Francia e Germania hanno istituito Commissioni parlamentari sulla democrazia digitale, che non hanno ancora pubblicato i risultati dei rispettivi lavori.

 

L’Italia ha bruciato le tappe e si è dotata da poco di una Commissione di studio che nei giorni scorsi ha pubblicato sul sito della Camera la bozza della prima Dichiarazione dei Diritti di Internet (si può leggere integralmente qui ) che, sulla falsariga del Marco Civil, si aprirà dal 27 ottobre e nei prossimi mesi alla discussione pubblica. La Commissione, presieduta da Stefano Rodotà, uno dei primi giuristi in Italia a occuparsi di Internet e tutela della privacy, e composta da alcuni pionieri del web nel nostro Paese come Juan Carlos De Martin, del Politecnico di Torino, Luca De Biase, giornalista e caporedattore di Nòva24, edito da Il Sole 24ore, Salvo Mizzi di Working Capital, Massimo Russo di Wired, ha dato vita a un testo snello composto da 14 articoli preceduti da un Preambolo.

 

Il presupposto di partenza è che Internet ha contribuito a creare un nuovo spazio di relazioni, conoscenza, lavoro, autorganizzazione, eguaglianza sostanziale, di crescita e sviluppo economico, partecipazione e intervento nella sfera pubblica. Un luogo che rischia di rivelarsi una sorta di Far West nelle mani del più forte se non si interviene con norme specifiche, raccolte in una Dichiarazione dei diritti di Internet che poggi sul riconoscimento della portata sovranazionale e, a cascata, nazionale, regionale, locale, di qualsiasi regime legale e dal suo fondamento costituzionale, nel rispetto dei diritti fondamentali protetti dalla Carta europea, dalla Costituzione italiana e dalle leggi vigenti.

 

Questo significa, in poche parole, che i diritti di Internet si collocano all’interno di una cornice più ampia, quella dei diritti di libertà costituzionali, libertà, eguaglianza, pari dignità, identità, riservatezza, attorno ai quali essi ruotano.

 

Così, l’accesso a Internet dev’essere aperto a tutti e va garantito in condizioni di parità e secondo modalità che rimuovano ogni ostacolo economico-sociale, anche con interventi pubblici ‘positivi’ che superino il digital divide (art. 3 Cost.).

L’accesso, così come la neutralità della Rete, che assicura che la trasmissione e ricezione dei dati non subisca discriminazioni, restrizioni o interferenze, peraltro, sono ritenute condizioni necessarie per garantire i diritti fondamentali della persona.

 

Particolarmente garantito è il perimetro dei dati personali, il cui trattamento è sottoposto ai principi di necessità, finalità, pertinenza, funzionalità e al consenso informato dell’interessato. In nome dell’autodeterminazione informativa, una delle principali novità della Dichiarazione, abbiamo il diritto avere il pieno controllo dei dati che ci riguardano, possiamo accedervi liberamente e rivolgerci a chi li detiene per chiederne l’integrazione, la rettifica o la cancellazione o per conoscere le modalità di trattamento.

 

E’ vietata la raccolta massiva di dati (Datagate docet) mentre nei confronti di sistemi di sorveglianza e ingerenze indebite ai dati personali o alle comunicazioni che intratteniamo in Rete, anche in mobilità, è prevista l’autorizzazione dell’autorità giudiziaria.

Alla pervasività delle nuove tecnologie viene opposto il divieto di trattamenti automatizzati dei dati personali e dell’uso di algoritmi, tecniche o altre modalità che possano condizionare la rappresentazione integrale e aggiornata della nostra identità in Rete.

 

La via italiana a un web libero e sicuro riprende alcuni temi già all’attenzione della Corte di Giustizia europea come il diritto all’oblio, che trova limite nell’interesse pubblico (primario) all’informazione (in questo senso le persone note non potrebbero impedire l’accesso alle loro informazioni), quello alla conservazione dei dati, cui viene contrapposto il diritto all’autodeterminazione all’informazione, il rapporto con le piattaforme, come Google e Facebook, che dev’essere ispirato ai principi di lealtà e collaborazione per evitare che si trasformino in un Grande Fratello orwelliano.

 

La Magna Charta italiana dei diritti su Internet punta anche sulla dimensione culturale ed educativa della Rete, per consentire a ogni persona un uso consapevole e attivo, requisito fondamentale perché il web possa diventare realmente fattore di crescita individuale e collettiva ma anche per riequilibrare le disparità tra poteri economico-politici e cittadini, prevenendo comportamenti discriminatori e attentati alle libertà altrui.

 

Insomma, il nostro Paese ha avviato un percorso virtuoso di riflessione su temi ‘caldi’, sui quali le autorità Ue non hanno dimostrato ancora una posizione unitaria (il Regolamento sulla privacy per tutti). La grande sfida, a questo punto, è quella di tradurre semplici norme di principio in regole vincolanti per tutti spostando il dibattito sul piano sovranazionale, europeo e non solo, condizione necessaria perché Internet sia davvero “una risorsa globale, universalmente accessibile” capace di sviluppare “una società più aperta e libera”.

 

 

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22. ottobre 2014 by Anna Puleo
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