Donne guerriere sciamane sulla Via della Seta - Anna PuleoAnna Puleo

Donne guerriere sciamane sulla Via della Seta

Sono arrivata nello Xinjiang in cerca di prove archeologiche sulla presenza dei Saka nell’area e di tracce dei loro legami con i Saka del Kazakistan. Molti oggetti ritrovati nei musei e nei siti funerari confermavano le mie ricerche, e allora ho iniziato a chiedermi come questi nomadi così avventurosi potessero aver influenzato le popolazioni stanziali che avevano incontrato”.

A metà degli anni ’90 Jeannine Davis-Kimball arriva in Cina, nello Xinjiang dopo aver percorso buona parte dei territori toccati dalla Via della Seta, che un tempo congiungeva la Cina con l’Europa, compiendo una serie di scoperte che riscrivono le nostre idee sulle origini della civiltà, segnando una tappa fondamentale per la storia dell’uomo.

Jeannine è ben lontana dalla figura di archeologo che abbiamo in mente. Non uno Schliemann né tantomeno Indiana Jones ma una signora dell’Idaho che a 50 anni suonati si lascia alle spalle due matrimoni, sei figli, una serie di lavori più disparati –compreso quello di mandriana –, prende una laurea in Storia dell’Arte, si specializza in civiltà antiche e nel 1985 si imbarca gimbutas grande madre donneper il sito di Tell Dor, in Israele, dove arriva il colpo di fulmine per l’archeologia e per i popoli delle steppe. Ed è in questo rettangolo di terra che va dai boschi dell’Ungheria ai campi della Manciuria, tra i territori inospitali della Siberia e gli altopiani tibetani, coprendo un buon terzo del globo terrestre, che ha dato la luce agli Unni e a Gengis Khan, culla di antiche raffinatissime culture e di misteriose tradizioni, che Jeannine solleva il velo calato sugli antichi popoli nomadi e su una società a base egualitaria, nella quale le donne godono di uno status pari a quello degli uomini.

Smentendo i dettami della storia ufficiale sui popoli arrivati dall’est, Jeannine scopre che sono le donne delle antiche popolazioni nomadi, progenitrici dei Saka, degli Sciti, di Sarmati e Sauromati, ad avere un ruolo fondamentale per la sopravvivenza della tribù, custodi del focolare – il luogo in cui si cucina e si divide il cibo (un compito non trascurabile quando gli alimenti sono razionati), dove si celebrano i riti di passaggio e i matrimoni, dove avvengono nascite e morti-, come della memoria della propria gente, degli antichi riti divinatori, della pace e della guerra.

gimbutas donneGuaritrici, sciamane, guerriere, le donne delle steppe sono anello di congiunzione tra il mondo degli uomini e quello dell’aldilà, tra la mente e lo spirito. Sono donne sapienti che conoscono il lavoro di cura per la famiglia e la tribù come i viaggi nell’oltre mondo e l’arte della guerra, interpreti e garanti dei cicli vitali e dell’ equilibrio che regge esseri e cose, per questo motivo tenute in grandissima considerazione dai loro clan.

L’archeologa americana racconta l’ affascinante avventura che in pochi anni la porterà nei siti archeologici e nei musei di Kazakistan e Mongolia, tra i monti dell’Altai, nel deserto del Taklamakan e nello Xinjiang, in Cina, in Warrior women (Donne guerriere), l’unico suo libro edito in italiano, pubblicato da Venexia (2009), a metà strada tra memoir, diario di bordo, appunti presi sul campo, riletture dei classici (a partire da Erodoto e Omero) e un ricco corredo iconografico a impreziosire il testo. Un racconto che scorre come un fiume placido di luoghi, persone, tradizioni, modelli sociali, sedimenti di un passato tutto da esplorare, che trovano eco nelle saghe irlandesi e in quelle scandinave, tra le pieghe della mitologia greca e romana, nell’aura di leggenda che circonda le Amazzoni o donne come Boudicca, che quasi un secolo dopo Cristo annientò una intera legione romana.sketches-of-goddess-figures-from-marija-gimbutass-book

Studiando storia, miti e letteratura, resti umani e oggetti ritrovata nei kurgan (i sepolcri circolari di terra edificati per l’inumazione in Europa orientale e tra Caucaso e Urali), incisioni sulla roccia e manufatti vari, incrociando dati storici e geografici, sociologici ed etnografici, Davis-Kimball riporta alla luce le storie di donne che “ebbero rango, potere e posizioni strategiche, e che…furono il pilastro che tenne insieme le antiche società”, nel corso dei secoli ridotte al silenzio o ad oggetti di caricatura dai gruppi a dominio patriarcale che presero il posto delle società egualitarie dell’Eurasia.

Sono le mummie caucasiche dello Xingiang, la Donna d’Oro di Issyk, gli specchi divinatori, le armi, gli abiti con cui venivano seppellite, le immagini dei cavalli alati, dei draghi e dei leopardi delle nevi, dell’Albero della Vita e delle Signore degli animali, i tatuaggi che ne ricoprivano viso e corpo e i numerosi tesori ritrovati nelle diverse campagne di scavi, a parlare di una civiltà antichissima che nelle età del Bronzo e del Ferro si propagò tra il Don e il Tarim, dal Centro dell’Europa fino alle immense distese asiatiche, grazie anche alle contaminazioni reciproche con altri popoli, i cui complessi simbolismi riflettono la centralità della donna nella società.

Le donne guerriere-sciamane raccontate in Warrior Women sono le eredi delle millenarie civiltà matrilineari rette dalla figura della Grande Madre, la divinità multiforme e polisemica, sfaccettata e complessa, che sovrintende il ciclo Vita/Morte/Vita, riportata alla luce dalle ricerche dell’archeologa lituana Marija Gimbutas, in testi fondamentali come Il linguaggio della dea. Mito e culto della Dea Madre nell’Europa Neolitica, I nomi della Dea, Le dee e gli dei dell’antica Europa.  

Gimbutas dedica tutta la vita allo studio della storia delle antiche, raffinate e pacifiche, civiltà sviluppatesi prima del periodo Neolitico, e delle migliaia e migliaia di reperti accatastate con noncuranza nei musei o riportati alla luce dopo lunghe campagne di scavi. Reperti che continuano a parlarci con un intenso linguaggio visuale fatto di segni, simboli, immagini che riportano alla fertilità (come il triangolo della vulva o la testa del toro rappresentazione dell’apparato riproduttivo femminile), al fluire continuo della vita che scorre nel moto delle acque e nei seni di donna, alla morte e alla rinascita, simboleggiata dalla spirale e dalle uova de02-madregli uccelli, ripetute ossessivamente su vasi e statuine, sulle mura delle abitazioni, per restituirci un universo umano che ruota attorno alla Madre Terra, dea generatrice di ogni cosa, della vita e della morte, del regno naturale e in quello animale, e in tutti visibile nelle sue infinite combinazioni.

Con le sue teorie ardite, fuori dalla vulgata ufficiale, ed il suo metodo multidisciplinare Gimbutas si attira le critiche dell’accademia ma nello stesso tempo desta l’ interesse di ricercatori e gente comune oltre che del femminismo militante. Una eredità raccolta da studiose come Janine Davis-Kimball. Le sue donne del focolare, dello spada e dello spirito, sono l’ennesimo dono che la Grande Dea non cessa di elargire, segni di una civiltà mai scomparsa che riemergono come un fiume carsico nel corso dei secoli e ancora oggi echeggiano, ci ricorda Marjia Gimbutas, tra monti e foreste, nelle credenze e nelle fiabe, nell’immenso bacino della memoria collettiva.

 

…la Dea partenogenetica è stata la più persistente peculiarità nel repertorio archeologico del mondo antico. In Europa dominò per tutto il Paleolitico e per tutto il Neolitico e nell’Europa mediterranea per la gran parte dell’età del Bronzo. La fase successiva – che vide gli Dei guerrieri pastorali e patriarcali soppiantare o assimilare il pantheon matristico delle Dee e degli Dei – è il periodo che precedette il Cristianesimo e in cui si diffuse il rigetto filosofico di quel mondo. Si sviluppò un pregiudizio contro quella mondanità e, insieme, il rifiuto della Dea e di tutto ciò che rappresentava. La Dea gradualmente si ritrasse nelle profondità delle foreste o sulle cime dei monti, dove nelle credenze e nelle fiabe si trova tutt’oggi. Ne conseguì quell’alienazione umana dalle radici vitali della vita terrestre i cui risultati sono palesi nella nostra attuale società. I cicli tuttavia non cessano mai di girare e adesso scopriamo la Dea riemergere dalle foreste e dai monti, portandoci speranza per il futuro, restituendoci alle nostre più arcaiche radici. (M. Gimbutas, Il linguaggio della dea)

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31. ottobre 2017 by Anna Puleo
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