Divina Billie, angelo affamato

Il 7 aprile 2015 avrebbe compiuto 100 anni, Lady Day. Una donna “molto dolce, molto calda” che cantava in un modo “magnifico e triste”, come disse di lei una volta Miles Davis. Una che conosceva bene parole come fame e amore, che li aveva impresse per bene nella carne e nell’anima. Figlia di due “ragazzi”, come li definirà lei stessa, (il padre ha 16 anni, la madre 13), lui musicista, lei ballerina tuttofare, Eleanora Fagan (il suo vero nome) è una bambina che la miseria più nera, i maltrattamenti e lo stupro, subito quando ha dieci anni, costringono a crescere rapidamente.

A 13 anni si guadagna da vivere in un bordello e conosce la prigione. Inizia a lavorare nei locali di Harlem. Non sa ballare ma canta benissimo, con una voce intensa e drammatica, capace di dare densità e profondità a qualsiasi testo, anche se banale. Il trampolino di lancio glielo offre un musicista figlio di ebrei russi che dà vita alla più importante Big Band della storia del jazz, Benny Goodman.

Billie_Holiday_1949Eleanore, che nel frattempo ha preso il cognome del padre e si fa chiamare Billie Holiday, viene chiamata a cantare al fianco di nomi che contano nel mondo del jazz come Count Basie, Artie Shaw, Lester Young, sfidando il divieto di cantare nelle orchestre dei bianchi.

Il suo nome dilaga dappertutto negli States, supera l’Oceano e arriva in Europa. Lady Day, l’immancabile gardenia bianca nei capelli, si esibisce nei più importanti teatri accompagnata da Benny Carter, Oscar Peterson, Ben Webster, Coleman Hawkins, Buck Clayton, Tony Scott, Mal Waldron. In quegli anni firma contratti di peso con le major che contano (dalla Columbia alla Decca) e incide dischi che passeranno alla storia.

Non è più la bambina perennemente affamata costretta a vendersi per pochi spiccioli. Ma la fame resta. Una fame diversa, di calore umano e amore, che cerca negli uomini e nell’eroina, sempre a portata di mano per riempire il deserto dell’animo.

Tutte le Cadillac e i visoni di questo mondo, e io ne ho avuti un bel po’, non possono ripagarmi e nemmeno farmi dimenticare. Tutto quel che ho imparato in tutti questi posti da tutta questa gente si può riassumere in quelle due parole. Nella vita, per prima cosa devi avere da mangiare e un po’ d’amore.

Temi che canta nelle sue canzoni, insieme alla condizione dei neri in una società tenacemente ostile e razzista. Billie la sfida ad ogni esibizione interpretando un brano come Strange Fruit, metafora potente contro il razzismo, con cui raggiunge la fama internazionale. Un brano ripreso più volte da diversi artisti (bellissima anche la versione di Nina Simone ) , che tuttavia non riescono a intaccare la bellezza essenziale, amara e dolente, della interpretazione, insuperabile, di Lady Day.

 

 

Gli alberi del Sud danno uno strano frutto/ Sangue sulle foglie e sangue alle radici/ Neri corpi impiccati oscillano alla brezza del Sud/ Uno strano frutto pende dai pioppi./ Una scena bucolica del valoroso Sud/ Gli occhi strabuzzati e le bocche storte/ Profumo di magnolie, dolce e fresco/ Poi improvviso l’odore di carne bruciata./ Ecco il frutto che i corvi strapperann/ Che la pioggia raccoglierà/ che il vento porterà via/ Che il sole farà marcire/ che gli alberi lasceranno cadere./ Ecco uno strano ed amaro raccolto.

 

 

Una sfida condotta da Billie anche contro lo show business, che ne cristallizza l’immagine di

Billie Holiday, Lester Young, Coleman Hawkins, Gerry Mulligan 4 December 1957, Columbia Records

Billie Holiday, Lester Young, Coleman Hawkins, Gerry Mulligan 4 December 1957, Columbia Records

interprete raffinata di canzoni patinate. Ma arrivano i brani entrati nella storia del jazz grazie alla sua voce, certo priva di una grande estensione, ma squillante e leggera nei primi tempi, sempre più roca col passare degli anni a causa dell’abuso di fumo e alcol, ma sempre eccezionale nell’interpretazione, che tende ad accentuare alcune note, a usare in modo particolarissimo di volta in volta i silenzi, il tempo o i diversi registri. Cosa sarebbero God Bless The Child, Body and Soul, Lover Man, Stormy Weather, What a Little Moonlight Can Do, The Man I Love, All of me, My Man, Don’t explain senza la sua voce?

 

 

Musica e vita per Billie sono un tutt’uno. Non ha timore di esprimere ciò che prova e pensa e questo, da Strange Fruit in poi, le costerà l’ostracismo del suo ambiente e le attenzioni della polizia. A 44 anni è distrutta dall’ alcol e dalle droga, dal fallimento di tutti i legami, dalla solitudine. La leggenda del jazz muore in un anonimo letto d’ospedale per cirrosi epatica. E’ al suo ennesimo arresto e al suo capezzale non c’è nessuno tranne un agente dell’Ufficio narcotici. Ancora una volta, a uscirne sconfitta è la piccola Eleanore e la sua fame d’amore ma non Billie la divina, che si è consegnata all’eternità.

 

E quando tornerete a casa dite
Ho sentito cantare un angelo
Con le ali di marmo e raso
Puzzava di whisky era negra puttana e malata
Dite il mio nome a tutti, non mi dimenticate.

(Stefano Benni)

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08. aprile 2015 by Anna Puleo
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