Dear Hamlet

Orazio, sono morto; tu vivi, parla di me e della mia causa a chi vorrà saperne di più… Muore Amleto ferito dalla spada di Laerte e il suo ultimo pensiero è rivolto ad Orazio, perché l’amico fidato ne preservi la memoria e sveli il senso di una vita e delle scelte compiute per consegnarle all’eternità.

E Orazio/Shakespeare raccoglie il testimone e racconta, nell’opera del genio di Stratford-upon-Avon forse più citata e rappresentata da quattrocento anni a questa parte, la storia del principe danese che, per vendicare l’assassinio del padre, perde il senno, l’amore, la vita, e nel contempo l’eterno ciclo della commedia umana che da sempre si recita a soggetto.

Dear Hamlet, uno nessuno e centomila. Qualcuno ti ha giudicato lento, incerto e confuso, bloccato da un eccesso di pensiero, altri ti hanno Carmelo-Bene-in-Amleto_XTESTOrinfacciato l’ipocrisia e l’essere schiavo delle passioni. C’è chi ha detto che la tua follia è una maschera che indossi di fronte a un mondo che ti è estraneo e in fondo che ti consente di essere te stesso, qualcun altro che sei un ragazzo non cresciuto, egocentrico e depresso, paralizzato dal desiderio edipico per tua madre. Sei stato definito via via quintessenza dell’uomo dionisiaco, di quello romantico (novello Werther) e dell’uomo contemporaneo. Amleto il moralista, l’intellettuale, il filosofo nichilista, scettico, relativista, esistenzialista. O forse, più semplicemente unnielsen amleto

ragazzo contagiato dalla politica, privo di illusioni, sarcastico, appassionato e brutale. E in rivolta come tutti i giovani, ma (che) al tempo stesso ha qualcosa della grazia di James Dean, come scrive Jan Kott in un suo celeberrimo saggio famoso, Shakespeare contemporaneo.

Ti hanno interpretato legioni di attori (comprese Sarah Bernhard a Asta Nielsen), famosi e non, in frac o in calzamaglia, in pullover e jeans, il teschio o il libro (Montaigne, Sartre, Malraux?) in mano, in inglese e in decine di altre lingue, sulla scena, davanti alla macchina da presa, dalle tavole di un fumetto o sullo schermo di un videogioco. Croce e delizia di legioni di registi, attori, scrittori, critici, musicisti, ossessione per chi ti ha letto e riletto, scrutato ai raggi X, esplorato nelle pieghe più profonde.

Per scoprire alla fine che ci rappresenti un po’ tutti, nella passione e nel disincanto, nelle ferite mai risanate, nelle grandi e piccole ipocrisie quotidiane, nel narcisismo e nell’individualismo sfrenato, nell’ira e nel risentimento, che ti corrode lentamente (Dante ti avrebbe condannato a stare immerso in eterno nelle paludi dello Stige), nell’incapacità di amare davvero.

Nel sentirsi soli in mezzo alla tempesta, nella disperazione e nella pratica dell’inganno, e soprattutto dell’autoinganno, arte in cui siamo veri maestri. Nella incoscienza damleto branaghella mediocrità del male e delle conseguenze terribili che ogni azione, compresa la più banale, può provocare.

E tuttavia come Iago, come Riccardo III, come Lady Macbeth, non puoi sfuggire a se stesso. O al ruolo ctimi-amletohe ti è stato assegnato nel copione. Anche in questo sei universale, anche in questo è possibile continuare a leggerti e a portarti ovunque (come hanno fatto gli ultimi due anni gli attori del Globe), a Oslo come a Timbuctu, senza timore che qualcuno non comprenda.

Essere o non essere. Questa è la condizione umana, il dramma di quanti, afferma Nietzsche in Nascita della tragedia,

hanno gettato una volta uno sguardo nell’essenza delle cose, hanno conosciuto e provano nausea di fronte all’agire; giacché la loro azione non può mutare nulla nell’essenza eterna delle cose.

 

 

(Dear Hamlet è stato scritto per il Laboratorio di lettura guidata ad Amleto con i detenuti della Casa Circondariale di Catanzaro e per #HamletTw, il progetto di rilettura in 140 caratteri  di @TwLetteratura, seguito dalle 2 B, 2 D, 2 L, 3 E dell’Istituto Zumbini di Cosenza e dalla Biblioteca Itinerante LibriAMOci @biblioitilibr)

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04. maggio 2016 by Anna Puleo
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