Davanti all’aggressività umana. Istantanee del presente

Il soldato leva in alto la spada, pronto a colpire il bambino schiacciato a terra, sotto il suo piede, mentre la madre, il volto contorto in un grido disperato, cerca di fermarlo. In un riquadro, tra le gambe del soldato, una donna cerca di mettere in salvo il figlioletto, celato all’interno di una coperta. Alla sinistra del soldato, un’altra donna rivolge al cielo un urlo di dolore e rabbia, tra le braccia il suo piccolo privo di vita, gli arti disarticolati come quelli di un burattino. Sulla scena domina un cielo di un azzurro rarefatto nel quale si addensano nuvole plumbee. Sto ammirando Le Massacre des Innocents di Nicolas Poussin quando arrivano sul web le prime immagini dell’ attentato sulle Ramblas a Barcellona. Nello sguardo degli uni –i sopravvissuti all’attentato- e degli altri –i protagonisti de Le Massacre– compaiono lo stesso smarrimento e lo stesso orrore dinanzi all’indicibile.

 

 

poussin artePoussin, e con lui Giotto e Duccio di Buoninsegna, Guido Reni e Rubens, Goya e Bruegel, Tintoretto e Giovanni Pisano e, più di recente, le avanguardie del ‘900, Grosz e Dix, Picasso e Francis Bacon, si lasciano ispirare di volta in volta dal racconto biblico o da episodi realmente avvenuti per esplorare i temi della violenza e della guerra. Lo sguardo degli artisti nel corso dei secoli (cui è dedicata la mostra che si apre dall’11 settembre prossimo al Domaine di Chantilly) ferma sulla tela i parossismi e le atrocità inflitte ai corpi e all’anima dei singoli e di intere collettività, il dolore e il terrore, immagini entrate nel patrimonio comune e radicate simbologie della guerra per cogliere il volto terrificante di quello che Freud considerava lo stato fondativo della specie umana.

Uno sguardo che percorre come una saetta la storia umana dall’epoca classica ai giorni nostri, che oggi si serve del cinema, di videocamere, macchine fotografiche e telefonini per aggiungere altre tessere al racconto del nostro presente. La potenza evocativa delle immagini si impone all’immaginario collettivo più di qualsiasi analisi storica o atlante geopolitico consegnandoci un frammento che assurge a metafora di un’epoca.

Ricordiamo la guerra in Vietnam grazie agli studi di Karnow e Gibbons o piuttosto attraverso le scene di Apocalipse Now di Coppola o foto diventate virali come quella scattata da Nick Ut della piccola Kim Phúc, il corpicino devastato dal napalm, e dei suoi compagni in fuga su una strada del Vietnam meridionale dopo un attacco dell’aviazione vietnamita? La Seconda Guerra Mondiale scorre davanti ai erika diettes arte-installation-c-webnostri occhi attraverso i reportage di Robert Capa al seguito delle truppe americane in Europa e di Yosuke Yamahata dopo lo scoppio dell’atomica a Hiroshima. Conosciamo la rivoluzione iraniana e l’Iran oggi attraverso gli scatti raccolti da Gilles Peress nel 1979 tra le vie di Teheran e le immagini di Shirin Neshat o il cinema di Mohsen e Samira Makhmalbaf. Il fermo immagine della bambina bloccata dal terrore dinanzi alle forze speciali irachene durante l’offensiva contro l’Isis a Mosul firmato da Laurent Van der Stockt, l’immagine del miliziano serbo che sta tirando un calcio a una musulmana che giace a terra, immortalata da Ron Haviv, o il progetto di Erika Diettes che ha ritratto i volti devastati dal dolore di decine di donne vittime della storia degli ultimi decenni della Colombia e li ha impressi su lenzuoli bianchi, facendone veri e propri sudari civili che evocano la passione di Cristo, si rivolgono a noi con voce chiara e immediata.

Non sempre le parole riescono a raccontare. Possono farlo le immagini nell’evocare ciò che i nostri occhi vedono, offrendoci ad un tempo una prova diretta e un punto di vista.

Immagini note e meno note, che perpetuano i volti e i corpi della gente comune, principali vittime di guerre, devastazioni e violenze, e attraverso di essi la follia della specie umana. Il reportage fotografico cede il passo negli ultimi tempi all’onnipresente selfie, che immortala i soldati americani che torturano e umiliano ad Abu Ghraib o le vittime degli attentati del radicalismo islamico. Un occhio invasivo e pervasivo, che non cessa un attimo di riprendere e condividere in tempo reale sui social, anche quando stanno riempiendo di botte qualcuno che avrebbe bisogno più del tuo aiuto che della tua foto. Se la Daniel Berehuelak manile fotofoto è citazione, il selfie è sintesi all’ennesima potenza, e non per questo meno inquietante. Le foto rozze e sgranate di Abu Ghraib nelle quali giovani donne e uomini sorridenti umiliano e abusano di altri uomini sono forse meno perturbanti delle immagini dei corpi senza vita di pusher e tossici raccolte da Daniel Berehulak tra le vie di Manila? Il risultato cambia di molto se li affiancassimo a quelle dei corpi impalati, torturati, fatti a pezzi dalle truppe napoleoniche, ritratti da Goya nei suoi Disastri della guerra?

Quando Virginia Woolf in Tre ghinee si trova di fronte alle foto della guerra di Spagna non si chiede chi ne sia l’ autore, ricorda Susan Sontag (Davanti al dolore degli altri), perché quelle foto sono <<una finestra sulla guerra: involucri trasparenti del soggetto ritratto>>.

In realtà queste foto non rappresentano tutto ciò che c’è da sapere su un conflitto o un evento tragico come farebbe un romanzo o un saggio storico. Lo evocano, ne restituiscono una immagine emblematica, che può ossessionarci e scatenare una opposizione (come è avvenuto nel corso del conflitto del Vietnam) o finire sepolta tra le migliaia di immagini che ci invadono da ogni parte ogni giorno, plasmando la nostra capacità di reazione fino a liquefarla a volte nell’indifferenza e nell’assuefazione, prosegue ancora la Sontag.

John Berger sostiene che finché è esistito Dio, finché c’era il fantasma di un ordine, finché si è creduto che la disuguaglianza fosse nell’ordine naturale delle cose, il mondo non era intollerabile. Le foto dello scempio perpetrato nelle Prima Guerra Mondiale non impedirono qualche anno dopo l’arrivo di un altro conflitto ancora più tremendo (J. Berger, Capire una fotografia). Questo tipo di immagini può sorprenderci, indignarci, impressionarci, lasciarci indifferenti, affascinarci, oppure confermare ciò che sappiamo da sempre. Tucidide affermava che basta guardare al passato per conoscere il nostro futuro e che la storia è sostanzialmente una sterminata coazione a ripetere al cui banchetto è la guerra l’ospite fisso e la pace un breve intervallo tra un conflitto e l’altro.

Non è la guerra in Vietnam che è intollerabile; il Vietnam conferma l’intollerabilità dello stato attuale del mondo -afferma Berger.

 

robert-capa-189James Hillman in una delle sue opere più note, Un terribile amore per la guerra (Adelphi) spiega che se la guerra da un verso <<chiede che le sia dato un senso>> dall’altro è essa stessa a dispensare quel senso, <<un senso che si scopre nel bel mezzo del suo caos>>. E’ proprio lì –nel teatro di guerra, nel mezzo de caos- che, inaspettatamente, è possibile trovare il senso ultimo delle cose.

 

Non ne è consapevole forse Eraclito quando attribuisce a pòlemos la guerra, l’origine di tutto? Non lo sono Omero e Platone, e Kant, quando afferma che lo stato di natura è lo stato di guerra o Foucault, che eleva la guerra a strumento ordinario del potere? Non lo sono le religioni monoteiste e i personaggi senza tempo di Shakespeare?

 

Un senso che si porge al soldato del primo grande conflitto del XX secolo che scrive nel suo diario di essersi, al segnale dell’attacco, catapultato fuori dalla trincea per gettarsi sul campo di battaglia con una furia folle, al lettore della Chanson de geste o allo spettatore di fronte a pellicole come Apocalypse Now e Patton, generale d’acciaio (dove il protagonista, di fronte allo scempio del campo di battaglia, a un certo punto esclama <<Come amo tutto questo>>).

 

Bosnian Muslim women cry near the coffin of their relative, which is one of the 175 coffins of newly identified victims from the 1995 Srebrenica massacre, in Potocari Memorial Center, near Srebrenica, July 10, 2014. Family members, foreign dignitaries and guests are expected to attend a ceremony in Srebrenica on July 11, marking the 19th anniversary of the massacre in which Bosnian Serb forces commanded by Ratko Mladic killed up to 8,000 Muslim men and boys. The remains of 175 identified victims will be buried at a memorial cemetery during the ceremony. Their bodies were found in some 60 mass graves around the town. REUTERS/Dado Ruvic (BOSNIA AND HERZEGOVINA - Tags: POLITICS ANNIVERSARY SOCIETY CONFLICT OBITUARY)

E’ crudele, lo ricorda ancora Hillman citando Kant, ma dietro ogni devastazione e orrore si cela una intrinseca bellezza e grandezza, che penetra e ci conduce nei territori del sublime. Quel sublime che ritroviamo negli occhi delle madri immortalate da Poussin e in quelli del paracadutista ripreso da Robert Capa, che si erge come un antico eroe verso il cielo, che sembrano evadere dallo spazio della tela e della foto per diventare metafora di tutte le guerre e della loro terribile verità, l’indissolubile appartenenza della violenza e del conflitto all’animo umano.

 

Non c’è una soluzione razionale a tutto questo. Si può però ricorrere al mito, come suggerisce Freud, ovvero alla cultura e all’arte. Opere come Saturno uccide i suoi figli di Francisco Goya, le immagini dei volti sfigurati dei sopravvissuti alla Grande Guerra o della donna che piange in silenzio tra le bare delle vittime di Srebrenica ci costringono a guardare in faccia senza retorica e senza paura questa verità, e a mettere in circolo gli anticorpi necessari a fronteggiare le complessità del presente e a proseguire il cammino.

 

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28. agosto 2017 by Anna Puleo
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