Dal Pil al Bes, per un’economia della felicità

Felicità è accarezzare un cucciolo caldo caldo, parola di Charlie Brown. Una sintesi perfetta di questo stato dell’animo imponderabile, impalpabile, evanescente, costantemente a portata di mano eppure irraggiungibile. Sul quale concentriamo tutte le nostre speranze ed energie e che ci ripaga immancabilmente con la sua ingratitudine. Sfuggendoci tra le dita, come la vita.

Oggi, a quanto pare, può essere anche studiata. Basta applicare alcuni parametri e il gioco è fatto.

La felicità, infatti, è la cartina di tornasole dello sviluppo di una società e la nuova frontiera degli studi economici. Tanto nuovo, a pensarci bene, no, visto che già nel 1400 e poi in piena età illuminista, l’economia è ritenuta la scienza della pubblica felicità. Più che un nuovo fronte, dunque, un ‘ritorno alle origini’ (Luigino Bruni in Enciclopedia Treccani ), anche se non è la felicità ‘pubblica’ a essere studiata ma la felicità soggettiva delle persone.

Il punto di svolta si deve a un certo Easterlin che negli anni ’70 scopre come a un aumento del reddito non segue in parallelo una impennata della felicità. Detto in altre parole, raggiunto il livello di benessere che consente di soddisfare i propri bisogni, l’ulteriore crescita di reddito non ci rende più felici. Basta guardarsi attorno passeggiando tra le vie delle nostre città. In parole diverse, il caIMG_2389pitalismo dimostrerebbe anche in questo un punto di non ritorno. Da qui un paradosso (confermato di recente dall’autore) che può essere spiegato in diversi modi ma in ogni caso di difficile soluzione.

Perché, in realtà, il nostro benessere dipende dalla qualità delle relazioni che intrecciamo, dal tempo che dedichiamo alla famiglia e alle nostre passioni piuttosto che dall’ultimo modello di automobile. E’ il valore delle relazioni. Un tema indagato dalla filosofia e dalle scienze sociali, di cui si appropria anche l’economia. Che parla di beni relazionali che puntano sulla condivisione, la reciprocità, sulla gratuità.

E se è vero che il benessere economico passa dal lavoro, è altrettanto vero che lavoriamo sempre di più ma per poterci consentire maggiori consumi, buttando alle ortiche la nostra vita affettiva e relazionale, in un circolo vizioso senza fine. In modo del tutto irrazionale tendiamo a scegliere beni comfort, che offrono un senso di soddisfazione immediata ma la cui utilità decresce nel tempo, piuttosto che beni relazionali e culturali, ilIMG_2396 cui valore cresce, invece, man mano che vengono consumati. Insieme alla nostra felicità. Ragionano così anche i vari media, capaci di offrire un ampio paniere di surrogati dei beni relazionali (i talk show insegnano…), finendo per soppiantarli nel gradimento del pubblico. Trascorrere le serate davanti al televisore o a un computer, del resto, forse non costa meno e non implica un minore dispendio di energie rispetto all’impegno di coltivare rapporti con i nostri simili?

Crescita economica e felicità dunque non coincidono. Questo dimostra come per fotografare lo stato di un Paese i vecchi modelli economici o il famigerato Pil non bastano più, ma occorre considerare (anche) tutti quegli aspetti che possono rendere la nostra vita felice e soddisfacente.

Il Buthan negli ultimi decenni ha fatto scuola diverse istituzioni internazionali, Governi, la stessa Unione europea  si sono accodate nel tentativo di andare oltre una visione puramente monetaria delle nostre società. Anche l’Italia è arrivata al traguardo da quando l’Istat, insieme al CNEL, ha proposto come indicatore il BES, che misura il Benessere Equo e Sostenibile, utilizzando 12 dimensioni del benessere, come Salute, Qualità dei servizi, Benessere soggettivo, Cultura, Relazioni Sociali, e 134 indicatori, frutto di un metodo partecipato che ci pone all’avanguardia rispetto agli altri Paesi. Il panorama che viene fuori è sintetizzato in un Rapporto annuale , che per il terzo anno consecutivo fa un ritratto a largo raggio dei fenomeni economico-sociali-ambientali che hanno segnato l’evoluzione del Paese negli ultimi anni, per aiutarci a comprendere lo stato reale delle cose.

Per certi aspetti l’Italia sembra stare meglio di prima. La somma degli indicatori rivela invece una situazione estremamente complessa, solcata da enormi contraddizioni e diseguaglianze, a iniziare da quelle territoriali e di genere.  Si inizia da vita media e salute fisica, che registrano un incremento, di contro al benessere psicologico, in perggioramento. In ripresa i consumi culturali (ma il rapporto è di 10 a 4 nella spesa tra comuni del Nord e quelli del Sud), anche se i lettori di giornali e le iscrizioni alle Università calano sempre di più. I dati rivelano pure una maggiore attenzione verso l’ambiente. Il Rapporto conferma la forbice tra Nord e Sud, dove prevalgono bassi livelli di occupazione, nella gran parte di scarsa qualità e precaria, e quella tra uomini e donne presenti nel mercato del IMG_2394lavoro. Preoccupa invece la stagnazione dell’innovazione e della propensione alle tecnologie nelle imprese, da cui dipende in buona parte la crescita, e la caduta libera di servizi sociali e socio-sanitari.

Non sorprende la maggiore capacità di resistenza alla crisi delle famiglie con titoli di studio elevati e professioni qualificate, per quanto il 2014 si rivela un anno di ripresa per gli italiani, più attivi nel guardarsi attorno, nell’utilizzare la rete di relazioni, nel dare il proprio contributo alla società attraverso associazioni e volontariato, ma non ai partiti e più in generale alla politica.

Dopo circa un decennio di piena crisi resta sempre basso il grado di soddisfazione degli italiani per la propria vita anche se oggi il 27% delle persone quantomeno vede un futuro davanti a sé.

La visione complessiva offerta da questi indicatori, rispetto a quelli tradizionali, non è irrilevante. L’aumento delle diseguaglianze sociali e del divario Nord-Sud significa che, in assenza di contromisure, a breve potrebbe cambiare in peggio la vita di molte altre persone. L’aumento del lavoro precario si riflette a livello macro sulla stabilità dell’economia e a livello individuale su patologie come ansia e stress, con ricadute negative sul nostro sistema sanitario, già in affanno. E così via.

Come scrivono Joseph Stiglitz, Amartya Sen e Jean-Paul Fitoussi in un Rapporto del 2009, politiche pubbliche efficaci passano inevitabilmente da una fotografia reale della società così come da un’idea di sviluppo e da valori quanto più possibile condivisi e sostenibili nel tempo. Solo così potremmo dire di avere avviato un dibattito su ciò che realmente, come società, riteniamo importante e di poter lottare per ciò che davvero consideriamo fondamentale e generatore di senso per la nostra vita e quella dei nostri figli.

(Le foto ritraggono alcune installazioni del video-artista Daniele Spanò)

 

 

 

 

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04. dicembre 2015 by Anna Puleo
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