Cronachette da Festivaletteratura #2014

festivaletteratura527_682416666854617517_nUn raggio di sole diafano si affaccia prepotente nella stanza. E’ ancora presto ma ormai sono sveglia ed esco. Mi piace andare a zonzo nelle città alle prime luci dell’alba. E Mantova a quell’ora è bellissima, c’è poca gente che si aggira, a piedi o in bici,  per raggiungere il lavoro o, come me, i luoghi della diciottesima edizione di Festival di Letteratura.

 

Lì faccio la mia prima scoperta: il pubblico del festival è un animale curioso, attento. Ma soprattutto, fresco e pronto all’azione già di primo mattino.

Già alle nove non ci sono più posti a sedere nella tensostruttura di piazza Leon Battista Alberti dove Alberto Notarbartolo di Internazionale si confronta con Jurica Pavicic, affermato giornalista e scrittore croato, sui temi del giorno affrontati dalle grandi testate internazionali. Mi sposto in Piazza Sordello in cui mi tocca stare ancora una volta in piedi per seguire Giuseppe Antonelli che si destreggia tra slide, immagini da film famosi e brani musicali, in un viaggio nell’evoluzione storica, culturale, sociale, e nell’uso anche ’politico’, della lingua italiana attraverso i pronomi.

Faccio una pausa caffè e arrivo in uno deit anti spazi  degustazione (che in realtà ignoro per tutto il tempo di fronte al sistematico boicottaggio delle esigenze della tribù dei vegetariani, pure ben rappresentata alla kermesse,  considerando che solo in una delle tante file di ingresso agli eventi ho conosciuto un’intera famiglia vegana) ma la richiesta di una semplice tazza di liquido nero diventa un viaggio esperienziale tra un fiume di gusti e aromi “per scoprire le infinite possibilità racchiuse in un caffè”.

 

Scopro che anche il registratore ha dato forfait e mi arrendo all’acquisto del quadernetto nero di ordinanza che, comunque, alterno con il Notes dell’Iphone, tanto per non perderci di vista.

 

Comincia lo slalom tra la folla che irrompe come un fiume in piena nei bar, pizzerie, mercatini, librerie, segue in religioso silenzio gli incontri, pone educatamente domande agli ospiti, si avvicina, chiede l’autografo e l’immancabile selfie che fa’ subito il giro di parenti e amici su Facebook.

 

festivaletteratura 02 554657_nStremata, vado a sedermi sui fantastici divanetti colorati dello spazio destinato agli ospiti, dove incontro Teju Cole, critico d’arte, fotografo e scrittore che si muove tra le vie di New York e quelle di Lagos, tracciando mappe di una intricata geografia umana (Città aperta), uno degli ospiti più seguiti in questa edizione insieme a Elizabeth Strout, Gary Steyngart, Lavanya Sankaran, Vivian Lamarque, Massimo Recalcati, Michael Cunningham e, naturalmente, lui, Julian Fellowes, attore, scrittore ma soprattutto sceneggiatore di Downton Abbey, serie televisiva inglese seguitissima anche dalle nostre parti, che come una star ha attirato centinaia di persone,  in fila alle due del pomeriggio sotto un sole spietato e un’umidità minimo del 70% (c’ero anch’io e vi assicura che si sentivano, eccome), in attesa dell’arrivo del proprio turno per entrare a Palazzo S. Sebastiano.

 

Per il resto, 240 eventi non sono pochi e qualche scelta va fatta. Il Festival in questa edizione ha incrociato diversi temi, e il giornalismo narrativo, insieme alla scrittura e al digitale, sono sicuramente tra quelli che mi interessano di più.

Il giornalismo narrativo è stato al centro di un focus che ha visto protagonisti i giovani partecipanti a Meglio di un romanzo che coraggiosamente hanno accettato di sottoporre i loro progetti al giudizio di sei noti giornalisti, da Beppe Severgnini a Andrea Segre a Emanuele Giordana e Mario Desiati, e di una serie di incontri con Giuliano Santoro, Angelo Mastrandrea, Caterina Gayà e Ander Izagirre, giovane e pluripremiato giornalista basco,  moderati dal bravo Christian Elia,  tutti d’accordo sulla perdurante attualità del reportage nelle sue diverse espressioni e diramazioni, sul mutamento di pelle intervenuta nella figura del giornalista ma anche sulle opportunità offerte dalla Rete.

Uso la prima persona, anche se nelle scuole di giornalismo ci insegnano che non va fatto ma il web e i social hanno cambiato tutto. Il rischio è la sindrome da Forrest Gump che ti mette sempre sul piedistallo, anteponendo la persona alla notizia. L’alternativa sta nel costruire un ‘noi’, un soggetto plurale, che la Rete sicuramente agevola. Oggi la notizia è ancora prodotta e raccontata da giornalisti che stanno sul campo, per la strada, anche se poi ci sarà un blogger a rilanciarla e farla diventare virale. (Giuliano Santoro)

Ma a Mantova molto si è ragionato anche sul processo ‘terminabile e interminabile’ della scrittura, nei Laboraja, petrignani rampelloratori di Marco Malvaldi e Elisabetta Bucciarelli, nel testa a testa tra quest’ultima e Paolo Nori, che al tema hanno dedicato le loro ultime fatiche editoriali, e nella intensa riflessione su tre giganti della letteratura come Jane Austen, Christa Woolf e Marguerite Duras, condotta da Sandra Petrignani, Anita Raja e Liliana Rampello insieme ad Annarosa Buttarelli da differenti piani prospettici (romanzo, traduzione, critica letteraria).

 

Tradurre significa essenzialmente rapporto tra due atti linguistici -più che tra due soggetti- in cui viene messa in campo la disparità, poichè ci si confronta con una voce più potente e ricca della propria, difficile a volta da riprodurre in un’altra lingua… La parola va spogliata del superfluo per restituirle senso. La riscrittura e la traduzione sono esperienze che rafforzano e danno eco allo scritto. (Anita Raja)

 

Il romanzo di formazione femminile, a differenza di quello maschile, offre alle giovani donne gli attrezzi per scegliere con consapevolezza la loro vita. La Austen, da donna concreta e ‘materiale’, mette in scena giovani eroine la cui vita è legata a un matrimonio, purchè felice. Il suo è un mercato matrimoniale che si fonda su regole ferree, dove vince chi contratta meglio in un’economia materiale che è riflesso di quella ‘relazionale’, che la rende molto moderna anche nell’assoluta adesione al suo mondo. … La vita di Jane Auste è tutta nei suoi romanzi, ma c’è anche la sua ironia, la sua acuta osservazione della società dell’epoca, patriarcale e divisa in classi, la sua concretezza. (Liliana Rampello)

 

Marina Petrillo_nNaturalmente non si poteva non parlare di rivoluzione digitale e del suo volto bifronte su cui Roberto Casati si è confrontato di volta in volta, utilizzando le tre parole-chiave della Rivoluzione francese (Liberté, Égalité, Fraternité.), con Juan Carlos de Martin (Politecnico di Torino), Antonio Casilli e Marina Petrillo, meglio nota tra gli internauti come Alaska, mentre sul ruolo del digitale nella terza rivoluzione industriale si è soffermato l’economista Jeremy Rifkin, altro ‘evento’ nell’evento del Festival.

Casati e Marina Petrillo, in particolare, sono riusciti a tessere un fitto e interessante dialogo sull’illusorietà della così tanto sbandierata parità sul web che, per quanto abbia aperto a tutti la porta, non ne fa in blocco degli influencer o comunque in grado di formare/influenzare una rete che dia voce e faccia circolare in modo virale le notizie, ma anche selezionarle, smistarle, controllando le fonti e smascherando le bufale, vecchi  brocardi del giornalismo che non sono ancora stati messi a riposo. In nome della verità, o, piuttosto, della complessità.

La verità non esiste. Noi possiamo solo raccontare la complessità. (Marina Petrillo)

 

Domenica è toccato a Gino Roncaglia, Raffaele Simone, Paolo Ferri e Antonio Calvani, quattro campioni della didattica e della cultura in rete, sfidarsi a singolar tenzone -e senza esclusione di colpi- sulle applicazioni del digitale nella scuola, esplorando le potenzialità e i rischi sempre in primo piano.

 

Festivaletteratura si conferma, ancora una volta, come laboratorio di idee, progetti, incontri che un esercito di oltre 110.000 persone ha dimostrato di gradire, pagando il biglietto di oltre 200 eventi, sottoponendosi a file estenuanti e al disagio di raggiungere i numerosi luoghi del festival, e che migliaia di altre hanno seguito ogni giorno sui social network confermando quello che Italo Calvino scriveva oltre trent’anni fa:

 

Le cose che la letteratura può ricercare e insegnare sono poche ma insostituibili: il modo di guardare il prossimo e sé stessi, di porre in relazione fatti personali e fatti generali, di attribuire valore a piccole o a grandi, di considerare i propri limiti e vizi e gli altrui, di trovare le proporzioni della vita e il posto dell’amore in essa, e la sua forza e il suo ritmo, e il posto della morte, il modo di pensarci o non pensarci; la letteratura può insegnare la durezza, la pietà, la tristezza, l’ironia, l’umorismo e tante altre di queste cose necessarie e difficili. Il resto lo si vada a imparare altrove, dalla scienza, dalla storia, dalla vita, come noi tutti dobbiamo continuamente andare a impararlo.

 

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

10. settembre 2014 by Anna Puleo
Categories: writing and more | Tags: | 2 comments

Comments (2)

  1. Al Festivaletteratura restano anche gli incontri con le persone :) con te, per esempio.
    Grazie e a presto!
    Liz

    • Assolutamente d’accordo. Sopratutto per avere conosciuto la sensibilità, il talento, l’apertura al mondo di Elisabetta Bucciarelli, scrittrice e drammaturga di razza. A presto!

Leave a Reply

Required fields are marked *