Costruire una comunità educante contro l’abbandono scolastico. Un progetto di Save the Children

Accendo la Tv e compare il viso malinconico e intenso di Malala Yousafzay, la giovane pakistana che combatte per il diritto all’istruzione di bambini e bambini, rischiando anche la vita. Ha vinto il Nobel per la pace insieme a Kailash Satyarthi, un attivista indiano che sulle orme di Gandhi si batte da oltre vent’anni per strappare i più piccoli alla schiavitù. Un mondo che sembra lontano anni luce dal nostro, ma solo in apparenza. Quasi in contemporanea, infatti, iniziano a circolare sul web e sui giornali i numeri allarmanti della dispersione scolastica in Italia forniti da Eurostat, che quantifica in oltre 700.000 i giovani tra i 18 e i 24 anni che si sono fermati alla scuola media inferiore, in percentuale il 17% del totale, che ci colloca a diverse lunghezze di distanza da Gran Bretagna (12%) Francia (9,7%) e Germania (9,9%).

 

Gli studi del Ministero dell’Istruzione delineano i confini geografici del fenomeno, confermando che l’abbandono della scuola colpisce ancora oggi massicciamente il Meridione, dalla Sicilia alla Sardegna alla Campania, Puglia e Calabria.

 

12613117435_2bda3ae30c_mChe fare? Sicuramente poco con i fondi a disposizione del Ministero, ridotti a meno di 1/3 negli ultimi cinque anni . E allora, come al solito, intervengono organizzazioni come Save The Children, partita dalle esperienze fatte nei quartieri a rischio di Napoli e da un’ analisi attenta (il termine dispersione scolastica include in realtà una vasta galassia di comportamenti, dall’allontanamento forzato alla disaffezione al disagio provocato da modelli avvertiti come estranei al proprio modo di essere a, più banalmente, alla difficoltà di acquistare i libri o di non poter pagare la mensa) per inaugurare un altro progetto, Fuoriclasse, che, con l’aiuto di realtà consolidate come la Fondazione Agnelli, l’associazione Libera e Fondazione con il Sud, punta a sconfiggere il fenomeno con il coinvolgimento attivo degli stessi ragazzi.

 

Vengono messe in campo attività di sensibilizzazione e motivazionali, laboratori per realizzare fumetti, inchieste, reportage, video (qui trovi quello realizzato dagli studenti di Scalea, sotto dagli studenti napoletani), sostegno pomeridiano, apertura di spazi di dialogo permanenti tra i docenti, i ragazzi e le loro famiglie, scommettendo sulla voglia di prendere la parola e di rimboccarsi tutti insieme le maniche per risolvere i problemi.

 

 

Finora Fuoriclasse è entrato negli istituti di 5 città, affrontando in ciascuna di esse realtà e problemi diversi. Così a Milano le attività sono state dirette maggiormente verso gli studenti stranieri mentre in Calabria, a Crotone e Scalea, come a Napoli e Bari, l’obiettivo finale è stato quello di sottrarre i ragazzi alla criminalità organizzata. Gli organizzatori sostengono di voler creare una “comunità educante” che sappia dedicare la giusta attenzione alla formazione e alla crescita dei giovani, dentro e fuori le aule scolastiche.

Una comunità che include le scuole, le famiglie, il territorio, e che implica una “chiara assunzione di responsabilità” verso le ultime generazioni che sono per la società una preziosa risorsa e non un problema da risolvere.

 

I risultati del progetto per gli organizzatori sono lusinghieri, soprattutto a fronte di un investimento tutto sommato minimo (circa 350 euro afuoriclasse bambino all’anno), e verificabili grazie al monitoraggio della Fondazione Agnelli ( qui il link alla Sintesi,  che rinvia al Report con la Valutazione d’impatto).

 

Si è parlato di scuola inclusiva. Basterebbe in realtà che ogni scuola affiggesse alla porta il motto I Care, cioè mi importa, mi sta a cuore il destino di tutti, come don Milani scriveva oltre 60 anni fa su una parete della scuola di Barbiana, lanciando la sfida di una scuola impegnata nella società, capace di condurre per mano le nuove generazioni nella Babele dei saperi e di guardare al mondo con occhi curiosi e ben aperti.

 

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13. ottobre 2014 by Anna Puleo
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