Colson Whitehead e il cuore profondo dell’America razzista

“Io ho davanti a me un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo lawrence3 schiavidell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia.
Io ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi!

Così Martin Luther King chiudeva la Marcia su Washington per la Libertà e il Lavoro nel 1963. Quel sogno diventerà una realtà con il riconoscimento, due anni dopo, del diritto di voto anche ai neri d’America. Una vittoria striata dal sangue di King che il 4 aprile 1968 veniva ucciso da un razzista bianco. Le sue parole riemergono nelle proteste degli anni ’60 e ’70 e oggi nelle battaglie degli studenti che hanno marciato contro la vendita libera di armi nella March Our Lives, alla quale ha partecipato anche la nipotina di King, e di Black Lives Matter , il movimento che si batte contro gli atti di razzismo perpetrati dallo stato e dai suoi agenti contro gli afro-americani.

Vittime di una violenza cieca e sorda che percorre dalla sua nascita gli Stati Uniti d’America. Arriva da lontano la vena di violenza, razzismo, intolleranza che da sempre dilania profondamente gli States e che un anno fa ha condotto Trump alla vittoria.

Un passato senza il quale non siamo in grado di fare i conti con il presente, esplorato dallo scrittore Colson Whitehead nel bellissimo La ferrovia sotterranea, tradotto magnificamente da Martina Testa per Sur, che alla sua uscita non solo ha ottenuto i commenti entusiasti di Barack Obama e di Oprah Winfrey quanto si è aggiudicato due prestigiosi premi come il National Book Award e il Pulitzer. Con un linguaggio affilato come una lama d’acciaio e potente come un tuono lo scrittore newyorchese evoca la lunga stagione della schiavitù negli States e le origini e il destino della nazione americana.

Cora è una ragazza di poche parole e altrettanto scarse certezze, ma, in compenso, ferme e non contrattabili, come quel minuscolo fazzoletto di terra che la madre ha strappato al padrone per lasciarlo alla figlia, spazio esterno e interno insieme nel quale coltivare qualche sparuta piantina e la propria anima. Un’isola di libertà ritagliata nella piantagione di cotone dove vivono, lavorano, muoiono migliaia di schiavi, schiacciati dalla fatica e dalle continue velawrence 4 america schiavissazioni, prede del padrone e dell’inesorabile ingranaggio della storia.

Anche Cora è una preda ma non una vittima, usa il suo corpo per riparare un bambino dal bastone del padrone, alza lo sguardo sugli uomini della sua razza -rapaci e prepotenti, allo stesso modo dei maschi bianchi-, contrappone all’insensata violenza che la circonda, che scortica vivi uomini e donne, li brucia sul rogo, taglia piedi e mani per impedire la fuga e i furti, una volontà irriducibile. Riuscirà a fuggire grazie a una ferrovia sotterranea e all’aiuto di un gruppo di ribelli abolizionisti e, di stato in stato, nella sua fuga verso il Nord ritroverà in forme diverse eppure sempre uguali il peso minaccioso e brutale del razzismo.

Per via della sua tenera età, i suoi carcerieri non rivolsero subito le proprie voglie verso di lei, ma alla fine, un mese e mezzo dopo l’inizio della traversata, alcuni degli ufficiali più stagionati la tirarono fuori dalla stiva. Durante il viaggio verso l’America Ajarry provò due volte a uccidersi, la prima rifiutandosi di mangiare e poi tentando di annegarsi. I marinai, avvezzi agli stratagemmi e alle inclinazioni degli schiavi, glielo impedirono entrambe le volte. Quando cercò di buttarsi in mare, non arrivò neanche al parapetto.

La sua storia si intreccia con quella del nuovo mondo, paradiso colmo di promesse per alcuni, inferno abissale per altri; con quella di James Randall, il proprietario della piantagione, che usa i suoi schiavi per mandare a memoria e declamare davanti agli ospiti tutta la Dichiarazione d’Indipendenza, degli uomini delle pattuglie <<bianchi, corrotti e spietati…troppo stupidi per lavorare anche solo carte schiavitu lawreance2ome sorveglianti>>, braccio armato degli schiavisti, che hanno dalla loro anche le leggi. E con le storie di Martin che la nasconderà per mesi in casa e pagherà con la vita o dei Valentine, falciati dalla furia umana per avere sognato un mondo diverso e avere cercato di dare linfa e ali a quel sogno, con il cacciatore di schiavi Ridgeway, filosofo del male e del destino della nazione, frutto della volontà divina, che la segue per mezza America, ossessionato dalla donna che sta beffandolo e umiliandolo, come aveva fatto già Mabel, sua madre.

Cora punta lo sguardo sul mondo e lo vede per com’è, una grande gabbia in cui uomini e donne sono prigionieri, incatenati <<mani e piedi alla paura>>, all’attesa del nemico, convinti che il loro numero li proteggerà dall’oscurità.

La libertà era qualcosa che cambiava forma mentre la si guardava, così come un bosco è fitto di alberi visto da vicino ma dall’esterno, da un campo aperto, se ne vedono i veri limiti.

Cora lo sa, come sa che il suo orto nella piantagione dei Randall era l’ombra di altro, come

la Dichiarazione d’Indipendenza recitata dal povero Michael era l’eco di qualcosa che esisteva altrove. Adesso che era fuggita e aveva visto qualche altra parte del paese… non era più sicura che il documento descrivesse qualcosa di reale. L’America era un fantasma nell’oscurità, come lei.

Come Ulisse, e Gulliver, cui Whitehead dicarte migranti lawrence1e di essersi ispirato, Cora affronta l’ignoto, e il pericolo sempre in agguato di essere catturata e riportato dal suo padrone e probabilmente punita con la vita per la sua ribellione, il viaggio tra i marosi nella ferrovia sotterranea –utopia letteraria e splendida metafora della nostra esistenza- per capire che dietro il velo si cela il vero volto del Nuovo Mondo e che dalle profondità del tempo e dello spazio sta avanzando una nuova generazione.

Se volete vedere com’è fatto davvero questo paese, io lo dico sempre, dovete prendere il treno. Mentre andate a tutta velocità guardate fuori, e vedrete il vero volto dell’America

Nelle vene aperte dell’America scorrono fiumi di sangue e di illusioni, l’ illusione di poter guarire dalle ferite della schiavitù, ignari che <<certe cicatrici non guariranno mai>>, perché come fai a guarire quando hai visto tua madre venduta, tuo padre straziato dalla frusta, tua sorella stuprata, e l’illusione più grande di tutte, quella di una grande nazione, faro di luce, di pace e libertà, per tutte le altre. E invece la nazione americana è stata edificata sulla forza, sull’omicidio e la brutalità, si è appropriata della terra da sempre appartenuta e abitata da altri popoli e per coltivarla ha messo in catene legioni di uomini e donne arrivati dall’altra sponda dell’Oceano, con le loro lingue e i loro lawrence6 schiavitùcanti, le loro storie e i loro sogni.

A darci speranza, fa dire Whitehead a uno dei suoi personaggi, è la capacità di credere in noi, un noi plurale, il noi di milioni di uomini e donne che hanno con le loro mani costruito tutta una nazione, accomunati dal colore della pelle e da un comune destino, un colore che li ha aiutati a mettere a frutto la lezione della storia per poter costruire un futuro.

Il colore ci deve bastare. Ci ha portato fino a questa sera…e ci porterà nel futuro. L’unica cosa che so davvero è che siamo destinati a crescere o a crollare insieme, una grande famiglia di colore accanto a una grande famiglia bianca. Magari non sappiamo che strada prendere per attraversare il bosco, ma possiamo rialzarci l’un l’altro quando cadiamo, e alla meta arriveremo insieme.

Questa sera, con le campane che suoneranno all’unisono in molte città al di qua e al di là dell’Oceano per ricordare Martin Luther King, rimbomberanno anche queste parole, chiare e potenti come quelle pronunciate cinquant’anni fa dal leader di Atlanta, da Malcolm X, da donne come Rosa Parks e come Cora, che ci parlano ancora, mezzo secolo dopo, di paure e terrore, di suprematisti e razzisti, di odi e rancori mai sopiti.

(Nelle immagini opere di Jacob Lawrence, Migration Series)

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04. aprile 2018 by Anna Puleo
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