Classici da non perdere: Infanzia berlinese di Walter Benjamin

Non sapersi orientare in una città non significa molto. Ci vuole invece una certa pratica per smarrirsi in essa come ci si smarrisce in una foresta. I nomi delle strade devono parlare all’errabondo come lo scricchiolio dei rami secchi, e le viuzze del centro gli devono scandire senza incertezze, come in montagna un avvallamento, le ore del giorno. Quest’arte l’ho appresa tardi: essa ha esaudito il sogno, le cui prime tracce furono i labirinti sulle carte assorbenti dei miei quaderni….La via verso questo labirinto, cui non mancava la sua Arianna, passava sul ponte Bendler…”.

Siamo a Berlino intorno al ‘900. Un’epoca tramonta definitivamente per passare il testimone ad anni ancora più densi e walter-benjamindifficili. Ad essi e a un bambino della agiata borghesia ebraica intento a percorrere fino in fondo quel labirinto si rivolge qualche decennio più tardi lo stesso bimbo, diventato ormai adulto e famoso, esule in un’altra grande città, in un altro Paese nel quale è stato spinto dal delirio nazista. L’uomo si chiama Walter Benjamin e l’approdo di quello sguardo è un vero capolavoro della letteratura del secolo scorso, Infanzia berlinese intorno al Millenovecento, un album di immagini che oltrepassa i confini della autobiografia per immergersi nel flusso della storia, galleria di specchi nei quali riflettersi per scrutare il futuro.

Berlino diventa  un regno fiabesco, una cosmogonia in cui tutto può accadere, in cui smarrirsi, e –forse- ritrovarsi. In cui il futuro è giù passato. Benjamin traccia i confini di un mondo magico, nel quale il letto può diventare teatro di straordinarie avventure, i giardini di Tiergarten un Olimpo con le sue antiche divinità, le pagine dei libri letti “i fragili fili di una rete” in cui impigliarsi, le vetrate di un chiosco abbandonato un prisma di colori in cui liquefarsi, la pista di pattinaggio uno spazio incantato in cui librarsi al suono della fanfara.

Come in un film scorrono le immagini berlino-cartolina15di luoghi,  volti,  gesti. La mano della mamma che conduce il piccolo Walter in una “Berlino buia e sconosciuta”; la nonna nel bow window, accanto il fedele cestino da lavoro; la pioggia scrosciante che tamburella contro i vetri per irrompere nelle gronde e gettarsi nelle gronde, che sussurra il futuro come una ninnananna; l’epifania di un calzino arrotolato che ti apre le porte a una dimensione in cui “forma e contenuto, custodia e custodito sono la stessa cosa”, in cui è possibile

estrarre la verità dalla poesia con la stessa cautela con cui la mano infantile estraeva il calzino dalla ‘borsa’.

E’ un mondo fatto della materia impalpabile dei sogni e di spettri, di mattini d’inverno e di angoli nascosti, di angeli e figure fiabesche. E di morte.

In tutto questo tuttavia non c’è nostalgia di un’epoca né pura contemplazione ma lo sguardo disincantato verso quel mondo berlino potsdamerplatzirrimediabilmente perduto che ha generato il mostro hitleriano. Qui la strada di Benjamin e quella del Proust de La Recherche, che il filosofo tedesco tradusse e studiò a fondo, si divaricano. Per l’autore di Angelus Novus, Sul concetto di storia, I passages di Parigi, il passato contiene in sé i germi di ciò che verrà, nelle sue pieghe si celano le ombre di un futuro che tuttavia è già passato, lo sguardo dell’omino con la gobba (il racconto che chiude il libro) che nell’anticiparlo, intralcia il cammino, e, nello stesso tempo, la capacità di coltivare l’arte di smarrirsi all’interno di una storia e di un tempo lontani dall’idea di una freccia scoccata verso una méta bensì in continuo divenire, rischiando continuamente di trascinarci nel vortice se abdichiamo al nostro compito, che è quello di volgerci, e indagare l’autentico, di scoprirlo di volta in volta, e riconoscerlo.

La nostalgia che risveglia in me, mostra quanto l’alfabetario si stato tutt’uno con la mia infanzia. Ciò che in realtà cerco in esso è l’infanzia stessa: tutta l’infanzia, come si collocava nel gesto con il quale la mano inseriva le lettere nel listello in cui dovevano allinearsi a formare parole. La mano può ancora sognare quel gesto, ma non può mai più risvegliarsi per eseguirlo davvero. Allo stesso modo posso sognare come una volta imparai a camminare. Ma non mi serve a niente. Adesso so camminare; non posso più imparare a farlo.

 

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10. luglio 2017 by Anna Puleo
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