Cinema: Uscirai sano, storie di un manicomio ‘aperto’, prima e dopo Basaglia

Sanus egredieris. Uscirai sano. E uscire è il pensiero che domina inesorabile ogni istante della tua esistenza, un giorno dopo l’altro, da quando tua madre ti ha chiuso in manicomio, a nove anni. Senza darti spiegazioni, senza un perché. Ora non sei più un bambino, sei cresciuto, dopo 36 anni dall’ospedale psichiatrico (come si chiama oggi) sei uscito, sei tornato a riprenderti quella vita che qualcuno ti ha rubato.

 

t.boscarato girifalco1Quella di Mario è una delle mille storie che affollano la vita di un piccolo ma vitale manicomio del Sud, scelte da Barbara Rosanò e Valentina Pellegrino e raccontate in un sorprendente film-documentario, Sanus egredieris. Uscirai sano, presentato nei giorni scorsi al Teatro Comunale di Catanzaro in una sala gremita. Una esperienza, unica nel suo genere, di istituzione psichiatrica aperta e di osmosi con il territorio, capace di rivoluzionare le terapie quanto la percezione della malattia negli abitanti del posto.

Siamo in Calabria, tra le verdi colline che si affacciano sullo Ionio, a Girifalco (chi ha letto i romanzi di Domenico Dara lo conosce bene), in provincia di Catanzaro. Qui, alla fine dell’ ‘800, viene costruito un ospedale psichiatrico che nel corso degli anni, ancor prima della riforma Basaglia, sperimenterà un modello avanzato di trattamento dei pazienti. Dalla sua apertura, nel 1881, la struttura ha ospitato decine di persone, bambini compresi,  non sempre affette da vere e proprie patologie, più spesso frutto di disagio e di storie familiari o sociali difficili.

Duva vai? A Girifalcu, ‘u paisa di pacci? Dove vai? A Girifalco, il paese dei pazzi? ti chiedevano, quasi a confermare e rinsaldare ancor di più il legame tra lo spazio chiuso destinato al ‘diverso’ e quello più grande che lo ospita. Qui ‘sani’ e ‘malati’ (tra virgolette, visto che folli lo siamo tutti, dice nel film lo psichiatra Mario Nicotera) convivono pacificamente tra t.boscaratogirifalco2le mura del borgo, tra un giro a carte in piazza e la partita di pallone dei più piccoli all’interno dell’istituto nel cortile fatto costruire da un lungimirante direttore, le gite al mare e i pasti pronti che i giorni di festa vengono trasportati dalle cucine del paese, destinazione manicomio.

Film indipendente e low budget, selezionato ai David di Donatello 2017, presentato a Sguardi Altrove a Milano, Sanus egredieris narra questa inedita esperienza attraverso la voce di chi nell’ospedale ci ha lavorato per una vita, degli psichiatri e, soprattutto dei ‘pazzi’ e della gente di Girifalco. In mezzo, la storia incantata di un giovane poeta arrivato da chissà dove che all’ospedale porta un vento di libertà e la voglia di tornare a sognare e amare.

 

-Sono arrivato a Girifalco a 9 anni e sono uscito a 44. Fai il conto, 36 anni. Peggio degli ergastolani. Loro dopo 30 anni possono uscire, io ho dovuto aspettarne 36 per tornare a vivere…Il primo giorno non lo posso dimenticare, mi hanno rasato i capelli, mi hanno infilato in una vasca e lavato con uno spazzolone e poi mi hanno porta in uno stanzone con gli adulti. Sono come dei bambini, dicevano. Io ero l’unico bambino…

– Avevo una vita serena, una moglie, un bambino, poi mio figlio è morto, sotto un treno, mentre era in bicicletta… io ho cominciato a stare male, sono andato in depressione e ho cominciato a girare da un ospedale all’altro. Era un inferno finché non sono arrivato a Girifalco. Qui è un’altra cosa, qua mi vogliono bene tutti. Sono andato fuori in permesso per qualche giorno ma ieri sono tornato. Fuori non mi ci trovo più, voglio stare qui.

 

La pellicola di Barbara e Valentina racconta la solitudine e il male di vivere, lo fa con equilibrio, sensibilità e sguardo t.boscaratogirifalco3poetico, con attenzione e voglia di ascoltare e capire. La stessa che Franco Basaglia richiedeva all’analista, investito del compito di creare uno spazio in cui tutte le vecchie categorie vengono sospese per restituire voce a chi per secoli ne è stato espropriato. Sono trascorsi 40 anni dalla chiusura definitiva dei manicomi in Italia, una conquista della legge 180 e del lavoro di Basaglia e dei tanti che ne hanno condiviso la battaglia, ma il dibattito sull’idea di malattia mentale e sui meccanismi di segregazione ed esclusione sociale non si è ancora sopito. Perché aprire l’istituzione, spiegava lo psichiatra veneziano, non significa aprire una porta ma aprire la nostra testa di fronte alla condizione umana.

 

Chi è il malato di mente? Non lo so e non lo sa nessuno. Bisogna avvicinarsi alla malattia e soprattutto al malato. Avvicinarsi alla persona sofferente creso sia il compito principale che trascende il ruolo semplice e banale di un medico. …non so che cosa sia la follia. Può essere tutto o niente. È una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia. Invece questa società riconosce la follia come parte della ragione, e la riduce alla ragione nel momento in cui esiste una scienza che si incarica di eliminarla. Il manicomio ha la sua ragione di essere, perché fa diventare razionale l’irrazionale. Quando qualcuno è folle ed entra in un manicomio, smette di essere folle per trasformarsi in malato. Diventa razionale in quanto malato. Il problema è come sciogliere questo nodo, superare la follia istituzionale e riconoscere la follia là dove essa ha origine, come dire, nella vita. (F. Basaglia)

(Immagini di T. Boscarato, Luoghi abbandonati, ex Ospedale psichiatrico di Girifalco)

 

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22. settembre 2017 by Anna Puleo
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