Cinema: la Napoli velata di Ozpetek figlia dell’ordine e del caos

Un velo impalpabile ricopre il corpo di un uomo abbandonato nell’abbraccio con la morte. E’ il Cristo velato di Giuseppe Sanmartino, uno dei gioielli della Cappella Sansevero, un capolavoro che anche Antonio Canova avrebbe voluto firmare. Il regista Ferzan Ozpetek ne fa il simbolo di una Napoli velata, segreta e sotterranea.

napolivelata4La pellicola parte da antichi reperti trafugati, la maschera di un sileno, potente simbolo della morte iniziatica, e da una morte orribile, per avvitarsi attorno alla storia di Adriana e della sua ossessione amorosa per un giovane uomo, Andrea, conosciuto e amato una sola notte.

Il thriller lascia presto il posto alla discesa negli inferi di una donna pesantemente segnata da una tragedia familiare, che procede di pari passo con un percorso nelle viscere di una Napoli arcaica e moderna insieme, nella quale le divinità ctonie riemergono indossando altre maschere e vesti (ritorna il tema del (dis)velamento).

Le ossessioni di Adriana finiscono per materializzarsi e difficile sarà sottrarsi se non dopo aver fatto riemergere e guardato in faccia i fantasmi personali e familiari.

Ozpetek miscela generi diversi –eros, thriller e melò in primis- come velo dietro il quale si celano successivi livelli che lo spettatore può accettare di esplorare o meno.

Come ne Le fate ignorante la perdita (in Adriana prima la morte dei genitori, poi quella di Andrea) è il motivo scatenante di un viaggio temporale e interiore, dagli itinerari anche inaspettati, dal quale si può non tornare più indietro o tornare rinati a nuova vita.

La pellicola procede come una partitura sinfonica che dopo la fuga iniziale intreccia armonie e contrappunti che investono napolivelata3situazioni e personaggi. Così, la vita apparentemente regolare e le certezze di Adriana, affermata anatomo-patologa, si sgretolano poco per volta sotto il maglio dalla passione e della sofferenza e di un passato doloroso e ingombrante. In un continuo gioco di specchi l’estasi di una notte d’amore si trasforma nell’abisso della perdita dell’amato, che si specchia in altre perdite.

Napoli non è sfondo silenzioso ma protagonista, volto e corpo dialogante, garante e custode di enigmi e simboli arcaici, di passioni e vendette infinite, di un gioco ambiguo capace di restituire i mille volti del reale. Non a caso Ozpetek sceglie di disseminare il film di figure che percorrono nello stesso tempo l’ordine e il caos, come la ‘tombola vajassa’ nella quale, come spiega il regista, “i numeri (che) escono si legano in una sequenza logica, creando una storia che prende forma dalla casualità del sorteggio”, o la ‘figliata dei femminielli’, rituale che affonda le radici nell’antichità, nel quale un femminiello mette in scena il travaglio e il parto di un essere che è doppio, maschio e femmina insieme, evidente rimando al mito, con cui dialogò anche Platone e, nel tempo, il mondo alchemico, lo stesso cui apparteneva quel Raimondo di Sangro che commissionò a Sanmartino il Cristo velato, in un gioco continuo di rimandi.

serei-NAPOLI-VELATA-1Accolto da giudizi opposti, l’ultimo film del regista turco che ha fatto dell’Italia la sua casa, si affida al desiderio dello spettatore di esplorare i diversi livelli di lettura e le numerose citazioni, letterarie (per tutte, La pelle di Curzio Malaparte), cinematografiche (Rossellini e non solo) e teatrali (De Simone) proposte, in compagnia di una brava e intensa Giovanna Mezzogiorno, attorniata da un parterre di ottimi attori e attrici partenopee, ad iniziare da Anna Bonaiuto, Peppe Barra, Lina Sastri.

(Le foto sono tratte da Napoli Velata, progetto fotografico di Oreste Pipolo, in mostra dal 4 febbraio 2017 a S. Severo al Pendino a Napoli)

 

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16. gennaio 2018 by Anna Puleo
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