Chimamanda Adichie: l’identità è una galassia

Ha gli occhi grandi che illuminano un volto in cui si apre il sorriso aperto e coinvolgente, sotto l’elaborata acconciatura afro, Chimamanda Ngozi Adichie, pluripremiata scrittrice, blogger e influencer nigeriana, autrice di best seller come Ibisco viola (Booker Prize), Metà di un sole giallo, Americanah e del pamphlet Dovremmo essere tutti femministi, che ha fatto il giro del mondo.

Non la manda a dire Chimamanda, sempre chiara e diretta, che si parli di donne, di razza e razzismi, più o meno striscianti, o del suo Paese, la Nigeria, singolare impasto di etnie, lingue, culture, equamente divisi tra oltre 200 gruppi etnici in gran parte di religione musulmana, delle quali tre, Yoruba, Hausa-Fulani e Igbo, da decenni si contendono il potere e le favolose risorse di cui la natura è stata particolarmente prodiga, in mezzo a grandi e piccoli conflitti che da sempre la insanguinano. E’ la Nigeria della ribellione degli ultimi, capitanata da Ken Saro-Wiwa, del Nobel chimamandaWole Soyinka, dell’afrobeat di Fela Kuti e di Chinua Achebe, capostipite della letteratura africana contemporanea.

E’ la Nigeria dei diritti negati, della violenza spietata di Boko Aram, ma anche la Nigeria che sforna giovani colti e poliglotti, abituati a spostarsi da un continente all’altro. Una generazione che Adichie racconta attraverso le storie di donne come Kambili, che vive nell’ombra del fanatismo religioso, di Olanna, che vive sulla sua pelle la guerra di indipendenza del Biafra, di Ifemelu, ambiziosa e testarda, che si tratti di studiare per ottenere una borsa di studio a Princeton o di diventare una influente blogger senza peli sulla lingua quando il discorso ruota intorno all’America e agli americani o all’Africa, schietta fino al midollo e spietata nello scrutare e sbeffeggiare usi e costumi a stelle e strisce.

Se si tratta di eleganza nel vestire la cultura americana è talmente autocompiaciuta che non solo mostra indifferenza all’idea di presentarsi bene agli altri…ma ha trasformato quell’indifferenza in virtù. “Siamo troppo superiori/ impegnati/fighi/progressisti per preoccuparci di come ci vede la gente e quindi possiamo andare a scuola in pigiama e al centro commerciale in mutande” (C. Adichie, Americanah).

chimamanda libriScrittrice acclamata, tra le donne più influenti al mondo, Adichie dosa con sapiente ironia fiction e rigore nell’analisi storico-politica cui sottopone la società americana e quella nigeriana. Anche lei ha scelto il nomadismo come orizzonte e pratica quotidiana, che si dispiega non solo –o non tanto- nel passaggio tra paesi e lingue ma soprattutto tra culture e identità diverse. Donna, femminista, africana e nera. Sono i poli attorno ai quali ruota tutta la produzione della scrittrice nigeriana di etnia Igbo, che rivendica l’irriducibile complessità e ricchezza della propria identità e contesta l’abusata pratica di assimilare ogni individuo ad un modello unico, di cui restituire una comoda sintesi rivestita da categorie ed etichette.

L’identità è sempre stata una questione complessa, e che lo diventi di più in un mondo così mobile, paradossalmente è meglio. Mia figlia è nata negli Usa, perché c’è una sanità migliore. Ma ha un nome igbo: suo padre le parla in inglese, i miei genitori su Skype le parlano in igbo e io credo che si troverà bene dappertutto. I bambini sono resilienti e la nuova generazione lo sarà di più. Non dico che saranno dei senza-razza che vivono in una specie di bizzarra utopia. Avranno le loro radici, ma il posto dove vivono sarà meno rilevante. (C. Adichie, Intervista)

C’è qualcosa nel suo nome che rimanda all’aggettivo ‘indomabile’. E indomabile lei lo è veramente, al pari delle sue sue creature, dipinte non col pennello ma incise nella pietra con lo scalpello.

Ifemelu, in particolare, protagonista di Americanah, il suo romanzo più famoso, che si è aggiudicato diversi riconoscimenti (tra l’altro il National Book Critics Award Circle e l’Orange Prize), è fiera, solida e reale, sia che il suo sguardo si allunghi senza incertezze sul quotidiano, che passi al microscopio vizi e virtù della società americana, ritratta con sguardo spietato, che si catapulti anima e corpo nel flusso vitale dell’esistenza o si lasci prendere dallo sconforto e dalla delusione.

La madre di Curt era di un’eleganza esangue, i capelli lucenti, la carnagione ben preservata, gli abiti raffinati e costosi fatti per sembrare raffinati e costosi; aveva l’aria di una di quelle persone ricche che non lasciano molto di mancia. Curt la chiamava ‘Madre’, il che aveva una certa formalità, un suono arcaico. La domenica andavano da lei per il brunch. A Ifemelu piaceva la ritualità domenicale di quei pasti nella decorata sala da pranzo di un hotel, piechimamanda libri 2na di gente benvestita, coppie con i capelli d’argento e relativi nipoti…L’unica altra persona nera era una cameriera dalla rigida uniforme (C. Adichie, Americanah).

A differenza della zia, Uje, che si immola sull’altare della perfetta moglie-e-madre americana, Ifemelu segue la sua strada, fedele a sé stessa anche quando viene umiliata. Gli States diventano lo spazio in cui si consuma il dramma dell’ostilità e dell’ emarginazione ma anche quello della presa di coscienza della propria diversità. Da lì il passo è breve per percorrere il viaggio a ritroso, verso le proprie radici, verso la Nigeria, con altre consapevolezze.

Ifemelu e le altre protagoniste di Adichie incontrano sul loro cammino violenza, machismo, sessismo, ignoranza, indifferenza, intolleranza. Sperimentano difficili equilibri esistenziali, camminano nel vuoto sul filo d’acciaio, rischiano il tutto per tutto, ma riescono a passare dall’altra parte.

Essere donna non è facile, a Lagos come a New York. Se poi sei anche nera la cosa si fa seria soprattutto oltre l’Atlantico, dove in tanti ancora non hanno fatto i conti con il passato.

Così Chimamanda, diventata nel frattempo un’icona globale grazie anche a Beyoncè, Emma Watson e a Dior, alle migliaia di donne e uomini che hanno letto Dovremmo essere tutti femministi (ne ho parlato qui ), ha pensato di scrivere una lettera per un’amica, e ne è venuto fuori in questi mesi l’ultimo libro, Cara Ijeawele. Quindici consigli per crescere una figlia femminista (Einaudi). Nel quale chiede alle madri di educare le proprie figlie perché comprendano che non esiste un unico modo di stare al mondo e che la nostra esistenza è legato a un unico principio: la differenza.

 

… 3) Non dire mai a tua figlia che deve fare una cosa o che non la deve fare ”perché sei una femmina”. Perché sei una femmina non è mai una buona ragione. In nessun caso…. 5) Insegnale ad amare i libri. Se ti vede leggere, lei capirà che la lettura è preziosa. I libri l’aiuteranno a capire e mettere in discussione il mondo, la aiuteranno ad esprimersi e a capire quello che vuole diventare. 6) Attenzione con le parole, il linguaggio è il repository dei nostri pregiudizi, le nostre credenze, i nostri presupposti. Se la chiami ‘principessa’ le stai indicando che un principe verrà a salvarla. Meglio ‘angelo’ e ‘stella’. … 9) Insegnale ad essere orgogliosa della propria cultura di origine e a rispettarla ….15) Insegnale la differenza. Perché la differenza è la realtà del nostro mondo. E insegnandolo la stai dotando a sopravvivere in un mondo diversificato.

 

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19. aprile 2017 by Anna Puleo
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