Charlie Hebdo: colpire al cuore l’informazione

Non è iniziato nel migliore dei modi il 2015 per il giornalismo. La strage di Charlie Hebdo, a Parigi, con tutte i suoi buchi neri e i suoi punti interrogativi, apre inevitabilmente anche al rischio di utilizzare lenti inappropriate di lettura e all’innesco di una miccia pericolosissima.

Il Rapporto di Reporters sans frontières (puoi scaricarlo qui)  attraverso la freddezza dei numanja niedringhaus01eri fa il punto della situazione. Nel 2014 sono stati 66, i giornalisti che hanno perso la vita in varie aree del mondo, cui vanno aggiunti 19 reporter e 11 collaboratori, 853 gli arrestati, di cui 178 in prigione, mentre sono stati oltre 1.700 i professionisti del mondo dei media minacciati. Crescono i rapimenti, 119 nell’anno appena trascorso, ben il 35% in più dello scorso anno.

 

I paesi più a rischio quelli mediorientali, dalla Siria all’Iraq ma anche Libia, Cina, Ucraina -senza dimenticare al di là dell’Oceano, il Messico- danno un sostanzioso contributo.

 

Il 2014 ha visto anche in aumento abusi e violenze contro chi fa informazione. Episodi che

Camille Lepage

Camille Lepage

abbiamo seguito in diretta in Tv o sui social a Piazza Maidan e a Gezi Park, una goccia probabilmente nel mare di quanti scompaiono nelle carceri di mezzo mondo, senza che di loro si abbia più notizia. E che portano sempre più gli addetti ai lavori a lasciare il proprio paese per sfuggire allo spesso pesante clima di intimidazione e violenza che li minaccia 24 ore su 24.

 

Numeri certo parziali, ma significativi, che la dicono lunga sul cambiamento di rotta nei metodi utilizzati, con un aumento dei sequestri e una maggiore ferocia e mediatizzazione degli omicidi.

 

Storie come tante, quelle di Andrea Rocchelli, il reporter italiano ucciso mentre stava seguendo il conflitto tra i militari ucraini e i separatisti filo-russi, di Anja Niedrinhaus, premio Pulitzer per il fotogiornalismo nel 2005, che ha perso la vita in aprile in Afghanistan. E poi ci sono le storie di Aung Kyaw Naing, noto anche come Par Gyi, giornalista freelance birmano e attivista politico, torturato e ucciso dai militari birmani per avere documentato il conflitto con i ribelli Karin, o Ali Mustafa, noto giornalista e media-attivista canadese, arrivato in Siria per raccontare in prima persona, fuori dal circo mediatico, cosa significa vivere e morire oggi in quell’area, Camille Lepage, giovanissima fotoreporter uccisa nel Sud Sudan.

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Ph- Ali Mustafa

A maggio viene ritrovato in una strada di Sonora, in Messico, il corpo mutilato di Marco Aurelio Avila García, famoso giornalista di cronaca nera, che allunga la lista, pesantissima, di 102 operatori dei media ammazzati nel paese dal 2000 ad oggi, vittime dei cartelli o delle campagne di odio e delegittimazione abilmente veicolate dalle stesse autorità governative.

 

Tutta gente che credeva in quello che faceva, che si era assunta un compito da portare a termine, qualunque fosse il costo, che riteneva importante ‘esserci’ per narrare con le parole e le immagini l’altro volto della guerra, che sia quello degli orfani in un rifugio in Ucraina o delle madri in fila davanti alle foto dei morti, alla ricerca dei propri figli…. Per raccontare cosa succede alla gente, cosa pensa, come vive: vicende che poco o nulla interessano ai media mainstream perché meno redditizie delle foto di gattini e vip dello spettacolo o del masterchef di turno.

 

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Ph. Andrea Rocchelli

L’informazione, in qualunque sua forma, satira compresa, è uno dei pilastri portanti della nostra società. Perché offre delle chiavi di lettura ogni volta diverse, perché restituisce frammenti di una realtà sfaccettata, spesso atroce e bestiale, spesso diversa da quella che conosciamo, perché offre una narrazione dell’umano che non vorremmo mai vedere. Perché, come scrive Dario Fo, svela che il re è nudo.

E colpire un giornalista, un blogger, un fotoreporter, un vignettista, significa colpire tutti noi.

 

 

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09. gennaio 2015 by Anna Puleo
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