Cento anni

Sconfitta. Disfatta. Catastrofe. In un elenco di parole-chiave del Novecento, questi termini starebbero ai primi posti se è vero che il cd. ‘secolo breve’, che tanto breve poi non è, è profondamente percorso da sciagure abissali. E da profondi rinnovamenti. Alla radice della parola del resto c’è il greco κατα-στροϕή, che indica il mutamento di ogni cosa. Il secolo si apre con la scoperta della ‘teoria dei quanti’ che spalanca orizzonti inediti alla scienza, Freud pubblica L’interpretazione dei sogni, l’anarchico Bresci uccide Umberto I, muoiono anche la regina Vittoria e Nietzche. Raffigurazione plastica della fine di un’epoca che innerva alcuni semi nella nuova era che sta arrivando. Anticipando alcuni degli eventi epocali del secolo: la Rivoluzione d’Ottobre, il primo e il secondo conflitto mondiale.

Di sconfitte e di sconfitti la storia abbonda. Ma se la vittoria è un punto infinitesimale, la sconfitta è un continente vastissimo, la condizione per eccellenza in cui l’umanità naviga da sempre. In realtà, suggerisce Laurent Gaudè nel suo ultimo libro, centoanni02Ascoltate le nostre sconfitte, la storia insegna che vittoria e sconfitta (lo sapevano bene gli antichi greci) sono due facce della stessa medaglia, in cui –spesso- il confine è labilissimo, se non illusorio.

24 ottobre 1917. Cento anni fa a Caporetto le truppe austro-ungariche e tedesche penetrano nel territorio italiano e travolgono militari e civili. Caporetto racconta la disfatta di un esercito e la sua resurrezione, i paradossi della guerra di posizione e l’incapacità dei comandi militari, la tragedia di centinaia di migliaia di civili sottoposti a violenze di ogni genere, spogliati dei loro beni, compreso quello più prezioso, la vita, i più fortunati costretti ad un esodo biblico. Caporetto è diventata da quel momento sinonimo di una sconfitta disastrosa quanto umiliante, di una frattura profonda nel corpo di una nazione, nella carne viva di un popolo.

Parte da qui Davide Ferrario nel suo ultimo lavoro, Cento anni, nelle sale dal 4 dicembre, per parlare di questa e altre Caporetto di casa nostre, delle lacerazioni e ferite registrate dal nostro paese in un secolo di storia. Un racconto in quattro atti in cui scorrono i morti della Grande Guerra e della Risiera di San Sabba, le vittime del Vajont e di Piazza della Loggia a Brescia.

Ma ci sono anche i vivi: i pronipoti dei profughi arrivati dopo Caporetto dalle città e dalle campagne trevigiane, veneziane, cento-anni-marco paolinivicentine; gli eredi dei ‘figli di guerra’, frutto di migliaia (la cifra esatta non si conoscerà mai) di stupri, molti dei quali, rifiutati dalle famiglie, vennero ricoverati negli istituti o affidati ad altre coppie. Ma ci sono anche le immagini delle Caporetto più vicine a noi, i familiari delle vittime delle stragi e gli italiani figli di un dio minore, di quel Sud in cui l’emigrazione non è mai cessata, un Sud sempre più povero, sconfitto da politiche fallimentari e da progetti industriali mai del tutto decollati, in cui l’economia globale ha tranciato di netto geografie dei luoghi e il corpo vivo delle comunità, di cui parla Franco Arminio.

Nel docu-film i volti di Arminio, di Marco Paolini e Massimo Zamboni (ex CCCP e CSI), che racconta la storia del nonno Ulisse legata a filo doppio a quello di chi lo giustiziò (L’eco di uno sparo), si avvicendano a quelli dei vivi e dei morti, in un immenso affresco corale in cui protagonista è tutto un popolo.

Insieme a Caporetto c’è un’altra grande disfatta da ricordare, quella dell’Impero ottomano che trascina con sè un intero popolo, gli armeni, sottoposti a una sistematica operazione di deportazione e annientamento. Un crimine che diventa emblema di centinaia di altre tragedie del secolo scorso, come ci ricorda Mario Brunello ad apertura del film con Havun Havun, un canto antico, struggente e malinconico, di caduta e di resurrezione.

 

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15. novembre 2017 by Anna Puleo
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